Personaggi degli Iblei di ieri… di Domenico Pisana

Il modicano Giorgio Buscema, giornalista e scrittore
Tempo di lettura: 2 minuti

Un personaggio indelebile nella memoria collettiva iblea e che si è fatto apprezzare per le sue qualità culturali, le sue opere, per le sue doti umane e per la sua professionalità giornalistica, è Giorgio Buscema. Nato a Modica il 23 marzo 1937, fu docente elementare per oltre 35 anni, dedicandosi all’educazione di generazioni di studenti e rimanendo scolpito nel loro cuore come un “maestro” di scuola e di vita.
Intensa è stata la sua attività giornalistica. Iniziò a scrivere, già all’età di 16 anni, sul giornale “L’isola”, fino a quando non divenne corrispondente del quotidiano “La Sicilia” seguendo tutti gli eventi della città di Modica, da quelli politici a quelli storici, culturali, sportivi e di cronaca giudiziaria, fino a pochi giorni prima della sua morte.
Nella sua lunga attività giornalistica ebbe anche collaborazioni con “La Gazzetta dello sport”, “L’Avvenire” e “Il Giornale d’Italia”, come pure non mancò di animare periodici locali quali “La Voce di Modica”, “Il Corriere di Modica”, “Il cittadino”, di cui fu direttore responsabile, “Il messaggero della Madonna delle Grazie”. Fu anche tra i promotori di “Radio emmeuno”, direttore della Testata giornalistica “Teleuno”, collaborando, successivamente, con Video Mediterraneo.
Parecchio rilevante è stata anche l’attività culturale di Giorgio Buscema. Oltre ad essere stato componente del consiglio di amministrazione dell’Ente Liceo Convitto di Modica, ricoprì anche, per due volte, la carica di Presidente del Lions Club di Modica, di cui fu socio fondatore. Significativo il suo apporto anche nella realizzazione del Museo delle arti e tradizioni popolari curato dall’associazione “Serafino Amabile Guastella” e ubicato nel Palazzo dei Mercedari di Modica, nonché l’impegno profuso per lo sviluppo turistico-culturale di Modica nella sua qualità di vice-Presidente della Pro Loco.
A lui e a al presidente della Proloco del tempo, Raffaele Galazzo, si deve l’istituzione del “Premio alla modicanità, la cui ultima edizione, sotto la sua gestione, si è svolta nel 2007. Buscema morì il 4 agosto 2011.
Egli fu un attento interprete dei fenomeni culturali, delle tradizioni, dei costumi e delle consuetudini della terra iblea. Oltre ai numerosi saggi da lui scritti, due sono le sue principali pubblicazioni: “C’era una volta in Sicilia”(1985),“Vitaliano Brancati e Modica”(2008).
La prima opera, “C’era una volta in Sicilia”, si colloca dentro l’orizzonte etnoantropologico degli Iblei, interpretandone il percorso umano e sapienziale con originalità e compartecipazione emotiva. I fatti e le storie raccontate da Buscema offrono senza dubbio l’occasione di guardare al passato e di immergersi nel patrimonio tradizionale del popolo siciliano, non per contemplarlo o incensarlo, né per un atto di mero conservatorismo, ma per testimoniare, come sicuramente è stato nell’intento dello scrittore, che vale la pena sforzarsi di fare della memoria storica la vera maestra di vita per ogni tempo. Il volume, che si snoda su un livello storico-antropologico, un livello letterario, un livello etico- sapienziale e iconografico, ricostruisce spaccati storici del vissuto del popolo siciliano e ibleo in particolare, delineandone i contorni umani, sociali nell’alveo della tradizione etno-antropologica del Salomone Marino, del Pitrè e di Serafino Amabile Guastella. Il primo dato importante che il libro ci offre è la originale riproposizione del rapporto tra storia e memoria.
Con le sue pagine Buscema fa riflettere sul fatto che “noi siamo il nostro luogo”, i nostri luoghi: luoghi reali o immaginari, che abbiamo vissuto, accettato, scartato, combinato, rimosso, inventato. L’Autore riesce a far emergere quasi un sentimento dei luoghi, una geografia della memoria in cui si staglia una mappatura di eventi, personaggi, miti ed emblemi che si sono rivelati più a lungo e più intensamente memorabili nel vissuto collettivo siciliano e ibleo.
Questo libro ha dunque un suo valore letterario perché le “storie di vita” che Buscema racconta disegnano una sorta di prosopografia “dal basso”, distribuita su racconti articolati sia su momenti soggettivi che su momenti comunitari, con un livello narrativo di memoria territoriale: la vita in famiglia, il fidanzamento, i rapporti tra uomini e donne, gli approcci amorosi, i riti, le credenze, le magie, il senso sacro della vita, la nascita e la morte, etc,,,
Di fronte alla considerazione dei giovani che hanno ormai perso il senso della memoria (quella che conservava e tramandava in primis la famiglia con i suoi riti, le sue occasioni periodiche di incontri parentali allargati e la trasmissione per narrazione da parte degli anziani), il compito di un racconto letterario è quello di far capire che non può esserci “oggi senza passato”. E questo è quello che in fondo scaturisce dalle pagine del libro di Buscema, che mirano a far capire come e perché la società di oggi è diventata quella che è, e dunque come siamo fatti noi, uomini dei nostri giorni. Bene ha fatto l’Autore, in tal senso, a corredare i suoi racconti di un apparato iconografico che rende visivamente percepibili i lineamenti di una società e di una cultura degli affetti, dell’amore, del lavoro, del matrimonio, dell’educazione dei figli, del comparatico. Le foto che accompagnano i testi narrativi sono pertanto una preziosa raffigurazione della memoria collettiva, sono la rappresentazione di un mondo semplice e ricco di afflati di umanità. Un mondo, certo, che oggi è quasi scomparso, ma che Buscema non ha voluto cancellare dalla memoria, dagli affetti, dal ricordo collettivo.
La seconda opera di Buscema, “Vitaliano Brancati e Modica”, ricostruisce, attraverso testi narrativi di Brancati, testimonianze, articoli e documenti, foto e materiali vari, la “dimensione relazionale” tra lo scrittore pachinese e Modica, facendo emergere le connotazioni essenziali di un processo affettivo divenuto “letteratura e cinema” .
Scorrendo infatti le pagine del libro , si ha, ad esempio, il piacere di leggere le testimonianze di alcuni personaggi del film “Anni difficili”, uscito nel 1948, e tratto dal racconto di Brancati “Il vecchio con gli stivali”, pubblicato nel 1944; testimonianze come quelle di Massimo Girotti e dello stesso regista del film Luigi Zampa, nonché di modicani con il ruolo di semplice comparsa, come il professore Alfredo Garofalo, reclutato per assumere il ruolo di un militare tedesco, e il rag. Raffaele Di Maria, che prese parte ad una scena ripresa nei locali della Società Operaia. Questo volume di Buscema rimane oggi come “segno” della sua personale testimonianza affettiva, nonché di quella di Brancati, per la città di Modica.
La sua ricostruzione ha il pregio di tessere, come in un mosaico, le angolazioni scrittorie di Brancati, specialmente del romanzo “L’amico del vincitore”(1932), ove Moduca, – così la chiama – “città della Sicilia, nella quale i giovani del paese si recavano per compiere gli studi”, viene osservata nelle sue articolazioni paesaggistiche.
Il materiale che Buscema è riuscito a mettere insieme e che vede al suo interno, oltre a frammenti di alcune opere di Brancati anche interventi e scritti di Leonardo Sciascia, Corrado Brancati, Domenico Rapisardi, ha una strutturazione teleologica poggiata su accorgimenti letterari che danno di Brancati le coordinate di uno scrittore che vive il suo rapporto con la città di Modica in modo intenso e fortemente connotato da rintocchi affettivi e memoriali. Giorgio Buscema riesce con maestria a far cogliere tutto ciò che Brancati trasporta nella sua narrazione, e in particolare le luci e le ombre inquietanti del Sud, di questo particolare lembo di Sicilia, del quale fa risaltare la “pulsione barocca” che si sprigiona dalla forza delle pietre e del paesaggio. Questo libro può ritenersi certamente, nella sua sintesi, un documento letterario che serve a ricordarci del rapporto di Buscema con la sua Modica per il tramite di Brancati, e a non dimenticare che l’ex capitale della Contea è divenuta con Vitaliano Brancati letteratura e rappresentazione cinematografica, “lezione ironica ed umoristica” consumata all’interno di un viaggio attraverso il fascismo. L’opera di Buscema è sicuramente un mosaico nel quale è incisa la “narrazione brancatiana” di luoghi baciati dal sole e sovrastati dall’armonia di colline come il Pizzo, l’Itria, e , in particolare, Monserrato, di cui immagini esaltanti colgono la poesia e l’incanto come in una mitica fiaba.
Per concludere proponiamo tre brani delle opere di Buscema.
I primi due testi che riportiamo sono tratti da “C’era una volta in Sicilia”(1985). Buscema descrive l’ethos della famiglia patriarcale in ordine al fidanzamento e al matrimonio, che dovevano tener conto anche delle credenze religiose, nonché la dimensione del comparatico con relative tresche sentimentali. Il terzo brano è tratto dall’opera “Vitaliano Brancati e Modica”.

Da: C’era una volta in Sicilia(1985)

“… Se la ragazza stava in ozio, sarebbe stata una moglie ‘lagnusa “, vale a dire infingarda, fannullona e pigra; se stava masticando qualcosa era peggio, perché sarebbe stata una moglie ‘mangiataria ‘ che avrebbe mandato la casa in rovina; se stava tessendo, era un buon indizio, perché sarebbe stata massara’; se stava spazzando la casa, sarebbe stata moglie pulita e onesta; se stava filando, sarebbe stata ‘figghialora’ ; se rappezzava, sarebbe stata ‘ccu la manu stritta’, economica; se faceva la calza, sarebbe stata moglie ‘amorosa’…”(p.17)

“… Una fanciulla siracusana, devota di S. Filippo, s’era fidanzata con un giovane che alla vigilia delle nozze si ammalò. La fidanzata si recò a visitare lo sposo promesso e trovò che al suo capezzale pendeva un quadro dello Spirito Santo. Non ci vide più. Prese il quadro e lo fece a pezzi calpestandolo con stizza. Poi impose, pena la rottura del fidanzamento, che il giovane sostituisse quell’immagine con un’altra di S.Filippo…”(p.16).

“Nella leggenda del ‘Marinaio di capo Feto’ la moglie di un fattore si era incapriccita di un marinaio. I due se la spassarono e lei divenne incinta. Fin qui tutto normale. Ma l’amante volle che Nino le battezzasse il figlio nato dalla colpa. Quanti sono i ‘compari’ che sono padri dei loro fi-gliocci? Saranno tanti e tanti ma è una situazione alquanto difficile e scomoda; Comunque Nino era afflitto dalla nuova situazione e voleva partire, perché c’era ormai ‘lu San Giuvanni nel mezzo’. La donna, però, lo allettava a rimanere, così tuffi e due continuavano la tresca di nascosto del marito. I due si davano convegno sulla spiaggia. Per strada la donna incontrò un pellegrino che l’esortò a troncare. La comare non se la diede per intesa e corse fra le braccia di Nino. San Giuvanni che non poté sopportare l’affronto, scosse una vicina roccia con la quale fece schiacciare i due peccatori …”(p. 51-52)

Da: Vitaliano Brancati e Modica(2008)

… Anche da affermato scrittore Brancati rimase molto legato alla nostra città, tenendo sempre un forte legame affettivo con essa, un legame che qualcuno ha voluto definire di amore-odio, ma che in effetti fu sempre ispirato ad un grande attaccamento che si correlava agli anni della fanciullezza, ad un ricordo indelebile di quel periodo, probabilmente anche al trauma del distacco dai tanti amici che aveva lasciato… s’è voluto ricordare il grande Brancati, certi anche d’aver contribuito a riscoprire, e far riscoprire, il suo grande amore per quella Modica, lasciata “a dieci anni, un mattino di luglio dopo una notte di luna trascorsa nel giardino di un amico, questa città che non conta un’ora, un minuto che non sia brillante di sensazioni vivacissime”. (p.12-13)

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