IN PUNTA DI LIBRO… di Domenico Pisana. La silloge “Angoli della notte” della poetessa turca Hilal Karahan

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Poesia di forte respiro semiotico e di impronta etica è quella che caratterizza la raccolta “Angoli della notte” di Hilal Karahan, autrice turca , medico ostetrico, dal 2017 membro del consiglio editoriale di riviste internazionali e direttore intercontinentale del World Festival of Poetry, nonché autrice di numerose pubblicazioni poetiche e di libri di critica letteraria.
La silloge, che ha trovato diffusione in Italia grazie alla traduzione italiana curata dalla poetessa pugliese Claudia Piccinno e pubblicata dall’Editore “Il Cuscino di stelle”, già nel titolo offre una dichiarazione di poetica , atteso che il lemma utilizzato dalla poetessa, ossia “notte”, non è un mero spazio temporale, ma un “luogo simbolico” , un momento “che si avvolge come corda / attorno al collo dell’universo”. La notte infatti, che è un topos ricorrente nella poesia e nella letteratura sin dal classicità, è il leitmotiv di tutto il corpus poetico della raccolta, che è divisa in otto sezioni: Liriche notturne, Versi notturni, Poesie d’aritmia, Il valzer lunare, Salmi al girasole, Medio Oriente, Un collage di poesie e Preliminari di una cavalletta.
Nelle due prime sezioni Hilal Karahan attribuisce alla notte una funzione polisemantica: la notte “non può essere accusata / della maledizione dell’ombra”; “fissa le stelle come pattini sul ghiaccio /alla chioma degli alberi”; “rende /eterno l’atlante / della carne”; “entra nel cuore /attraverso la stessa porta”; la notte “copre con un velo di seta il volto del cielo”, “perde la sua novità”.
Tutta la versificazione di questa silloge risente del respiro di poeti che in varie epoche hanno dedicato alla notte molte delle loro composizioni, come , tante per citarne alcuni, Fernando Pessoa, Nazim Hikmet, Rabindranath Tagore, Anne Sexton e molti altri ancora. La notte di Hilal Karahan presenta un fascino di mistero e si connota di quegli scontri analogici che trovano sostanza nella universale condizione esistenziale dell’uomo : luce-tenebre; sera-mattina (…“Nessun mattino può salvarci /dalla scogliera da cui /la notte getta la città …“); aurora-alba (“…Che cosa può infuriare /quando l’alba ti graffia la faccia ?… ”); e ancora meriggio, oscurità, ora, tempo (…“Notte, una rete annoiata / in cui il tempo riempie il passato, / non ha risposto alle domande ”).
Questa categoria della notte presenta, dunque, una ricchezza espressiva che coinvolge il lettore in un percorso di riflessione metafisica richiamando concetti ambivalenti.
La notte , infatti, è per la poetessa realtà di paura e di insicurezza:

Il confine che separa l’uomo e la città
pensa che la notte sia aguzza
come le lame sconcertate
di un paio di forbici affilate (pag.11)

Ogni dolore è compreso
ogni notte perde la sua novità,
ma la notte non mostra pietà verso l’uomo (pag.13)

La notte è un peso sul nostro petto
una camicia di pietra sul cielo (pag. 16)

Nella tua bocca, ho baciato
tutti i cadaveri che hai trascinato.
Hai accarezzato il mio sangue svolazzante
con le tue mani rimaste su altre donne (pag. 20)

Ma la notte ha pure, per Halil Karahan, una dimensione amica che dà riposo, tenerezza, e nella quale si ascolta la voce del cuore, dell’amore, del cosmo, della natura, come emerge dalla sezione “Versi notturni”:

Era il mio cuore
che correva dietro i tuoi passi
per tutta la notte (pag. 19)

Ho completato con te
qualunque cosa fosse a metà dentro di me (pag.22)

Calma il mio cuore
con le tue labbra,
se vuoi davvero che io sia silenziosa (pag.23)

Hilal Karahan sente la poesia come modus vivendi che si radica nella sua attività di medico ostetrico, come testimoniano, del resto, le liriche della sezione “Poesie d’aritmia”, ove la parola poetica si contamina di terminologie proprie della medicina, quali “fibrillazione”, “tachicardia”, “asistolìa ”, “arresto cardiaco ”, proprio al fine di porre in essere una analogia in grado di mettere l’accento sulla dimensione del cuore non solo in senso fisico ma anche psichico, interiore, spirituale.
“Il tuo cuore è una torcia / che brucia silenziosamente…Il tuo cuore è un tabernacolo / che è distrutto ad ogni tempesta / e ricostruito con l’aiuto di una candela…”: cosi si esprime la Karahan nella lirica “Fibrillazione”, offrendoci una bellissima immagine del cuore come organo centrale della vita interiore, come realtà fontale delle varie e multiforme espressioni della vita spirituale di ogni uomo.
La poetessa sembra dirci che quando si parla di cuore bisogna andare oltre la dimensione corporea e biologica, oltre le allusioni alla vita affettiva, alle emozioni, ai sentimenti che hanno nel cuore la loro sede, per cui si ama o si odia, si accogle o si respinge ( “Sebbene abbiamo attraversato / il tuo essere /non ci hai guardato neanche un momento”). Insomma, il cuore, nei versi dell’autrice, è più che un organo vitale del corpo; designa tutta la persona nell’unità della sua coscienza, della sua intelligenza, della sua libertà: nel cuore l’uomo ritrova la sua interiorità, la sua intimità ma anche la sua capacità di pensiero, di ascolto, di scegliere e costruire progetti di vita.
Se gli orecchi del cuore si chiudono all’ascolto (…“Perchè eri sordo a tutto ciò che dicevamo , e tu sei diventato sera / ogni volta che ti abbiamo chiamato…”, in “Asistolìa” ), si apre la strada a quella negativa esperienza che i profeti biblici chiamavano sklerokardía , cioè durezza del cuore, rischiando di rendere la vita insignificante, atteso che – direbbe lo scrittore Antoine de Saint-Exupéry – “Non si vede bene che col cuore” .
E quando non si vede bene con il cuore (“Quante volte si può rompere / il cristallo del cuore? , in “ La luna nuova” ), accade che “la camicia interna brucia l’uomo / brucia ma non può essere tolta ” dice la poetessa; accade che il cuore diventa un “forno ” e ci si rivolge a un “fuoco sacro” perché tante domande rimangono senza risposta ( “…I dolori, presumibilmente in calo, diminuisco davvero? / Gli amori, che dovrebbero finire, / finiscono davvero?”, in “La luna piena”).
Il registro stilistico-formale di questa raccolta si presenta abbastanza vario, perché l’autrice utilizza in alcune sezioni una struttura poematica. E’ il caso della sezione “Salmi del girasole”, dedicata al tema della creazione; e poi “Medio Oriente”, ove la poetessa si addentra nelle problematiche di una terra attraversata da conflitti, negazioni di diritti, migrazioni ; una terra ove “La sabbia ricopre il sangue, ma non può lavarlo”; ove “ I bambini nascono e muoiono / la carestia è il loro destino, / la diarrea è la loro sorte.”; una terra ove “Le donne vengono comprate e vendute / in cambio di cammelli”; una terra dove anche il cielo stilla sangue e “Ognuno vive nella gabbia del proprio cuore / e guarda la terra attraverso le sue ferite…”; una terra ove “I bambini affamati / ingoiano lo sciroppo di fuoco / che il dottore ha dato in dosi non sufficienti / per due. /I genitori sono rilassati / nel sentire la loro tosse:/ Grazie a Dio, anche oggi non sono morti.”, in “La tenda del rifugiato”).
Lo stesso sentire spirituale ritroviamo nella sezione “Un collage di poesie”, ove la versificazione fa risaltare scenari di dramma umanitario (“…L’odore di cibo fritto / si lega alla vita delle donne / che espongono le loro ferite alla corte…”, in “Onore”), e stigmatizza, con fotogrammi di sofferenza, vissuti di bambini “All’ombra della madre”: “…Un bambino cresce divorando il suo cuore…”; “…Un bambino cresce come un serpente / che sporge la coda. /Fugge dalla sua gabbia d’amore / attraverso le lacrime”.
La silloge poetica si chiude con la sezione “Preliminari di una cavalletta”. Qui la poetessa sceglie un percorso formale che si fa più elegiaco e connotato di empatie con il tempo e le stagioni, nonché di sguardi su elementi naturalistici: la “pioggia estiva”, “angoli d’acqua”, “il rumore dell’erba”, “gli alberi affamati”, “la nuvola sottile”, “l’edera”, “il vento stanco”, “foglie sbriciolate”, “Alberi e foglie”, “rami e radici”.
In questo quadro di affacci naturalistici Hilal Karahan accampa tutto il mondo dei suoi sentimenti più intimi: “Mi sei mancato ancor prima che te ne andassi…Ti ho amato / la prima notte che ci siamo incontrati…Ho raccolto i cavallucci marini morti / negli angoli dell’acqua”(“Angoli dell’acqua”); “Mostrami il tuo dolore. / Dio non verrà una seconda volta… Strano, la gente si abitua anche al dolore” ( “Exduhul: ingresso dei morti”); “Il saggio controlla la sua spada sulla sua lingua.”(“Il pericolo”); “Chi capirà il dolore di un altro / quando ognuno è sommerso da solo”(“La distanza”).
La voce poetica di Hilal Karahan è quella di una donna concreta immersa nella storia del suo territorio, del quale interroga i segni, scruta le ansie, le disarmonie, interpreta il muoversi di uomini e cose da quegli “Angoli della notte” che diventano la sua “Weltanschauung”, la prospettiva con la quale guarda il cielo e la terra, lo spazio , il tempo nel suo fluire tra sogni e illusioni, nel suo scomporsi tra l’io e la realtà. Una poesia, dunque, quella di Hilal Karahan , curvata in una riflessione esistenziale concitata e problematica, e concentrata sull’essenza più vera dell’amore, quello che sa guardare l’altro negli occhi, che non offende, che non fa violenza, che non abusa dei bambini, che sa affrontare il dolore con la consapevolezza che quando si ama si è più forti. E in tutta questa articolazione tematica, le diverse sezioni poetiche del volume offrono una versificazione distribuita con forme e codici lessicali e sintattici molto densi ed efficaci sul piano dell’impatto relazionale con il lettore.
“Angoli della notte” è infatti una silloge poetica che non lascia sicuramente indifferenti, ma che coinvolge nel mondo interiore e reale della sua autrice, la quale riesce a impregnare gli oggetti, gli accadimenti, le figure, i luoghi e i drammi della sua terra, di una profonda “patina noumenica” , insieme sentimentale e razionale. E’ una silloge poetica aperta , e questo spiega la sua inclinazione alla combinazione di temi, stili, linguaggi diversi, il suo carattere espressivo che risulta delicato e soave, ma in diversi casi anche sarcastico e aggressivo.
Per concludere, diciamo che questa raccolta poetica assume la notte come categoria comunicativa del sentire poetico di Hilal Karahan, la quale sembra affermare che esistono due orizzonti che appartengono all’universalità dell’esistenza: l’orizzonte della temporalità, in cui la notte ci ricorda la necessità del dialogo con il “giorno”, e l’orizzonte dell’identità, in cui la notte diventa luogo di ricerca e svelamento della propria verità esistenziale e progettuale, luogo simbolo in cui l’uomo ha la possibilità di rientrare in se stesso per un cammino di scoperta della sua spiritualità, della sua capacità di liberazione e di apertura verso gli altri e verso l’Altro. La notte, insomma, come grande metafora della vita che la poetessa assume come centro e scopo del suo poetare , ispirandosi al pensiero di Oktay Rifat quando dice:

“La mia notte è al di sopra del tempo eterno…
Nessuno può chiudere la porta della notte”

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