Un uomo forte al potere…..l’opinione di Rita Faletti.

Il rapporto Censis rivela che il 48 per cento degli italiani vorrebbe un “uomo forte al potere” che non dovesse preoccuparsi di Parlamento e di elezioni. Detto così, un autocrate. Il pensiero va ai “pieni poteri” chiesti da Salvini, che se oggi si andasse a votare avrebbe il consenso di un terzo degli Italiani. Non sappiamo però se il capo della Lega con quell’espressione diventata famosa e spesso citata dai dem intendesse riferirsi a un sistema dittatoriale dove i diritti fondamentali e le libertà civili non sono garantiti o, più probabilmente, a una situazione del tipo “uomo solo al comando”, formula abusata quando Renzi era presidente del Consiglio e allusiva alla gestione personalistica del potere di cui era accusato. Allora come oggi, l’attacco era partito dalle fila del Pd che non aveva digerito che un potere consolidato fosse spazzato via da un “rompiscatole”. Quando un partito utilizza qualunque arma, propria o impropria, per infangare e colpire l’avversario, dichiara implicitamente la propria inferiorità. E’ sempre successo. Oggi, il Pd si trova in una posizione peggiore, invischiato in un’alleanza che non gli consente alcun movimento, in particolare sul terreno dell’economia, il tallone d’Achille del paese. E’ di questa debolezza che Salvini si avvantaggia ed è questa debolezza che sottende il desiderio dell’uomo forte. Un desiderio legittimo e comprensibile che smentisce l’insinuazione di alcuni che nel Dna degli italiani sia latente il germe che ha scatenato la tragedia del fascismo. Le pose ridicole e risibili di Mussolini, il grugno volutamente feroce, le mani sui fianchi e le dichiarazioni roboanti appartengono a un passato che non può tornare. Certo, qualcuno ne è affascinato ma credo per l’idea di forza che possono comunicare a chi si senta fragile. E poi come penserebbe Salvini di prendere il potere? Con un carro armato? E’ fantascienza. Ricordiamo come finì la tentata presa del campanile di San Marco da parte dei 24 Serenissimi di Padania libera. C’è da considerare invece che un paese che in 30 anni ha cambiato 25 governi e 4 leggi elettorali dalla nascita della Repubblica, che ha fatto scelte economiche mancate generatrici di un debito pubblico enorme che nei prossimi anni diventerà insostenibile, che è incapace di scegliere per sé leader solidi, è arrivato a un punto di esasperazione tale da augurarsi quello che in un impulso di rabbia chiama “uomo forte” aspirando ad essere guidato da qualcuno che sappia dove vuole portare il paese e lo faccia con decisione. Basterebbe isolare i 5s, messi già per le pezze, e disarmare Salvini, la cui aggressività nel tono e nel linguaggio, la cui sfida al sentimento di umanità di certe frasi, lo sbraco indecente, indispongono, ma hanno l’aria di far parte di una recita. E’ fuori di dubbio che la comunicazione salviniana sia un attentato alla buona educazione e al senso della misura e dell’opportunità, e che proprio per questo sia così efficace. Le buone maniere, diventate per molti sinonimo di distanza dai problemi che affliggono le persone comuni, sono avvertite quasi come un tradimento. D’altro canto, non è un delitto nutrire perplessità su come affrontare l’immigrazione senza che diventi un’invasione, o sui vari trattati europei o sulla moneta comune. Essenziale è evitare le ambiguità ed essere coerenti. Salvini dovrebbe farci sapere quali sono le sue reali intenzioni su temi fondamentali come Europa ed euro. Chi è al governo oggi, mi riferisco soprattutto al Pd, dovrebbe dire la verità al paese, per esempio che se l’Italia cresce meno degli altri paesi europei i motivi sono: la scarsa produttività, la scarsa formazione del capitale umano, gli scarsi investimenti. Un rapporto dell’Istat segnala, tra i principali fattori di crisi, la mancata spinta alla cosiddetta produttività “multifattoriale”: quella legata alla managerialità, alla digitalizzazione, alla meritocrazia, alla formazione e all’ambiente economico. Altro aspetto che incide sulla mancata crescita è l’istruzione: la percentuale di laureati in Italia è la più bassa: solo il 17 per cento della popolazione. Meno istruzione, minori competenze. Conclusione: il paese non cresce perché mette le persone sbagliate nei posti sbagliati e non ha cultura manageriale. I vizi a monte li conosciamo tutti. Di queste cose parli il Partito democratico o chi si candida a governare il paese. Il resto è fuffa. ritafaletti.blog

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