Cgil: “Realtà aziendali e salario”

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È un refrain quotidiano quello cui assistiamo incontrando i lavoratori: ” con i salari così bassi non riuscivamo a vivere dignitosamente già prima della tempesta inflazionistica e dell’aumento dei beni. Ora, con gli aumenti spropositati di quasi tutto, non ci resta niente se non per piangere… miseria”.

Esso descrive limpidamente lo stato dei lavoratori dipendenti del nostro territorio.
“Abbiamo detto – in diverse circostanze – che il nostro tessuto produttivo, per quanto importante possa essere, non produce benessere diffuso, se non per una nicchia di lavoratori afferenti a specifiche attività, mentre per la maggior parte dei lavoratori si registra, giorno dopo giorno, la limitatezza del salario, ormai del tutto insufficiente ai bisogni della vita -rilevano Carmelo Garaffa, Segretario Flai Cgil Ragusa, e  Salvatore Terranova, Segretario Generale Flai Cgil Ragusa -. 
Su questa caratteristica territoriale si dovrebbe appuntare l’attenzione di tutti, perché essa rileva che le aziende nel ragusano tendono a non tenere in adeguata considerazione il livello complessivo del benessere della comunità ove esse insistono. Cosi come pensiamo che sembra non essere neanche obiettivo delle istituzioni più vicine ai cittadini. Un punto di lungimiranza aziendale sarebbe quello di saper tenere in conto i criteri propri di gestione di un’azienda con la capacità di renderla compatibile con i valori di una comunità democratica vocata al benessere dei suoi membri. Se dovessimo analizzare approfonditamente la nostra realtà ragusana non sarebbe fuori luogo asserire che vi è la netta prevalenza di meccanismi oppressivi del valore del profitto e in moltissimi casi la sottovalutazione degli effetti di questo modello imperniato sul “pan profitto” sul tessuto e sulla qualità della vita dei componenti della nostra comunità.
Vi è  uno spostamento notevole, anche culturale, ad eccezione di poche aziende, che dà priorità assoluta alla meccanica del profitto, i cui effetti sono il disconoscimento delle storie di vita rappresentate  dai lavoratori all’interno un territorio, apparentemente ricco, ma che in realtà riesce a camuffare le sue tante vere e drammatiche criticità sociali.
Chi oggi intrattiene rapporti di dipendenza lavorativa con aziende agricole o con quelle vocate alla produzione zootecnica e con la  miriade di aziende nel settore dell’artigianato alimentare vive una storia di sotto-paga che fa a pugni sia con le previsioni dei contratti collettivi che si dovrebbero applicare sia con una organizzazione della vita dignitosa. Badate bene che non ci stiamo riferendo al lavoro nero, diffusissimo da noi, che va dal lavoratore immigrato, magari non regolare, che lo fanno lavorare di notte, dalle 2.00 in poi, nelle serre, pagato con un briciolo di euro, al lavoratore (per lo più donne) utilizzato nei magazzini agricoli pagati meno di 5 euro all’ora, spesso lavorando più del previsto e senza ricevere il pagamento delle ore straordinarie effettuate. Per non dire ciò che avviene nelle aziende di trasformazione di materie come latte e altro dove si  inizia a lavorare la mattina presto e non si sa quando si potrà staccare dal lavoro. Per questi lavoratori il risultato salariale è sotto gli occhi di tutti: buste-paga risicate, al limite della legittimità.
O vogliamo parlare di chi fa il bracciante nelle aziende agricole, che lavora tutti i giorni e si trova in busta pagate mediamente 10/12 giorni al mese a fronte delle 25/26 giornate realmente effettuate ?
Se lavorasse solo 10 giorni al mese non ci sarebbe nulla da eccepire, ma i braccianti lavorano tutti i giorni, come gli altri lavoratori, ma vige il sistema tutto interno all’agricoltura che le giornate lavorate ma non pagate dall’azienda verranno indennizzate con la disoccupazione agricola pagata dai contribuenti.
Oggi in agricoltura  – concludono i due sindacalisti – il modello dominante a Ragusa è quello impostato sul riconoscimento al lavoratore da 102 a 110 giornate all’anno.
Siamo forse in una fase particolare del mondo del lavoro le cui contraddizioni prima o poi emergeranno sulla superficie della consapevolezza pubblica e sociale e costringerà i decisori politici, istituzionali e quelli aziendali a dover prendere le necessarie contromisure.
Siamo dunque ad un bivio. Si deve cambiare  registro e modello, facendo via via emergere una nuova impostazione dei rapporti tra azienda e lavoratori, grazie alla quale quest’ultimi possano diventare veri cittadini dignitosi e rispettati per il lavoro che svolgono.
Non sarebbe forse peregrino aprire una riflessione circa l’ossatura economica di questa parte di territorio, per ricondurlo a finalità più adeguate e più conformi9 alle esigenze della comunità, impegnandoci,  tutti, per portare la condizione salariale dei lavoratori dentro un quadro di rispetto della valenza  costituzionale che essa ha”.
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