Combustibile delle mie brame…l’opinione di Rita Faletti

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La corsa al rialzo continua: il prezzo del gas ha raggiunto 320 euro al megawattora e la preoccupazione che si tratti solo di una tappa in una pericolosa escalation richiede sangue freddo e tempestività nel trovare soluzioni che tranquillizzino le famiglie e mettano in sicurezza le imprese. Lo scorso luglio i ministri dell’Energia dell’Ue hanno concordato il taglio della domanda al 15%, escludendo le industrie e prevedendo deroghe per Paesi in condizioni particolari. La Commissione europea si è anche impegnata a slegare il costo dell’energia elettrica dal costo del gas. Fronteggiare la crisi energetica si deve e si può, benché nessun governo nazionale sia in grado di controllare i fattori globali che concorrono a spingere in alto i prezzi,  ingiustificati a certi livelli. Uno dei fattori è rappresentato dalle liberalizzazioni nel mercato energetico di Amsterdam, con diverse aree di scambio in cui aziende e investitori contrattano mensilmente per le forniture di gas (i cosiddetti future). L’acquisto del combustibile  diventa così una questione di pura finanza, che rende difficile stabilire un price cap, come Draghi propone da tempo. Il gas è dunque al centro di una questione intricata per essere il combustibile fossile dal quale tutti i paesi europei dipendono, non nella stessa misura, ed essendo la Russia il primo fornitore dal quale è complicato sganciarsi durante una guerra in corso, finanziata, alimentata e nutrita proprio con i soldi di chi quella guerra ha condannato. Senza i combustibili fossili, che costituiscono la principale fonte di ricchezza di Mosca, l’invasione dell’Ucraina non sarebbe stata possibile. Quando la Russia invase la Crimea nel 2014, Stati Uniti e Unione europea pubblicarono un comunicato congiunto per promuovere l’importazione in Europa del gas naturale liquefatto prodotto negli Usa. Il gas statunitense doveva salvarci dalla dipendenza dal gas russo. Non si fece nulla. Quando gli Stati Uniti di Truman, dopo la conclusione della WW2, decisero, con il Piano Marshall, di aiutare economicamente un continente ridotto a pezzi da una guerra disastrosa causata dalle ambizioni di un criminale pazzoide che voleva dominare l’Europa, pretesero che in nessun governo europeo sedessero i comunisti. Ogni elargizione o concessione è una faccia della medaglia, l’altra sono le condizioni. Durante la Guerra Fredda, un grande presidente americano, il repubblicano Reagan, ebbe il merito di aprire il dialogo con l’Unione Sovietica di Gorbacev , ma questo non gli impedì di vedere con lucidità le differenze di sostanza tra democrazia e totalitarismo e di esprimere la propria contrarietà riguardo la costruzione di un gasdotto che dall’Unione Sovietica arrivasse in Europa. Oggi, il Nord Stream attraversa il Baltico e porta il gas russo direttamente in Europa passando per la Germania. E’ la dimostrazione che gli affari non sempre vanno a braccetto con ciò che essendo saggio è anche giusto, ammesso che il saggio e il giusto, come categorie del pensiero, non siano percepite in maniera differente  nel tempo del relativismo multiculturale e religioso e dei complottismi uguali e contrari. Così, la saggezza di Reagan non servì a scalfire gli obiettivi delle grandi aziende del settore petrolifero del calibro di BP, Exxon, Shell, Equinor, Eni, che  facevano affari con i combustibili fossili sovietici e hanno continuato a farli anche dopo l’invasione della Crimea nel 2014. E siamo arrivati a oggi. Gli europei  hanno preferito alla saggezza e all’autonomia energetica affidarsi a un fornitore che calpesta i diritti umani e il diritto internazionale, un autocrate per il quale il popolo ucraino non è che un intoppo alle sue mire imperialistiche e che, alla maniera di Stalin che si sbarazzava dell’uomo per eliminare il problema, sta facendo di tutto per sbarazzarsi degli ucraini perché non ne vogliono sapere di diventare uno stato fantoccio. E cosa fa l’Europa? Ricorre all’arma sanzionatoria  nel tentativo di fermare l’eccidio in corso, non volendo mettere gli scarponi sul terreno, esattamente come è accaduto in Siria e Iraq dove sono stati i curdi a combattere contro i miliziani dello Stato islamico, senza ricevere neanche un grazie. Si manda avanti la “carne da cannone” quando le nostre libertà sono minacciate e le nostre fragili democrazie traballano sulle loro basi e non si comprende che una eventuale resa da parte degli ucraini sarebbe anche la nostra resa al tiranno.  Ma l’Ucraina vincerà, vincerà perché lo merita, vincerà perché è un paese di gente tosta e determinata, vincerà come vincono i buoni nei film americani dove il bene trionfa. Non è sempre così, purtroppo, ma mi sono affezionata a quell’idea, mi piace credere che gli ucraini vinceranno e vincerà il loro coraggioso e degnissimo presidente. Se sono in molti a crederlo, potrà accadere. Stiamo al loro fianco e evitiamo, per carità, di girare la testa dall’altra parte come abbiamo fatto quando gli ebrei venivano deportati e uccisi.

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