IN PUNTA DI LIBRO……di Domenico Pisana. La “poesia dell’universo” nella silloge “Voli d’identità” del peruviano Óscar Limache

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Un poeta straniero che ha trovato consenso ed attenzione anche in Italia, grazie all’editore “Il Cuscino di Stelle” che ha pubblicato nel 2018 la sua breve silloge “Volo d’identità”, tradotta dalla poetessa pugliese Claudia Piccinno, è Óscar Limache
Limache è un peruviano nato nel 1958, ed ha alle spalle un itinerario poetico molto apprezzato, tant’è che diverse sue poesie sono apparse in riviste e antologie del Perù, del Messico, di Cuba, del Brasile e dell’Uruguay. L’autore, che è anche Vicepresidente di “Leamos”, Associazione Peruviana per lo sviluppo della lettura, e che dirige altresì il Centro Culturale Trilce, è un poeta con una rilevante capacità creativa e forza immaginativa, ma anche un fine traduttore, tant’è che si è imposto all’attenzione della critica per essersi cimentato nella traduzione di Rabindranath Tagore, il poeta indiano che ha vinto il Premio Nobel per la letteratura nel 1913.
“Volo d’indentità” è una breve plaquette poetica ove l’autore intesse una versificazione dedicata a Maria Reiche, matematica ed astronoma tedesca, morta a Lima, città natale del poeta, nel 1998. In dieci intense liriche, Óscar Limache intraprende un viaggio poetico insieme a questa donna che ha dedicato gran parte della sua vita allo studio delle linee di Nazca, che sono geoglifi, cioè linee tracciate sul terreno del deserto di Nazca, un altopiano del Perù meridionale, Nella poesia d’apertura Limache scrive:

Maria Reiche
ci ha visto
cadere in volo
sotto il cielo di sabbia

Nazca fu la nostra morte
(da: Volo d’identità)

Il lessico del poeta, proprio in questa prima lirica, è puntuale nella forma e nelle sue evocazioni, e si articola in strofe che danno vita e senso a segni, simboli e oggetti che escono dal loro nudo realismo per vestirsi di fascino immaginativo: “ le cavità oculari”, “le ore digitali”, “le linee terrestri”, “schegge d’aria”, “geometria dello spazio”.
Come si può notare Limache declina il suo verso dentro elementi di scienza , cosa che da sempre nella poesia è accaduta se pensiamo che anche nel pensiero leopardiano si trovano riferimenti alla matematica, dei quali il più rilevante è un passo dello Zibaldone in cui il poeta afferma: “Nulla di poetico si scopre quando si guarda alla natura con la pura e fredda ragione”.
Il tema oggetto della raccolta è sicuramente finalizzato a lasciare ai posteri il ricordo di questa studiosa, ma appare anche un modo con cui il poeta cerca di entrare , attraverso la parola poetica, dentro il mistero della vita, delle origini, degli archetipi, atteso che   le origini delle linee di Nazca sono ancora oggi un grande punto di domanda, un mondo da scoprire ove campeggiano figure geometriche e molti animali di enormi dimensioni: scimmie, balene, ragni, lucertole.
Óscar Limache , che accompagna ogni sua poesia con epigrafi che indicano i suoi mentori, quali Drummond de Andrade, Shakespeare e Fernando Vallejo, viaggia dentro i misteri delle linee di Nazca studiate da Maria Reiche , evocando il primo battito della vita:

“…(siamo nati nell’istante
Più silente della notte)

Abbiamo disteso
le nostre ombre
e occupiamo silenziosi
un posto tra le linee
(da: Conticinio)

Il senso del tempo è un leitmotiv di questa plaquette, ove il poeta compone uno scenario connotato da visioni che danno al tempo una ondulazione di dissolvenza tra vari elementi del mondo geofisico, umano ed animale, come testimoniano i lemmi utilizzati in varie poesie: “scimmia”, “uccelli”, “alligatori”, “ragno”, “satelliti galleggianti”, “stella setosa”, “fuoco”, “sabbia”, “reti”, “onde”, “luce”, “mare”, “vento”, “capelli”, “colline”. Per il poeta il tempo sembra seguire determinate fasi qualitative per una   legge eterna che lo governa e lo governerà necessariamente, fasi nelle quali ogni uomo ritrova le sue scaturigini nell’argilla, nel fango della terra di biblica memoria (“ …Per secoli /siamo emersi dall’argilla / caricando le nostre mani…”, in “L’ascensione); e conta i giorni come le stelle, giorni che “portano visioni / per districare le reti / e riprendere le onde / La luce si reca al mare…”, in “La spirale del tempo”.
Limache dentro questa spirale del tempo disegna anche il volto a lui confidenziale:

“…La tua faccia albeggia

Nasci un’altra volta tra di noi
poiché sei riuscita a trascendere
la sempre incerta età
dei futuri esseri
(Da: La spirale del tempo)

Un’altra categoria lirica di questa silloge è il mare, che è uno spazio d’infinito che Limache canta avendo come riferimento lo scrittore, saggista e regista Fernando Vallejo, il quale scrive “…si ode il mare che studia per essere infinito”. La poesia “Mare corrente” di Limache, che potrebbe apparire una mera descrizione del mondo acquatico ( “pesci”, “polipi”, “balene”, “calamari”, “meduse”, “alghe”, “anguille”), è in realtà una full immersion in uno spazio d’immenso ove l’uomo da sempre ha cercato la vita, ha trovato il senso della sua navigazione metafisica, ha corso il rischio dell’ignoto, e che ha anche studiato dal punto di vista della biologia marina. Il poeta peruviano definisce le acque “tessuto di plancton” , atteso che il plancton, come spiegano gli studiosi del mare, ha notevole importanza sia perché costituisce il nutrimento basilare di pesci che sono oggetto di pesca intensiva, sia perché è ricco di proteine e di elementi nutritivi, anche se non può essere consumato direttamente a causa dell’estrema tossicità di alcuni suoi costituenti.
Questi versi di Óscar Limache hanno senza dubbio il fascino del mistero, si librano nel cielo e sullo scorrere del tempo come “colibrì …sull’ombra dei giorni…”; raccontano il valore di una amicizia, la bellezza della scoperta, il senso delle radici, la passione per lo studio e la ricerca, la stupefazione di fronte ai palpiti della natura, della terra, della sua evoluzione e del suo dibattersi tra luci e ombre; ed ancora si offrono al lettore, con una ideazione di respiro filosofico che richiama alla memoria la teoria di Empedocle, come un invito ad entrare in se stessi per vivere “l’hic et nunc” non come “insignificanza di essere” , ma come consapevolezza di appartenenza ad uno misterioso disegno divino che l’uomo non potrà mai comprendere totalmente. Proprio come le linee di Nazca che, nonostante gli studi e le ricerche, rimangono sempre avvolte nell’alone dell’indefinibile, ma che Maria Reiche nella sua vita non si è stancata di indagare in attesa di addentrarsi “nelle linee eterne” direbbe Shakespeare.
E difatti proprio nella lirica “Ultima linea per Maria”, Limache riesce anche a commuoversi affermando che né il tempo, ( Quando l’orologio disegnato di vene / si evapori nelle tue ossa / e le tue lente rughe fermino / la loro tenace crescita…”) né le stesse linee di Nazca, ( “Quando le linee emigrano / dal sogno degli uomini…”), né la notte (“Quando la notte cade di colpo …e la tua voce si diluisce nella sabbia / insieme alle impronte delle tue dita”) , né l’assenza della parola ( “Quand’anche gli uccelli siano partiti”) lasceranno nell’oblio la sua figura; anzi, scrive il poeta :

Sempre ci sarà una pampa deserta
una terra immensa
pronta a bere
la limpidezza dei tuoi occhi.

E in questa “terra immensa” Óscar Limache colloca proprio Maria Reiche, dedicandogli con versi epigrammatici, un finale molto bello:

Qui
vive Maria
nella pace
dell’attesa.
(Finale)

Limache riesce con questa plaquette poetica, dedicata ad una donna di scienza, a far convergere nello stesso orizzonte tanto la matematica quanto la poesia, spesso erroneamente ritenute inconciliabili. In realtà tutta la versificazione del poeta peruviano, declinata sullo studio delle linee di Nazca da parte della matematica ed astronoma tedesca, non fa altro che indagare, trasfigurandoli con un linguaggio colto e dialogale, gli aspetti problematici di realtà come l’inizio, la fine, la vita, la morte.
Maria Reiche e Óscar Limache investigano, in fondo, il dilemma dell’infinito, dell’incommensurabile, dentro e fuori di noi umani. Il poeta peruviano ci fa scoprire con i suoi versi gli abissi della vita, il “telaio del tempo a otto piedi di altezza”, la “Celeste trama di stella setosa” che si agita nel cosmo, focalizzando dettagli che aprono allo stupore, come le “fessure del ragno tessute sul sottosuolo giallo” o la “geometria dello spazio / senza vestiti / senza mani / imparentati con gli uccelli”.
Il poeta mostra di possedere una forza immaginativa notevole, la stessa che ha il matematico; la sua versificazione non risulta, certo, di facile approccio, ma ci consegna una “poesia dell’universo” ove la concatenazione delle parole e delle varie componenti grammaticali e stilistiche e i vari campi semantici decifrano i rapporti spazio-temporali delle tematiche trattate, nonché la dialettica tra finito e infinito, alto-basso, limitato-illimitato, vicino-lontano, suono-silenzio, luce-buio.
“Volo d’identità” , per concludere, è una silloge che ci offre la sintesi poetica di pensieri e sentimenti dell’autore relazionate alle ricerche della Reiche; e si tratta di una sintesi ricca di creatività e fantasia, che riesce a fare approdare sulla pagina, con armonia e sentimento, situazioni, scenari, emozioni e stati d’animo all’interno di una struttura formale che sintetizza poeticamente l’indefinibile, l’immensità, l’insondabile, l’infinito; in sostanza, le stesse emozioni e passioni conoscitive che l’astronoma e matematica Maria Reiche ha sperimentato nel suo scrutare il tempo, la natura, l’essenza più intima delle cose, al fine di scoprire i primordi della vita e l’energia del cosmo, disegnando così, inconsapevolmente, la sua “poesia dell’universo”.

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