Cgil Ragusa: “Le aziende e i lavoratori al tempo del covid-19”

         La crisi effetto della pandemia da corona-virus ha sconquassato molte attività produttive, eccezion fatta per quei settori produttivi cosiddetti primari, che nel periodo del lock-down hanno mantenuto se non aumentato addirittura il volume della loro produzione.                  L’ossatura produttiva e quella dei servizi di questo territorio hanno comunque, in maniera marcata, da un giorno all’altro dovuto chiedere i battenti e sospendere produzione e lavoratori. Di fronte al congelamento quasi totale di un territorio, che comportato restrizioni durissime e rigide per i suoi più importanti punti di forza, ossia di quelle attività produttive che ne hanno fatto nei decenni una piccola ma rilevante geografia dinamica e ricca, il prolungarsi indefinito della inattività forzata avrebbe comportato di certo lo “scomponimento” dell’assetto produttivo territoriale, se non ci fosse stato l’intervento statale, che ha, nell’arco di alcune settimane, elaborato strumenti necessari a porre  rimedi all’avverarsi di un possibile collasso epocale, ad un tempo economico, sociale e sanitario, che ha investito l’intero territorio nazionale.

“Dinanzi al blocco prolungato di gran parte del mercato e delle attività industriali di beni non essenziali, del restringimento massiccio del commercio – lamentano Salvatore Terranova, del  Segretario generale della Flai Cgil Ragusa, e Antonio Modica, Segretario generale della Filcams Cgil – lo Stato ha predisposto tutta una serie di misure, tra cui quelle tese a consentire a tutte le imprese di sgravarsi del costo del lavoro per il periodo di contenimento antivirus, attraverso misure di sostegno al reddito per i lavoratori. Stiamo riferendoci alle varie articolazioni della cassa integrazione, che dovrebbero significare un rimedio per l’azienda costretta a chiudere in tutto o in parte, limitando le attività o bloccandole del tutto.

Certo, sia pure di passaggio, non possiamo sostenere che le misure adottate hanno e stanno risolvendo le difficoltà in cui sono occorse imprese e lavoratori. Invero, spesso non per l’inefficacia degli strumenti adottati, quanto per i ritardi con cui gli effetti di tali strumenti sono arrivati o non sono ancora arrivati ai destinatari designati.

Per noi l’impresa è il luogo di creazione del valore socio-economico ed è sempre il punto di partenza da cui si irradia, non solo ricchezza e benessere, ma dove si costruisce anche la partecipazione alla vita sociale. Ovviamente ci riferiamo alle imprese che  hanno nella propria intrinseca genetica il valore della responsabilità sociale, qualità che dovrebbero mantenere sia nella fase di crescita che in quella di deflessione. L’impresa è tale anche e soprattutto quando, pur nel declino dei cicli produttivi, riesce a proteggere se stessa, magari riorganizzandosi, unitamente alle sue risorse umane.

Siamo appunto in una temperie in cui la tragicità virale sta mettendo a dura prova quella – per la verità friabile – stratificata sedimentazione culturale della responsabilità sociale della cornice imprenditoriale di questo territorio.

Noi siamo convinti che quando nasce una azienda assieme ad essa nasce anche un mondo nuovo che ha a che vedere con il tessuto sociale, con l’ambiente, con la salubrità o meno delle nostre città, con qualità dell’essere cittadini. Questa dovrebbe essere la matrice genetica e culturale di qualsivoglia intrapresa.

Ebbene, qui, nel nostro territorio, molte di queste aziende, in questo terribile frangente, stanno dimostrando la qualità del loro rapporto rispetto alla responsabilità su di loro ricadente, cioè di essere, assieme ad altri soggetti istituzionali, le tenutarie dell’equilibrio sociale.

Per queste aziende il nostro riconoscimento è immenso, perché grazie ad esse, in questo lembo di territorio, pur nelle greve difficoltà, se fino ad oggi sia stato scongiurato un corto circuito sociale. Fin qui abbiamo potuto sperimentare come lo sviluppo di questo territorio ha trovato radice fertile in sistemi imprenditoriali che hanno saputo coniugare sufficientemente assetto economico e assetto sociale. E’ chiaro che ciò non può durare ancora molto. Le aziende hanno una soglia, oltre la quale non possono condursi, perché impoverendo se stesse impoveriscono complessivamente anche il territorio. Ed è questo il punto in cui, a fronte di crisi devastanti, è fatto obbligo allo Stato di intervenire. Dovrà esso farsi carico, quindi la collettività, farsi carico del ruolo di ripristinare le condizioni minime affinché le attività delle imprese possano ricominciare o riannodare le file per ricreare sviluppo lungo il trinomio ricchezza-benessere orizzontale e salvaguardia dell’ambiente.

Accanto a queste “condizioni nobili” non è inconsueto fare riscontro di realtà imprenditoriali che sono la negazione perfetta dell’imprenditoria e simboli negativi del disconoscimento della loro valenza sociale.

Oggi – proseguono i due sindacalisti – sono facilmente rinvenibili, in questo nostro territorio,  imprese, afferenti a tutti i settori produttivi, che stanno facendo strame di ogni valore, dal valore della persona-lavoratore al valore degli organismi statuali da cui esse attingono risorse pubbliche. Imprese che approfittano degli strumenti finanziari che lo Stato mette a loro disposizione e/o per i lavoratori e li utilizzano impropriamente per fini speculativi e non per ciò cui sono finalizzati. E’ il caso di quelle aziende, insistenti nella civilissima Provincia di Ragusa, che hanno messo i propri lavoratori in cassa integrazione con totale sospensione o con riduzione oraria, costringendoli comunque a lavorare normalmente. Lavoratori che risultano per l’Inps in cassa integrazione e che in realtà, invece, ogni mattina vanno regolarmente al lavoro e non  per libera scelta, ma per obbligo indotto.

E’ chiaro che sono fatti non nuovi; anche in passato sono state accertate queste disfunzioni che hanno negativa ricaduta economica e sociale, è presumibile però che in un contesto connotato da crisi devastanti, come quella che stiamo sperimentando sulla nostra pelle, tali comportamenti di inciviltà imprenditoriale possano avere ancora più probabilità di accadere, ovvero di lavoratori sotto cassa integrazione a cui è imposto di lavorare tutta la giornata, altrimenti rischiano, appena sarà possibile, di essere cacciati.

Senza false ed ipocrite contorsioni,  lo diciamo subito ed espressamente che non ci sentiamo di attribuire responsabilità al lavoratore che si predispone ad accettare un suo utilizzo illegale, consentendo in tal modo al datore di lavoro di commettere truffa (il lavoratore viene pagato dalla collettività e non dal suo datore del lavoro) e nel frattempo sta lavorando anche se l’azienda ha dichiarato la propria contingente crisi.

Si concretizzano in tal modo queste forme di approfitto duplice, nei confronti della forza lavoro e nei confronti dello Stato, che peraltro sono sempre presenti e trovano molto spesso modalità di attecchimento nel perimetro delle attività di impresa, perché molto spesso viene meno non solo il senso civile, in molti casi per paura,  di chi è parte debole nel processo lavorativo, ma soprattutto e con maggiore gravità da parte di chi ha l’obbligo di vigilare a che avvenga la legittima, conforme e appropriata finalità ed utilizzazione delle risorse pubbliche, frutto del sacrificio dei contribuenti.

Come dire che  lo Stato non assolve pienamente e viene meno al ruolo statuale cui è chiamato se non riesce a prevenire o, nel caso si verifichino, di sanzionare quelle malformazioni del corretto agire civile di chi beneficia di risorse di derivazione pubblica, di coloro soprattutto che assommano nella loro attività “responsabilità ulteriore” proprio in quanto espressione dell’intrapresa.

Lo Stato abdica al ruolo statuale se consente che l’apparato ispettivo del lavoro, come quello di Ragusa, lo veda sempre più ridursi, fino a quasi scomparire del tutto, senza porvi rimedio. Il venir meno o la quasi scomparsa dell’ apparato ispettivo e di controllo (a Ragusa gli ispettori del lavoro in capo all’ufficio competente oramai sono 2 al massimo 3) è un  fatto che ha molte implicazioni negative, perché è molto probabile che comportamenti difformi alla legge e all’ordinamento del lavoro possano farla tranquillamente franca, in riferimento peraltro a dinamiche che hanno a che fare con lo sfruttamento del lavoratore, la ruberie di danaro pubblico e con il turbamento della concorrenza.

Abbiamo evitato – concludono Terranova e Modica – di fare  generalizzazioni perché esse sono sempre rischiose oltre che non veritiere. Ma vanno sottolineate pubblicamente e denunciate quelle versioni imprenditoriali che sono una offesa inferta a tutti i cittadini e non solo ai loro dipendenti.             E’ questo il punto da cui partire per riportare ad una quota alta la consapevolezza di tanti attori dell’economia nostrana, che hanno dimenticato che la loro ricchezza si origina grazie ad uno Stato che determina, con il contributo della collettività, le pre-condizioni e dal lavoro di tante persone che tengono in vita interi esempi di eccellenza nostrana”.

 

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