Pisana come un aedo, con il suo canto accende i riflettori sulla realtà degli Iblei in chiave epica e poetica… di Amalia Iannicelli

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“Odi alle dodici terre. Il vento, a corde, dagli Iblei, ” di Domenico Pisana è dedicato a questo territorio. Ero giovane quando sono arrivata. La lontananza dalla  mia Irpinia, i legami affettivi e familiari  sfilacciati dai dolorosi  distacchi mi impedivano di apprezzare le bellezze del luogo e dei paesi limitrofi.
A poco a poco ho cominciato a gustare il fascino del mare nelle diverse stagioni, i diversi volti che il vento conferisce alle dune, onde di sabbia mutevoli e selvagge nei cespugli spinosi e nei resti di vuote conchiglie, ai tratti di costa  ora violati da cumuli di plastica e oggetti abbandonati dall’incuria e dall’ineducazione ambientale. Ho cominciato a legarmi ai colori della pietra e alle modulazioni dell’idioma, così lontane dalle mie. E poi , quando è nato mio figlio, ho accolto come madre il suo essere acatese, “viscarano” e ho amato il suo attaccamento a questa terra, che vorrei fosse solo più vicina alla mia.
Una spinta forte verso l’ attenzione e l’affezione alle contrade iblee l’ho sentita quando ho letto e studiato la poetica del grande Bufalino. Ho amato subito il suo lirismo borrominiano, e la sua  rabbia d’amore  di fronte alle contraddizioni presenti nella sua amata Sicilia, di fronte alla capacità di produrre bellezza e, in contrasto, di fronte alla stessa forza nell’esprimere violenza e distruzione.
Poi sono arrivate le magnifiche odi del prof. Pisana, un omaggio alla terra natia,  un inno alle proprie radici,  a contribuire ad arricchire le mie conoscenze e ad accrescere il mio rispetto e considerazioni nei confronti di questi luoghi che mi ospitano da più di quarant’anni.
La mia è un’interpretazione molto soggettiva, ricavata dalle sensazioni e dalle suggestioni suscitate non da un’analisi tecnica, ma da una lettura a livello inferenziale. Vuole essere solo un omaggio alla inesauribile vena di scrittore e poeta di Domenico Pisana.
Leggere un testo poetico è come porsi davanti a un quadro. Si cerca in entrambi l’unità di senso, si provano stupore e languore, inquietudine e benessere. Si colgono i legami col proprio vissuto, si è indotti a riflettere,  si resta invasi dal mistero e dalla bellezza.
Di una tela si coglie  la forza evocatrice degli effetti cromatici, delle linee, delle luci e delle ombre che raccontano, descrivono, impressionano; in una poesia  si coglie la  forza evocatrice nella musicalità, nell’equilibrio armonico dei versi, o nello scorrere tortuoso delle parole, che raccontano, descrivono linee, colori, profumi, respiri e sospiri in un’ essenza intimista, o,  come nel caso dell’ode con le sue caratteristiche formali, i sentimenti più elevati.
Così mi sono predisposta a leggere il libro di Pisana. Scorrendo le pagine, mi figuravo aspetti noti e meno noti, seguivo i percorsi tratteggiati dai versi e mi è tornato in mente un pittore tedesco, Caspar David Friedrich, esponente dell’arte romantica, il quale contemplava nei suoi dipinti lo spazio e la natura dei luoghi della propria vita. Egli dipingeva le figure di spalle. Chi  guarda il quadro diventa spettatore dei luoghi ritratti e prova la loro stessa meraviglia.Ecco, il prof. Pisana ci ha posto come attori di fronte ai campi, alle strade, ai paesi disegnati con la penna, di fronte al ricordo di uomini illustri che impreziosiscono  il paesaggio umano.
Le poesie si presentano con opportuni mutamenti d’intensità, segnati dalle costruzioni metaforiche, dagli intrecci dei campi semantici, dagli stati d’animo suscitati dalla nostalgia. Queste odi sono il luogo dove la polisemia dei concetti di “tempo” “terra”, “spazio” “memoria”   sembrano nascere da configurazioni   primitive, polimorfe, mitologiche. Le  dodici terre appaiono proiettate in diorama, come incastonate tra distese verdeggianti e campi coltivati, tra greti di fiumi e pianori, tra dolci alture  e aspri rilievi, nei muretti a secco, oggi patrimonio dell’umanità.
E poi la storia di questa terra di conquista, civiltà che assurgono e decadono, costruzione, distruzione ad opera di cataclismi o di guerre, ricostruzione faticosa. E poi   le storie, i racconti che si liberano dalle pietre, dai ghirigori barocchi, dalle mostruose Gorgoni che sporgono dai balconi, come difensori dell’intimità delle case nobiliari, come orridi dissuasori di possibili assalti di spiriti maligni; e ancora  le fole  che schizzano dalle viuzze serpeggianti, spettatori muti di antichi e nuovi sbarchi, di guerre, di trame di vita, di vicende d’amore, di scontri e di incontri. E poi le speranze deluse, le penose partenze. E ancora  il crepuscolo, l’alba, il tramonto, che addolcisce i tormenti e accresce le passioni. Questo lo vediamo anche nelle opere di Guccione che ingioiellano le pagine del libro. Da esse  infatti arriva un grande messaggio: ciò che viene dipinto all’alba, al pomeriggio, alla sera o alla notte, reso immortale dall’artista recentemente scomparso, diviene il tempo e il luogo di tutti.
Già  il sottotitolo  richiama suoni impercettibili, palpitanti con il riferimento al vento che muove le corde invisibili del tempo e del cuore, passando tra gli spazi abitati, vibrando tra vicoli, tra balconi e finestre, tra botteghe dove ferve il lavoro, tra vedute panoramiche. Spirando tra cupole e campanili, il vento trasporta echi di antiche salmodie, ancestrali preghiere e canti liturgici.
D’altronde questa raccolta, come tutti i libri di Domenico Pisana, è pervasa dal senso religioso, quello che fin dai tempi più antichi è assimilabile  alla forza arcana che è presente in ogni evento  della vita umana, in ogni atomo dell’esistenza, dove si riconosce la Divinità  suprema, il Creatore, il Padre.
Il libro è un itinerario attraverso gli Iblei. Il nostro autore ha scritto attraversando i luoghi come un pellegrino innamorato della sua terra, soffermandosi ad ascoltare se stesso, la sua anima.
Io vi invito a fare un viaggio ideale tra le odi, dove la mente è rinfrancata da lunghe soste su pacati paesaggi visti dall’alto.
Sorvolando con me le contrade iblee, cominciamo il viaggio letterario proprio da Acate:

 “ …con la sua gloriosa storia,
baluardo di confine,
testimoniata dal castello
con le torri merlettate…”
per arrivare presto a Vittoria:
“…sorta e risorta sulle rovine,
con le sue vigne e
i sapori genuini delle sue cantine…”

pochi chilometri di immaginazione ci separano da Comiso:
“…laboriosa cittadina
con le sue chiese, conventi e monasteri…”

Già si intravede Chiaramonte Gulfi
accovacciata su un’altura:
“…Tu, Chiaramonte, vivi un’atmosfera di fiaba…
custodisci l’aria che fa sognare lembi di cielo…”
Inerpicandoci su strade zigzaganti ci imbattiamo in Monterosso Almo dove si respirano valori immutabili:
”Tu, piccola oasi,
fai sognare paesaggi
ove la vita cancella righe d’ombre trascritte su pagine di pietra…”

e Giarratana
“…la storia consacra la tua arte
E ti consegna  ai nostri occhi curiosi di sguardi…”
E lo sguardo viene attirato da un meraviglioso presepe che si abbarbica sulla roccia.
Ecco Ibla:
“…Tu, Ibla, rifulgi
Come gioiello su dita di donna
Sei avvolta in una coltre di bellezza
Che il tempo non ha consumato
nonostante l’incuria degli uomini.”
Continuando il viaggio sostiamo a Ragusa, città dei ponti:
“…culla di capolavori,
appari ai miei occhi
Ragusa,
mentre la luna bacia le tue cupole…”

La mente corre veloce e giunge a Modica in un baleno:
“…le basole baciate di luci, i tetti a flirtare con la luna…
filamenti di memorie sottostanti ai balconi dei palazzi…”

A volte l’autore fa sentire gli artigli che graffiano la coscienza, contemplando gli effetti deleteri della società liquida e complessa e le ablazioni  di memoria e di senso estetico operate in nome di una pretenziosa modernità, come vediamo nell’ode dedicata al Corso Umberto della sua Modica:

“…la piazza che si cambia
Dai giovani sdraiati sulle panche,
lo sciame d’auto che soffoca l’aria
e il rimpianto che muove dal silenzio degli anziani…”

Un colpo di ali ed eccoci a Scicli, incantevole agli occhi dei viaggiatori affacciati dal colle:

“…le tue chiese rifulgono d’arte,
i palazzi custodiscono antichi tesori,
le piazze evocano storie narrate da secoli…”

Planando ancora si scorge Ispica:
“…di nobile lignaggio e di grande ancestrale fede e speranza…”

Ora  appare all’orizzonte la grande distesa azzurra che abbraccia Pozzallo:
“Adagiata sul mare crosciante di flutti
Come di fronde alberi di clivio…”

Tornando verso Acate ecco affacciarsi Santa Croce Camerina:
“E adesso, Camerina, vivi la tua ansia
Di madre aperta agli stranieri, le tue piazze
Sono un brulichio di volti in cerca di speranza”

La mente atterra sulla spianata di San Vincenzo. Si ferma ad ammirare la chiesa  custode del Santo nel suo scrigno dorato, mentre contempla il popolo fedele e il panorama con la valle  che arriva fino alla marina.
L’intento pedagogico, etico e civile oltre al bisogno innato mi sembra chiaro, lampante. Il prof. resta sempre un insegnante che continua a divulgare  saperi e a promuovere il sapere, sapere inteso come saper essere, senza dimenticare di testimoniare la sua grande fede.
Oggi si vive come ciechi, con l’anima   priva di emozioni, di compassione e basta poco  per ritrovarsi nel caos, presi dal panico, confusi, disorientati. “Secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono”.  (José Saramago, “Cecità”, p. 276)    Ciechi in  un mondo che non è  in grado di cogliere la bellezza,  anzi avendo continuamente il lemma sulle labbra, ne equivoca il senso. La moderna capacità tecnica ha riempito l’uomo di beni, ma la bellezza è fuggita lontano e noi avvertiamo tutta la povertà della nostra condizione. Non è la bellezza però ad averci abbandonato, e da queste pagine ce ne accorgiamo, siamo noi che non siamo piú in grado di vederla. Mi piace citare  H. U. von Balthasar,  presbitero svizzero annoverato tra i grandi della teologia moderna, che scriveva: “La nostra parola iniziale si chiama bellezza. La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto”. Dobbiamo riguadagnare uno sguardo capace di cogliere la bellezza dell’essere creato, perché possiamo intravedere la Gloria di Dio, che i cieli narrano.
Odi alle dodici terre è quindi un invito a guardarsi intorno e dentro di sé, un invito a prendere coscienza delle modalità intellettuali, delle epoche che hanno generato  il pensiero e le diverse visioni del mondo, del perché dei cambiamenti urbanistici e paesaggistici e dei canoni estetici. Vivere senza conoscere le proprie  radici, senza chiarire  misteri o riempire vuoti, senza dare corpo alle contraddizioni, alle tensioni, alle tradizioni, al patrimonio culturale del passato, significa  vivere senza consistenza psicologica, con l’anima   priva di emozioni e di compassione, significa essere abitanti di una qualsiasi, anonima “new town” , depauperati della vista dal buio causato dal vuoto di valori e dall’ insensibilità  al calore dello Spirito.
“Secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono”. Eppure Tiresia, ricordato recentemente da Camilleri in un suo monologo di grande impatto emotivo nel grandioso scenario del teatro di Siracusa, declama : “Tiresia sono”, invitando ad abitare la madre terra in modo consapevole, imitando proprio  Tiresia, un indovino cieco che coglie l’invisibile: quello che gli altri non possono o non vogliono vedere. Con l’opera letteraria, pur essendo anch’egli ormai non vedente, distribuisce cerini che si accendono e fanno luce nella notte. Ecco  Domenico Pisana come un aedo, come un rapsodo, come un  cantastorie con il suo canto accende i riflettori sulla realtà in chiave epica e poetica.
La traduzione in inglese conferisce al libro un respiro internazionale e contribuisce  a  far conoscere e apprezzare in tutto il mondo il fascino di questo pezzo di isola, a sud-est della Sicilia, di questa terra “solcata da civiltà antiche… e dagli “orizzonti vestiti di magici scenari”.
E l’anima s’incanta tra i versi, le strofe, le parole, lo spirito spiega le ali, e il lettore placa l’ansia di vivere.
E io? Io, non nata in questa terra, mi sento parte intima, quasi allevata nel grembo di questo lembo di isola, che, pur nel suo solitario eremitaggio, costretto dal liquido amniotico che è il mare, accoglie, allarga le braccia come Cristo in croce, delizia e dolore, bellezza ed estasi.

Amalia Iannicelli

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