Letta-Conte: prove di alleanza …l’opinione di Rita Faletti

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© Rita Faletti

Memorabile l’estate del 2019 non per caldo eccessivo ma per il Papeete, menzionato come metafora di Salvini e del suo declino politico dal Pd che avrebbe dovuto pasteggiare a Mojito a pranzo e a cena. Fuori la Lega e dentro il Pd nella nuova avventura giallorossa.  Una toccata e fuga con accattonaggio finale. Ma chi si è salvato? Si è salvata la fedeltà all’Europa, unico merito del Conte 2, che per patente inadeguatezza non ha però retto alla doppia sfida pandemica e economica. Con la fine del governo giallorosso, grazie alla visione e alla determinazione di Matteo Renzi, al quale il Partito democratico si ostina a non riconoscerne il merito, si è conclusa l’indissolubile alleanza Zinga-Conte, sostituita da quella Letta-Conte, premessa per “un’affascinante avventura”. Gli uomini cambiano ma il populismo rimane. Straripante nel primo governo Conte,  più in sordina nel secondo (in tre anni l’Italia ha avuto un presidente del Consiglio che in Europa si vantava di essere populista) sotto traccia con Letta. Se i precedenti governi di sinistra non si potevano accusare di populismo, dal 2018 esso è entrato a pieno diritto nel partito della sinistra, diventando il motore di alleanze e l’ispiratore di programmi. Che vuol dire essere populisti? Non ci interessano le definizioni che se ne danno, differenti per la nebulosità del termine che si adatta ai differenti scopi, ci interessano le implicazioni nel Conte 1 e 2. Il populismo ha significato principalmente trovare il sistema per distribuire denaro pubblico a una base sempre più ampia di questuanti senza chiedere nulla in cambio. E’ così che non si aiuta un Paese e se ne affonda l’economia, già a terra prima del Covid-19. Non serve oggi cercare i responsabili in un passato prossimo, si conoscono e se ne conoscono le giustificazioni: i numeri in Parlamento usati dai Dem come alibi per andare all’inseguimento dei populisti. Una fandonia che nasconde la ragione vera: la ricerca del consenso. Invece di affermare la propria vocazione di partito che difende il lavoro, il Pd si è sistemato al seguito di chi ha promesso l’assistenza dello Stato a chiunque ne facesse richiesta e ha cancellato il valore dell’impegno del merito e delle competenze. A tre anni di distanza dalle origini e dopo i disastri compiuti nel suo nome, il populismo si è rintanato dietro una facciata di cambiamento. Salvini non parla più di uscita dall’euro e di quota 100, i grillini fanno orecchie da mercante quando si ricorda loro il fallimento del reddito di cittadinanza e il decreto dignità, presi come sono dalla ricerca di un’identità lontano da Rousseau e con Conte capo del movimento. Il governo Draghi, da sperare che duri un’eternità, ha messo tutti d’accordo malgrado non sia il governo ideale né del leader della Lega né dei Cinque stelle né del Pd, forse il più vicino alle posizioni culturali del presidente del Consiglio. E’ tuttavia palese che tra i democratici c’è chi ancora rimpiange Conte, come Bettini, il quale ha parlato di riformare il capitalismo. Obiettivo che non può mancare nella sinistra affamata di consenso, che in mancanza di idee ricorre agli abusati stilemi. Una punzecchiatura mimetizzata alla ricchezza, con cui il capitalismo viene identificato. Messaggio di chi contrabbanda se stesso per amico del popolo e lo illude non tanto che un Paese della ricchezza debba o possa fare a meno, è infatti difficile dimostrare che da essa si possa prescindere per sconfiggere la povertà o migliorare le condizioni di vita della società, quanto di chi la ricchezza la produce. Come dire che il pane è necessario ma non lo è il fornaio che lo produce. Ma Bettini ha la pretesa di riformare il capitalismo senza dirci come. Cos’è davvero il capitalismo? Non è un’ideologia, è la realtà. E’ il complesso delle relazioni economiche fondate su produzione, vendite e acquisti tra esseri liberi, in un mercato globale fatto di domanda e offerta che ha trasformato le condizioni di vita di intere popolazioni, emancipandole dalla povertà e consentendo loro di crescere. In che modo vorrebbe il signor Bettini riformare il capitalismo? Chi vorrebbe convincere e con quale riferimento culturale che non fosse il solito piatto riscaldato dei profitti di un’azienda privata come furto ai danni dei lavoratori? Vada a dirlo alla Cina comunista che ha adottato il capitalismo dopo averne osservato le conquiste in occidente e imparato magnificamente la lezione. La Cina capitalista ha sconfitto la povertà. Noi dobbiamo ancora sconfiggere i pregiudizi di chi vorrebbe trasferire tutto nelle mani dello Stato. Che già si prende la metà di quello che l’economia italiana produce e che non è in grado di investire non sapendo dotarsi delle risorse umane adeguate, non sapendo acquistare i beni di cui abbisogna, non sapendo far funzionare la giustizia civile, avendo promosso un modello di scuola corporativa che non vuole né giudicare per paura di ritorsioni né essere giudicata per timore della bocciatura, non sapendo né gestire né controllare. Bettini dovrebbe invece convincere la nuova segreteria del Pd a riformare il funzionamento dello Stato o farebbe meglio a tornarsene in Thailandia. Nel 2019 Draghi aveva detto: “L’Italia rispetti le regole, faccia le riforme”. Da allora il calendario delle riforme non si è spostato di un giorno. Letta ha sostituito Zingaretti. E’ un nuovo segretario che serve a un partito o una nuova linea politica?

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