In Punta di libro …di Domenico Pisana. La poesia di tre autori siciliani: Campi, Alecci e Cinnirella

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Tra le voci poetiche che caratterizzano il panorama culturale contemporaneo, meritano sicuramente di essere prese in considerazione quelle di tre autori siciliani: Luca Campi, Giovanna Alecci e Pasqualino Cinnirella.
Poesia ricca di suggestioni e slanci esistenziali è quella che troviamo, anzitutto, nella raccolta “L’ora dei lupi” di Luca Campo, Youcanprint 2018, ove la versificazione si connota come itinerario che racchiude poesie dal 1987 al 2018. L’autore, membro del Consiglio direttivo de “Il Cerchio”, Centro Studi Arti e Scienze di Siracusa, e, tra l’altro, primo classificato alla VII Edizione del Premio Internazionale storico-letterario Themis 2017, struttura il suo volume in quattro sezioni dal titolo “Di maghi e di farfalle”, “Di un altro mondo 2.0”, “Lettere dallo scoglio” e “Dei giochi (Frammenti ed altri segni”).
Si tratta di articolazioni di momenti creativi che convergono nell’orizzonte di un viaggio esistenziale (“…sono un Mago senza poteri / un viaggiatore del tempo senza benzina…, in “Chi sei?”) ove la magia della parola riesce a denudare l’anima del poeta, il quale sfida gli incantesimi, intreccia sogni, attraversa stati d’insonnia ( “…di nuovo l’ora dei Lupi / e nessuno che mi rimproveri / se non mi porto a dormire…, in “Insonnia”) dibattendosi tra le dicotomie dell’apparenza, utilizzando la simbologia dei lupi che si trasformano in pecore ed ispirandosi al “Trattato del ribelle” di Ernest Junger , del 1952, ove si legge che “tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos’è la libertà, e non soltanto questi lupi sono forti in se stessi, c’è anche il rischio che un brutto giorno essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in un branco …e questo è l’incubo dei potenti”.
Luca Campi è un poeta originale che si discosta da un poetare ripetitivo e che riesce a farsi apprezzare per il suo linguaggio agile, allusivo e colto, radicato nel pensiero di autori come Erasmo da Rotterdam e Fedor Dostoevksij. E’ il caso della sezione “di un altro mondo 2.0”, ove diventa centrale la figura della donna, descritta e celebrata con toni allusivi e anche suggestivi, come attestano, fra l’altro, anche le poesie “Diana, “Tripazia”, “Celia”, “Iaga”, Mealuna”:

“il tuo modo di amarmi
contiene un virus
che offusca le pupille
e stanca il mio fegato
Io so
e so anche quando
smetterò di amarti
(Diana)

…così sei tornata
Angelo dagli occhi buoni
ma in mezzo a cani di strada
sono finite ancora le tue ali bianche…
(Celia)

L’autore riesce, con un linguaggio poetico accattivante e a volte mordace e punzecchiante, a innalzare la donna ( “mi hai dato la vita, è vero…” ), ma anche a coglierla amaramente nella sua distanza e freddezza espressiva e comunicativa ( “ma la tua vita me l’hai offerta tiepida /come tiepida puoi servire / un’insalatina di mare o di coniglio…”).
Anche nelle sezioni “Lettere dallo scoglio” e “Dei giochi (Frammenti ed altri segni”) l’autore si fa apprezzare per la sua briosa capacità creativa, per quel suo verseggiare agile, diretto, che sa entrare con ironia nella concretezza degli accadimenti, coinvolgendo il lettore nel viaggio interiore del suo cuore e nella sua avventura esistenziale.
Poesia innovativa, dunque, quella di Luca Campi, che con versi liberi e musicali riesce a veicolare messaggi di forte intensità semantica, e a costruire un mosaico espressivo dove le immagini, gli affacci trasfigurativi, il ricorso a consuetudini di vita quotidiana, l’indifferenza sociale, la mendacità del tempo ci consegnano lo spaccato di una esistenza che fa dire al poeta: “…adesso sono libero / sono più libero /perché adesso /sono libero di scegliere / anche le mie catene”, (“Equivoco”).
Sul versante di una poesia sociale e di denuncia si muove Giovanna Alecci con il suo volume “Il mare degli ultimi”, Carthago Edizioni 2018. L’autrice, rosolinese, laureata in Scienze dell’Educazione e della Formazione nell’Università di Bergamo, vanta un percorso poetico ricco di premiazioni, di inserimenti in Antologie poetiche, ed ha al suo attivo una prima silloge poetica dal titolo “Venere Illusa”, Morrone editore 2015.
Con “Il mare degli ultimi”, la poetessa si apre ad una dimensione sociale complessa e umanamente dolorosa: quella dei migranti. Già nel titolo della raccolta c’è una dichiarazione di poetica che va, come scrive la stessa autrice nella sua nota introduttiva, nella direzione di “un grido di accusa al sistema che lucra e si arricchisce alle spalle di questo esodo di massa”. Giovanna Alecci è una poetessa che vive quasi una sorta di immedesimazione nella vicenda dei migranti, e che nel verso proietta le dinamiche proprie di chi sogna la salvezza in viaggi di speranza, i quali però, purtroppo, si concludono spesso negli abissi del Mediterraneo
La sua vicinanza agli ultimi si fa dunque, in questa silloge poetica, canto dolente, meditazione ora prosodica ora lirica, mediante cui l’autrice apre uno scenario doloroso e terrificante:

“…Che scavino in voi
i rapaci che consumano
le umane carcasse
che scavino i vostri corpi scomodi
che il Mediterraneo
gora dell’eterna odissea
sgrava sui copiosi altari di sabbia
di questo novello Olimpo…
( Il mare degli ultimi)

Lungo il tracciato della versificazione di Giovanna Alecci si coglie, altresì, una vera e propria trasfigurazione dei vari vissuti che caratterizzano l’esodo dei migranti: le partenze, il viaggio, i legami con la terra d’origine, il dramma della guerra, fino al sogno e alla speranza di raggiungimento di un Eden, di una nuova terra ove dare un nuovo corso all’esistenza.
Entrando nella struttura della raccolta poetica, lo scenario evocativo dei versi si connota, sin dalle prime poesie, di immagini devastanti ( “…Muri di case, di chiese, / rovinano sotto il peso / della colpa degli uomini…Le madri raccolgono / la carne bruciata / dei figli martoriati…”); si tratta di uno scenario nel quale si coglie una relazione di empatia tra lo stato d’animo della poetessa e le mutazioni d’animo dei migranti, tra le condizioni interiori che uomini, donne e bambini portano sulle loro spalle nelle traversate della speranza e il grido di accusa che sale al cielo come bisogno di riscatto: “S’inchina sull’asfalto un grido / di risveglio e di riscatto./ Nelle strade tutto accusa / l’opulenza priva di natura / che depone le sue uova / tra sibille rivelatrici di un domani / senza senso e senza verso…”.
I toni del poetare di Giovanna Alecci appaiono ora elegiaci ora ricchi di pathos, ora trepidanti ora liricamente alti, ora stilisticamente criptici ora disvelativi, e mostrano il processo di maturazione della poetessa rispetto al suo itinerario d’esordio, avvenuto nel 2015.
Nelle 29 poesie di questo volume, distribuite in diverse sezioni, c’è una variegazione di sviluppi tematici che includono anche “i ricordi”, “la famiglia”, “gli amori”, “il lamento”, “i sensi” ed anche il rapporto d’amicizia della poetessa con Ramzi Harrabi, poeta e cantastorie tunisino, che da diversi anni vive a Siracusa dove lavora presso diversi istituti come docente di Lingua e cultura Araba-Islamica e di comunicazione interculturale. Ramzi Harrabi e Giovanna Alecci vivono una sintonia di intenti umani e poetici, che trova estensione anche nella traduzione in arabo di due poesie della poetessa rosolinese, sicuramente fondamentali nella visione teleologica della raccolta, e precisamente “Il mare degli ultimi” e “Canto di una migrante”, nonché in una poesia di Harrabi, “Orizzonti”, ispirata alla poesia di Giovanna Alecci che dà il titolo alla raccolta.
In conclusione, una poesia, quella di Giovanna Alecci, attenta al sentire comune dell’uomo, di respiro universale come il mare, di impatto comunicativo ed emotivo rilevanti, e tutta protesa a cercare la bellezza dell’amore e dell’accoglienza e a dire il suo “SI, come afferma Ramzi Harrabi nella Nota che chiude la silloge, a ciò che arriva dal di là dell’orizzonte e che al di là di esso c’è sempre un nuovo inizio, c’è un suo riflesso che può solo crescere, un fratello che non può ignorare”.
La terza voce poetica di cui ci occupiamo è quella di Pasqualino Cinnirella, nativo di Caltagirone, un “poeta autodidatta” o “naif” come egli ama definirsi, che ha dato alle stampe il volume “Boati dal profondo”, The Writer Edizioni, 2018, raccolta di versi che contiene anche diversi commenti critici a cura, fra gli altri, di Nazario Pardini, Patrizia Stefanelli, Maria Rizzi, Franco Campegiani , Norma Malacrida e Pasquale Balestrieri.
La poesia di Cinnirella si muove dentro coordinate formali e strutturali ove il verso si dispiega con un fluire diegetico e prosodico, ma non mancano gli affacci più lirici come nelle poesie “Morale”, “Storia”, Nell’afa della sera” “Dissesti”, ove la versificazione si snoda con più ricercatezza senza mai perdere quella semplicità del cuore che umanizza la struttura dei componimenti.
Quella di Cinnirella è una “poesia di forte contenuto esistenziale”, e poco importa se, qua e là, si trovano ipermetrie, accumuli descrittivi, indugi lessicali, stili vari e registri iterativi di un linguaggio comune, in quanto tutto ciò viene riscattato da metafore ed acute analogie, da respiri di genuinità lirica e di intima spiritualità, sia quando il verso tende alla prosodia sia quando si affida a misure liriche brevi ed efficaci.
Due sono i vettori di movimento della raccolta “Boati dal profondo”. Anzitutto quello della coscienza, che è il luogo del discernimento e della profondità della vita, dove bene e male si oppongono e si scambiano, se è vero che Cinnirella, nella sua breve lirica che apre la silloge, ha chiaro davanti a sé il doppio binario nel quale si può incanalare il “gioco della vita”:

Nel lungo gioco della vita
siamo come pietre spinte dalla china.
Il male c’incanala tra due sponde
e la voga affoga ogni singolo risveglio.
Ma il bene è con noi
in quel mare di fango che ci annega
-basta tenerci per mano -.
(Morale)

In questo primo versante, l’autore accampa sentimenti che esplodono dal profondo come “boati” , per lanciare messaggi nella direzione di un recupero valoriale dell’esistenza e con la speranza che la distanza tra le parole e la vita possa accorciarsi e far tornare il sorriso: “Non dirmi parole / che non lacerino / , con alito odoroso , / il chiuso dei pensieri / in dissonanza di vita; / ma muovi a musica le labbra / in sillabe dolci / perché l’eco nel cuore / sparigli l’arenarsi, da tempo immemori, dell’anima / per un sorriso finale / negli occhi rinati / alla fede dei giorni” (“Non dirmi parole”).
Sono “boati”, i versi di Cinnirella, che operano “L’accesa fantasia dei sogni” sul cui altare il poeta brucia “la mera conquista dei giorni”; sono “boati” che denunciano il male della terra di Sicilia ove “in silenzio per lo strazio / il cuore del sicano…è pietra millenaria”; sono “boati” che consumano sentimenti di meditazione esistenziale intrisi “di perdono, d’ansie, d’aneliti, /di rimpianti” e che fanno dire al poeta “Già si chiude il sipario /sulla mia scena nel mondo”. Sono “boati”, quelli di Cinnirella, che si proiettano nell’orizzonte del mito della fanciullezza ove i “I fanciulli giocano alla strada / lieti, ignari del tempo / che con fare impercettibile / li percuote…”, e che riannodano, altresì, flussi di memoria in cui oggetti, figure, affetti e paesaggi emergano come simboli di un vissuto caratterizzato da semplicità e autenticità: “la capra legata al ceppo di brughiera / e il fieno stagionare nel maggese”; “il carro lento nell’andare” mentre cigolando ritorna al fienile”; il gallo che canta “alla stella dell’alba”; “le nenie cantate a piena gola / tra covoni a schiera, a pila sull’aia”; le “perle di sudore” cadenti dalla fronte del padre.
Dentro queste vibrazioni poetiche non mancano le angolazioni religiose di Pasqualino Cinnirella, specie in alcune poesie, come “Pater Noster del 3° Millennio”, ove l’autore coglie la dicotomia tra la fede e le opere a causa di una “mala volontà” che impedisce al “regno di Dio” di trovare abitazione tra gli uomini, chiusi nel loro egoismo e nella loro indifferenza “Nell’era di continue metamorfosi / repentini scambiamenti, / reiterati sofismi, /dove la precarietà e l’inganno, / l’essere mendace e la violenza / sono nuovi connotati di sopravvivenza… (“Contemporaneità”).
Il secondo versante di movimento della poesia di Cinnirella è quello della speranza di un cambiamento che faccia uscire l’uomo dal suo “male di vivere” (“C’è da rifare il tutto del vissuto”), cambiamento che possa prendere il posto di tutte quelle discrasie tra l’essere e l’esistere, determinando l’apertura di nuovi orizzonti umani in grado di costruire sistemi di vita capaci di guardare l’Oltre, il Trascendente, la fede religiosa che si fa testimonianza di vita.
Leggere la raccolta di Cinnirella significa entrare nel tessuto esistenziale di un uomo che, senza pretese, orpelli e alchimie intellettuali, sa offrire il suo “pensiero poetante” sull’esistenza, non solo per descriverla, ma soprattutto per invitare il lettore a riflettere e a rileggere se stesso; grazie all’uso di una parola poetica che sa scavare nelle ambiguità della nostra contemporaneità, l’autore riesce infatti a disegnare le coordinate di una condizione umana che possa dire con il poeta: “… dove il sogno rigenera un cuore /che regge appena il suo domani, /senza tempo né spazio,/sono essenza vera – sono un uomo-”.

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