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Giorgia Meloni Presidente del Consiglio…di Domenico Pisana

L’OSSERVAZIONE DAL BASSO
Tempo di lettura: 2 minuti

Per la prima volta nella storia del nostro Paese, una donna va a ricoprire il ruolo di Presidente del Consiglio, ruolo prestigioso ma carico di responsabilità; non possiamo sapere, a pochi giorni, come lei governerà, ma il valore delle Istituzioni e di un risultato che il popolo sovrano (se pur non tutto perché c’è stata una grande fetta di astensionismo) ha determinato, invita al rispetto.
Una democrazia è tale quando sa riconoscere la legittimità di un Governo, democraticamente eletto, anche se non è quello che ognuno avrebbe voluto, mettendo da parte, con onestà intellettuale, pregiudizi e ostracismi e prendendo atto che il tempo della propaganda è finito e che è iniziato il tempo dell’assunzione della responsabilità.
L’albero si vede dai frutti e li apprezzeremo se verranno, saremo critici se non verranno, se non dovessero rispondere ai bisogni dell’Italia o dovessero isolare il Paese dal resto del mondo. Certo è che la neo Presidente è chiamata a governare in un momento veramente drammatico, dove i problemi del caro bollette, dell’energia, della guerra economica e militare, dell’ambiente, del lavoro incombono in modo grave.
Chi scrive ha una propria storia politica e culturale che affonda le radici altrove, e cioè nella Democrazia cristiana degli anni ’70-80 e nei suoi ideali politici, nei valori morali e sociali radicati nel cattolicesimo popolare di don Sturzo e nell’umanesimo di Giorgio La Pira, pur tuttavia rispetta la nascita di questo Governo più di destra che di centro, guidato da una donna, la prima nella storia, che senza una laurea e che – come dice ella stessa nel suo libro “Io sono Giorgia, Le mie radici, le mie idee, Rizzoli 2021, – lavorava la sera facendo “la babysitter(anche della figlia della compagna di Fiorello, sì), la guardarobiera, l’ambulante al mercato di Porta Portese in un banco di musica, la barman”, che lavorava “al Tina Pika dove si esibivano comici poi diventati famosi, come Enrico Brignano e Antonio Giuliani”, è riuscita a raggiungere i risultati che tutti conosciamo. Passare certo da guardarobiera e babysitter, lavori umili ma con la stessa dignità degli altri, a Presidente del Consiglio di una Nazione, non è cosa di tutti né roba da poco.
Credo che la neo Presidente Meloni sia arrivata così in alto per l’impegno profuso e per la sua capacità politica, nonché per quella sua determinazione a non lasciarsi intimidire, capacità tale che non le sono stati necessari difensori. L’attrito, per esempio, a cui si è assistito per l’elezione del Presidente del Senato in riferimento al dissenso di Berlusconi ed il suo gruppo ne è stata una prova, e ricorda un altro episodio che Giorgia Meloni, ancora molto giovane, ebbe con il leader di Forza Italia, e che racconta nel predetto libro allorquando riferisce che il Corriere della sera lanciò una sua intervista:

“Titolo: Questo Silvio non mi piace. All’alba, – racconta la Meloni – Berlusconi aveva chiamato La Russa arrabbiatissimo: ‘La ragazza mi ha già rotto le palle’. Le ore successive furono piuttosto complicate, tra mediazioni, spiegazioni, precisazioni, ma alla fine rimasi al mio posto”.

Dunque se la neo Presidente Meloni è arrivata dov’è, si può supporre che non è stato certo per potentati economici che l’hanno sostenuta e ai quali dovrà adesso dare conto, ma perché si è dimostrata donna di ideali, non da tutti condivisi certo, e con la capacità di sopportare, senza reagire in maniera scomposta e con risposte politiche argomentate, agli insulti inauditi che in questi ultimi anni ha subito da giornalisti e intellettuali senza che nessuno si indignasse, come quelli del prof. Giovanni Gozzini, docente di Storia contemporanea all’Università di Siena poi sospeso, che ebbe a definirla “scrofa” e “vacca”, e di altri che l’hanno definita “peracottara”, “ortolana e pescivendola”, nonché “cazzara”, insulto, quest’ultimo, di un giornalista durante un dibattito televisivo; per non dire di tutti gli epiteti quali fascista, razzista, odiatrice, omofoba, etc… etc..
Molti altri insulti le sono stati rivolti ancora prima di arrivare a ricoprire il suo ruolo. Si trovano sempre nella sua biografia, alla cui lettura mi sono avvicinato avendo saputo che il volume era stato posto a testa in giù in una libreria della Feltrinelli, e dove vengono riportate le critiche e gli insulti democratici di tante persone:

“Sono rimasta abbastanza basita dalle idee che vengono proposte: sembra veramente di voler tornare al medioevo…”;

“…una bigotta agli occhi del pensiero dominante. Un’impresentabile oscurantista, che si aggira minacciosa nel tentativo di mettere al rogo chiunque voglia favorire il progresso…”

“…mi capita spessissimo – scriveva Meloni – di essere banalizzata, o ghettizzata da certa intellighenzia per le cose che dico, indipendentemente dal come e dal perché lo dico, come se il merito delle questioni non interessasse perché è più importante appiccicare un’etichetta o farmi rientrare nello stereotipo che altri hanno costruito per me”; mi dispiace – prosegue la neo Presidente – essere etichettata da qualcuno come ‘omofoba’”.

“…La loro ostilità è per me come una stella polare che mi conferma che la rotta è quella giusta. Io sono di destra; lo dico, lo ripeto negli incontri pubblici e privati. Lo rivendico con l’orgoglio e la dignità con cui si rivendica una identità, un’appartenenza vissuta. Anche sapendo che definirsi tale significa essere immediatamente esclusi dai circoli dell’èlite, dai salotti radical chic che imperversano in Italia; significa attirarsi l’ostilità e il disprezzo di una buona parte del mondo dei media, degli intellettuali, degli accademici, degli astrali custodi di verità imposte; significa essere additati come oscurantisti, reazionari nella migliore delle ipotesi; nella peggiore, come portatori di un virus dell’intolleranza o di razzismo…”.

Vedremo se il Presidente o la Presidente (si sta già polemizzando su come si farà chiamare) si rivelerà così come l’hanno dipinta in questi giudizi i suoi nemici, che non avendo altro da dire hanno forse favorito la sua ascesa facendola passare dal 2% al 26% ; certo è che Giorgia Meloni da Presidente del Consiglio avrà vita ancora più dura e continuerà ad essere oggetto di oltraggio, ma spero di sbagliarmi.
Diciamolo con franchezza, molti ambienti di sinistra, giornalisti commentatori e opinionisti compresi, hanno provato forte disagio di fronte a questa ascesa di Giorgia Meloni a motivo del fatto di essere “donna e donna di destra”; l’imbarazzo sembra palese a motivo del fatto che nella tradizione dell’ Italia, a partire dal movimento di contestazione del ’68, il mondo delle donne che ha lottato per diritti civili, che ha fatto battaglie su temi etici sensibili come famiglia , aborto e divorzio ingaggiando una forte dialettica anche con il mondo cattolico e la Chiesa, è sempre stato in massima parte di sinistra, e il vedere ora nel ruolo di Premier una donna di destra è apparso imbarazzante.
Questa identità di una donna Presidente del Consiglio che afferma con orgoglio di essere di destra, madre, cristiana e patriota fa provare in certi ambienti riluttanza e scatenare ribrezzo. Questo affermare pubblicamente da parte della neo Presidente “Non ho mai smesso di credere in Dio. Ma la dimensione intima è talmente personale che non può e non deve essere utilizzata come paradigma di un movimento politico collettivo o addirittura di una nazione. La mia fede in Dio, imperfetta, dubbiosa, dolorosa, è mia solo mia. Credo sia così per qualunque altra persona sulla terra”, è qualcosa che provoca imbarazzo non nel popolo italiano, ma in coloro che pensano che la fede la si deve professare in chiesa e nel privato e che pubblicamente possano professare la fede solo musulmani, buddisti, ebrei, taoisti, tranne che i cristiani cattolici.
Sicuramente questo imbarazzo per una donna di destra Premier non lo stanno provando i tanti lavoratori, operai, le fasce più deboli, le periferie da cui la Meloni proviene, i disoccupati, le famiglie che non arrivano a fine mese, le imprese che chiudono, gli emarginati e i poveri, ai quali non interessano i sofismi tra fascismo e post fascismo, i neologismi e le esegesi terminologiche dei salotti televisivi, ma che attendono la risoluzione dei tanti problemi del Paese. Se un governo a guida di una donna di destra, riuscirà a fare questo anche con il contributo critico di una opposizione onesta, sarà un bene per l’Italia, se non accadrà il popolo sovrano saprà tirare, come sempre ha fatto, le sue conclusioni.
La sinistra che, da cattolico, ricordo di aver sempre apprezzato è stata quella del grande Berlinguer, segretario del PCI; una sinistra post totalitaria, democratica e fortemente identitaria, mai supponente e saccente, incarnata nella realtà, nelle fabbriche, nelle lotte sindacali, nei quartieri, portatrice di un pensiero culturale critico e rispettosa della fede religiosa delle persone, al punto che si ipotizzò quel famoso compromesso storico da parte di Aldo Moro.
E mi piace citare, a riguardo, un personaggio politico di sinistra che ho sempre ammirato e la cui onestà intellettuale è grande; parlo di Claudia Fava, che di lotte ne ha fatte, e che non mostra di avere né disagio né paura della neo Presidente Meloni, tant’è che con franchezza e senza nessuna diplomazia in un post su Facebook così si esprime:

“Non credo che in Italia sia a rischio la democrazia. Non credo che Giorgia Meloni proporrà riabilitazioni del fascismo. Non credo che lo spirito autentico della Costituzione repubblicana subirà agguati in Parlamento. E non credo nemmeno che queste mie considerazioni verranno accolte benevolmente da chi preferisce fingersi sulla ridotta dell’antifascismo militante piuttosto che dedicarsi a fare i conti con gli errori e le miserie d’una sinistra che negli anni è diventata una collezione di satrapie e di risentimenti.
Il fiancheggiamento elettorale di alcuni giornali in questi mesi è stato e continua ad essere puerile e grottesco: gli elzeviri quotidiani sulle frequentazioni della Meloni a Colle Oppio, l’adolescenza missina, la retorica borgatara della destra romana… Ma qualcuno pensava davvero che avremmo vinto le elezioni con questa ridicola narrazione apocalittica? E adesso insistiamo a raccontarci un day after dove a noi tocca la nobile postura degli ultimi resistenti, la linea del Piave della democrazia italiana, contro il dilagare del neofascismo…
A me faceva assai più paura l’idea proprietaria che avevano di questo paese e delle sue istituzioni i governi Berlusconi, con gli avvocati e i commercialisti del cavaliere chiamati a far i ministri. Però oggi è meglio fare gli orgogliosi antifascisti con la signora Meloni e attingere alla spazzatura del web per raccontare le malefatte del padre: un modo facile per assolverci. E per parlar d’altro”.
(Claudio Fava)

A questo punto, diciamocelo però chiaro, la verità è che viviamo in una nazione divisa in due blocchi che si guardano come nemici , e che è giunto il tempo di trovare affinità più che divergenze e di smetterla con l’insulto e la superiorità morale. Certo si tratta di due parti con visioni culturali, sociali, etiche ed economiche molto diverse, ma occorre uscire dal tunnel della doppia morale per cui le parti, a fasi alterne al governo, danno l’impressione di pensare e parlare in modo dogmatico ostentando il possesso della verità, stabilendo dov’è il bene e il male, giudicando, emanando sentenze, assoluzioni e condanne. Ci sono cose invece che le due parti, chi al governo e chi all’opposizione, devono avere in comune: essere “costruttori di repubblica”, “costruttori di democrazia”, “risolvere i problemi degli italiani”.
Ci aspettiamo un governo e una opposizione che sappiano testimoniare l’altra faccia della politica, quella in grado di smentire, con i fatti, tutte quelle persone che non sono andate a votare e che si sono ormai rassegnate a pensare che la politica non è altro che scontro, lotta per la ricerca di potere, e pertanto con un volto diabolico in quanto la smania del potere induce al ricorso di qualsiasi mezzo, anche il più scorretto e disonesto, pur di conquistarlo e mantenerlo.
Ci aspettiamo parlamentari e senatori che, nei loro ruoli di governo o di opposizione, sappiano testimoniare l’altra faccia del potere, quello cioè che non si fa servire ma che, al contrario, viene esercitato come servizio all’intera comunità, allo Stato in quanto garante del bene comune. E’ giunta l’ora di smetterla con questa politica “ring – arena” dove in ogni istante e in ogni provvedimento che si pone in essere alcuni devono vincere e altri devono perdere; urge costruire un Paese dove, pur con la legittima e necessaria dialettica, si punti sui valori del dialogo, della libertà, della solidarietà, dell’uguaglianza e della giustizia non “predicati” ma “testimoniati”. Da tutti. Destra, centro e sinistra. Utopia? Forse! Ma se non ci sforza di tendere verso questi ideali repubblicani, i governi possono alternarsi, ma alla fine non cambia nulla.
Oggi non serve più la politica menzogna, quasi che mentire fosse un obbligo; non è così. La menzogna viene sempre a galla, ritorna più a danno che a utile. Se è vero che Bismarck – come scriveva Don Sturzo – “diceva di usare in diplomazia la verità per far credere il contrario, è più esatto affermare che la verità in diplomazia è un mezzo che presto o tardi produce i suoi frutti inestimabili di comprensione, fiducia, simpatia e solidarietà”.
Oggi serve una politica che coniughi idealità e realismo, valori etici, abilità e competenze; una politica che non abbia timore di dire il no, che non prometta quel che dubita di poter mantenere, che non rimetta a domani quel che può fare oggi e che non faccia in fretta quel che può fare domani con calma.
Serve una politica più moderata e più umile e che abbia la consapevolezza di capire che la folla che applaude durante i comizi è la stessa folla che potrà un domani essere avversa.
L’Italia, ma è una mia opinione, non è né di destra né di sinistra, è un Paese di centro, di moderati che le leggi elettorali, purtroppo, hanno costretta a barcamenarsi ora destra ora sinistra. La moderazione è una visione politica virtuosa, che evita posizioni estreme, che sa dialogare, trovare il sano compromesso per il bene comune.
E’ quella moderazione che auguriamo al nuovo Governo, alla maggioranza e all’opposizione, per il bene della Nazione.

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