IN PUNTA DI LIBRO…di Domenico Pisana. Clemente Rebora, il poeta di frontiera tra dolore e itinerari di trascendenza

0
1481

E’ stata pubblicata il mese scorso, a cura dell’Associazione Culturale “La Fenice” e con il patrocinio della Regione Autonoma della Sardegna, del comune di Firenze, dei comuni di Monserrato, Biassono e Busto Arsizio e dell’Ente Concerti Edizioni Città di Iglesias, l’Antologia che raccoglie i vincitori e i poeti finalisti della I Edizione del Premio Europeo Clemente Rebora, sul tema “In cammino verso la pace: tra melma e sangue”, ideato e organizzato da Diego De Nadai, attore e insegnante di interpretazione vocale, e tenutosi nel corso del 2017.
L’opera è corredata anche da una introduzione illustrativa della poetessa italo-spagnola Elisabetta Bagli, che mette in risalto, con un ampio supporto fotografico, il senso degli eventi collaterali al Premio, svoltisi a Dolianova-Monserrato, in provincia di Cagliari il 13 maggio del 2017; a Firenze il 9 settembre del 2017 presso la sala conferenze dello storico Caffè Letterario “Le giubbe Rosse” e a Fagnano Olona e Busta Arsizio, in provincia di Varese. La I Edizione del Premio Europeo Rebora, racchiusa in questo volume, ci dà l’opportunità di porre in essere alcune linee di riflessione su questo poeta del ‘900 che non può essere lasciato nell’oblio e che va recuperato alla memoria del nostro tempo per la sua forza poetica ed attualità capace di illuminare la complessità contemporanea dilaniata da conflitti a vari livelli.
Bene ha fatto, ritengo, l’associazione “La Fenice”, grazie all’ intraprendenza e all’idea del regista e attore teatrale Diego De Nadai, a dedicargli un Premio Europeo, proprio a 60 anni dalla morte, avvenuta a Stresa nel 1957, per riportarlo al centro dell’attenzione.
Se è vero che di Rebora si è scritto nella prima metà del Novecento, basti pensare agli interventi di Contini e Giovanni Raboni, se è vero che ci sono stati convegni e iniziative per ricordare il poeta, è altresì vero che verso Rebora, a differenza di Montale, Quasimodo e Ungaretti, c’è stato un atteggiamento di distanza critica che non ha favorito una ricerca approfondita negli ambienti accademici, come pure nelle scuole, dove le Antologie lo considerano spesso un minore, una voce poco rilevante o dove neanche si studia tra i poeti del ‘900.
Per comprendere Clemente Rebora, credo sia necessario fare attenzione al rapporto che è presente nella sua poetica tra lingua, linguaggio e parola, tra tempo e storia. E la storia di Rebora è la storia di un poeta attraversata da tre tempi: il tempo della guerra, il tempo della scelta vocazionale, il tempo della malattia.

a. Il tempo della guerra tra umanesimo sofferente, negazione, attesa e dolore

Rebora, nato a Milano nel 1885, sin dai suoi primi passi giovanili appare un persona inquieta, in ricerca, vivendo all’interno di una famiglia di buona borghesia lombarda: la madre era molto religiosa, il padre un mazziniano convinto; Rebora cresce e si forma autonomamente negli anni di Liceo e dell’Università all’interno di una visione culturale pervasa dalla filosofia del Positivismo. Il primo Rebora è, insomma, un uomo che crede nella ragione, nelle certezze alle quali questa può fare giungere l’uomo; egli, poi, si lega a diversi amici e instaura anche rapporti con grandi figure poetiche del ‘900, come Montale, Pasolini e Caproni.
Dopo l’Università, Rebora si dà molto da fare come educatore, docente – diremmo oggi precario – nelle scuole serali frequentate da alunni molto poveri; nel contempo collabora alla rivista “La Voce”, nelle cui edizioni apparve la sua prima raccolta poetica, Frammenti lirici (1913).
In questa prima fase della sua vita non troviamo, è vero, una fede religiosa diretta di Rebora, ma essa matura già dentro quello che può definirsi un “umanesimo sofferente” fatto di domande, di negazione, di attesa e di dolore, di ricerca e pessimismo, del perché del male, della guerra.
E sono proprio gli anni della guerra che lasciano un segno forte nella vita del poeta. Rebora tra luglio e novembre del 1915 viene assegnato al fronte di guerra in Val d’Astico e, successivamente, già scosso da un esaurimento nervoso, viene condotto al fronte orientale tra il Carso e l’Isonzo. Destinazione più infelice non poteva esserci per il poeta, che in suo frammento scrive a proposito della sua destinazione : “proprio dove non m’auguravo”.
L’uomo Rebora negli anni della guerra riporta nei suoi versi tutta la drammatica sofferenza della sua esperienza bellica: “fortunati voi che avete soltanto sofferenze “psicologiche” – e non potete neppur lontanamente figurarvi”; “fango, mari di fango e bora freddissima, e putrefazione fra incessanti cinici rombi violentissimi”; intride le sue poesie di esasperazione per l’incomprensione che subisce da parte dei civili e dei generali, e urla l’orrore inesprimibile e crescente per il “macello al Podgora”(comune adriatico della Croazia) affermando: “si vive e si muore come uno sputerebbe”; “che tanfo di morti insepolti, / mentre l’artiglieria nostra ci accoppa in sbaglio!/ , l’imbestiamento e lo sforzo di tener su queste larve d’uomini”.
E proprio sul Podgora , luogo di “orrendo massacro”, o probabilmente al ritorno, potrebbe essere stata scritta da Rebora la poesia “Camminamenti” , che fu pubblicata nella rivista “La Tempra” nel 1917. Nella guerra in montagna, i camminamenti erano dei percorsi scavati nella roccia, protetti dal tiro nemico, che permettevano il trasferimento dei soldati da una postazione all’altra. I lavori si svolgevano durante tutta la notte, per evitare di essere osservati dai nemici. Durante il conflitto mondiale molte migliaia di militari non avevano mai imbracciato armi, ma venivano utilizzati come bestie da soma nei pesanti lavori di scavo delle trincee, apertura di camminamenti, sentieri, gallerie e strade, che Rebora descrive proprio nella poesia “Camminamenti”.
Rebora parla della guerra come inferno, e quindi non c’è nessuna retorica e neppure, a differenza di Ungaretti, un ultimo compiacimento: mentre Ungaretti nel guardare l’altro portato via dalla morte ringrazia il Mistero che lo tiene in vita, in Rebora, invece, non c’è nemmeno questo sguardo su di sé, tant’è che in due bellissime poesie, Viatico e Veglia di un soldato, lui guarda e sta davanti al dolore dell’altro; sta davanti al silenzio di Dio di fronte alla guerra, che non è il silenzio di Dio ad Auschwitz, ma è il silenzio di Dio davanti all’orrore del male.(1)
Di fronte alla guerra, Rebora sembra dire: “Dio dove sei? Che fai? Il suo è un grido umano composto, razionale, senza oltraggio, ma attraversato dal bisogno di comprendere e di ricercare una risposta veritativa. La guerra per Rebora è il tempo del nulla, un viaggio senza ritorno; egli, infatti, prostrato dall’esperienza bellica, conclude affermando che non resta che la morte, come dice in un verso della poesia del 1917 dal titolo “Il nulla”, in cui afferma: Fuori la vita è la morte.
Sin dagli anni della guerra troviamo in Rebora, pur se in modo indiretto, una apertura al religioso, se è vero che in una lettera del 1911, in epoca dunque apparentemente non sospetta, egli scriveva: “Mi sbatto nel contrasto fra l’eterno e il transitorio (…); e vorrei allora giovare ed elevare tutto e tutti; smarrirmi come persona per rivivere nel meglio o nel desiderio di ciascuno…”.(2)

b. Il tempo della scelta vocazionale e la ricerca di Dio tra domande di senso e spiritualità

Dopo la guerra Rebora vive nell’inquietudine e si incammina in un itinerario verso Dio. Il poeta avverte – proprio come S. Agostino quando scrive le sue Confessioni – che l’inquietudine è una struttura portante della sua vita. L’inquietudine è un sentimento doloroso che rimane fondamentalmente interiore: In interiore homine habitat veritas, in te ipsum redi, noli foras ire (Agostino). E Rebora, dopo l’esperienza della guerra continua a cercare fortemente dentro di sé questa verità sul senso dell’esistenza, tant’è che si dedica alla pubblicazione di alcune traduzioni e di alcuni libretti di spiritualità e dunque si volge verso un impeto religioso nel senso lato del termine, dirigendosi anche verso le religioni orientali: entrò in contatto con Tagore pubblicando un libretto in inglese molto interessante, e iniziando anche a fare conferenze sulla figura della donna nella storia e sulle grandi figure religiose. Rebora si proietta nella ricerca della verità con un atteggiamento di attesa fino a quando nel 1927 l’allora monsignor Roncalli, non ancora nunzio, intercede per un incontro con il cardinal Schuster, il quale lo aspettava: avviene la conversione. Gli viene somministrata la Comunione e la Cresima.(3)
Inizia così per Rebora una seconda fase: nel 1931 entra infatti come novizio presso i Padri Rosminiani di Stresa e nel 1936 viene ordinato sacerdote. Da quel momento la sua opera poetica trae ispirazione unicamente da temi religiosi (Curriculum vitae, 1955; Canti dell’infermità, 1955- 1956). Muore a Stresa a sessant’anni, nel 1957.

c. Il tempo della malattia come colloquio con l’Eterno.

L’itinerario esistenziale di Rebora incontra la malattia, che lo affligge e prostra fortemente; ma il poeta vive il suo dolore come colloquio con l’Eterno nell’attesa che trovi ospitalità nella sua anima. Emblematica è, a riguardo, la poesia dal titolo “Dall’immagine tesa”, presente nella raccolta Canti Anonimi (1920-1922).
Questa poesia nasce alla soglia della conversione del poeta e fu scritta nel 1920 in chiusura alla raccolta “Canti anonimi” del 1922. Il testo si compone di due parti di tredici versi ciascuna, versi di varia misura che vanno dai quinari ai senari, dai settenari e agli ottonari, all’interno dei quali sono presenti numerose rime. Rebora parla di una “attesa”, per cui sorge una domanda: chi è il soggetto-oggetto dell’attesa? Stando ad un colloquio di Rebora con un amico, (4) si tratterebbe di una donna “… domandai a Clemente Rebora se la sua poesia ‘Dall’immagine tesa’ andava letta in chiave anagogica, cioè come attesa della fede, di Dio… Rispose quasi divertito: “Ma no, la scrissi mentre aspettavo una ragazza!”
Questa ipotesi non troverebbe però conferma, perché in un appunto conservato tra le carte del poeta la dimensione dell’attesa si veste invece di una connotazione religiosa essenzializzata nella persona del Cristo, e considerato che Rebora scrive: “Dall’immagine tesa: la mia persona stessa assunta nell’espressione del mio viso proteso verso un annunzio a lungo sospirato, ma forse (confusamente) verso il Dulcis Hospes animae [il dolce ospite dell’anima, cioè Gesù.] (5).
Ad ogni modo, la dinamica della poesia “Dall’immagine tesa”, al di là di una polisemica ermeneutica, sembra muoversi nella direzione della teologia dell’Avvento, tempo liturgico del cristianesimo che utilizza l’immagine dell’attesa per l’accoglienza del Messia. Rebora dice di non aspettare nessuno, se è vero che per ben tre volte afferma “Non aspetto nessuno”, ma a partire dal verso 14 della lirica, ricorrendo all’anafora, ripete per sei volte la voce “Verrà”. Insomma, il poeta è in attesa di Qualcuno che verrà e che prenderà posto nella sua anima.
Il testo reboriano sembra avvolto in un orizzonte di oscillazione psicologica racchiusa dentro un codice linguistico di forte tensione emotiva ed espressiva (“Fra quattro mura / Stupefatte di spazio”); non solo, ma sembra rimandare al brano evangelico delle vergini prudenti che si preparano all’arrivo imminente dello Sposo(“Nell’ ombra accesa / Spio il campanello…”); ogni parola, insomma, si muove dentro un’atmosfera di meditazione spirituale, ed ogni immagine risulta attraversata da un silenzio gremito d’impercettibili suoni, profumati e leggeri come polline (si badi alla sinestesia: “polline di suono”).
A rafforzare il senso religioso di questa lirica di Rebora è la seconda parte del testo, ove il poeta pur manifestando tutta la sua fragilità di una attesa vigile e minacciata dalla tentazione , manifesta la convinzione che l’ “Ospite” verrà con certezza, verrà “d’improvviso” , ma non in modo trionfante e potente; la sua presenza ha una essenza divina che il poeta coglie “nel bisbiglio”.
Rebora rivive quasi l’esperienza del profeta Elia: “Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo, da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì Elia si coprì il volto con il mantello. Uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco venne a lui una voce che gli diceva: che cosa fai qui Elia? (1Re 19,11-13)
Ecco, la stessa cosa sembra accadere a Rebora, che sa di non aspettare nessuno, ma che è anche certo e consapevole del fatto che la sua attesa ha un senso: Qualcuno verrà, e si farà sentire nel “bisbiglio” , nel “polline di suono”, nel tintinnio di un “campanello”: chi lo percepirà sarà compensato delle sofferenze mortali che la sua assenza gli ha causato. Rebora è certo che Qualcuno verrà: “forse è già qui, impercettibile come un sussurro: “…Verrà a farmi certo / Del suo e mio tesoro / Delle mie e sue pene, / Verrà, forse già viene / Il suo bisbiglio”.
Da questa lirica emerge un dato universale e fortemente carico di significati religiosi: la fede cristiana – sembra dirci Rebora – non è un insieme di verità da credere, ma una esperienza che nasce da un’attesa, un’ attesa che si fa accoglienza di Dio che parla attraverso segni, gesti, immagini, avvenimenti dentro i quali – come lo stesso Rebora testimonia a Montale negli ultimi anni della sua vita – “la voce di Dio è sottile, quasi inavvertibile, è appena un ronzio. Se ci si abitua, si riesce a sentirla dappertutto”.
Nel momento in cui Rebora assume lo stato sacerdotale la sua opera poetica trae ispirazione unicamente da temi religiosi che sfociano nelle sue raccolte Curriculum vitae, 1955, e Canti dell’infermità, 1955 – 1956. Discorde è il giudizio della critica su quest’ultima produzione reboriana di Canti dell’infermità, ma al di là di queste valutazioni critiche un fatto resta certo, e cioè che la poesia dell’ultimo Rebora è un colloquio costante con Dio, quel Dio che il poeta ha trovato dentro se stesso al punto da fargli dire: “Far poesia è diventato per me, più che mai, modo concreto di amare Dio e i fratelli. Charitas lucis, refrigerium crucis”.
Rebora soffre, porta dentro di sé le piaghe del dolore, ma, sapendo di avere radici profonde nella fede cristiana, riesce a trasfigurare il dolore e si affida a Dio che gli apre l’orizzonte della pace e della speranza, orizzonti che si trovano presenti, in modo particolare , in due poesie: la prima porta il titolo “Il pioppo”, che si trova nella raccolta Canti d’infermità (1956) e che è stata anche ripresa da papa Francesco in un suo discorso a Strasburgo nelle sedi delle Istituzioni europee, il 25 novembre 2014; la seconda porta il titolo “La speranza”.
Nella lirica “Il pioppo” egli scrive: “Vibra nel vento con tutte le sue foglie / il pioppo severo;/spasima l’aria in tutte le sue doglie / nell’ansia del pensiero:/ dal tronco in rami per fronde si esprime/ tutte al ciel tese con raccolte cime:/ fermo rimane il tronco del mistero,/ e il tronco s’inabissa ov’è più vero.
Il poeta , a letto malato, medita sul mistero della sofferenza operando un rapporto contrastivo: da una parte l’albero del pioppo che “vibra con tutte le sue foglie” agitato dal vento, quasi a simboleggiare quanto accade al pensiero umano che corre veloce, sogna e fa progetti, e, dall’altra, il suo corpo ghermito, appesantito e lacerato dalla gravità del dolore. Il dolore, tuttavia, non toglie a Rebora la pace interiore né lo allontana dalla fede in Cristo: egli, alla stessa maniera del pioppo che rimane solido e fermo perché le sue radici sono profonde e inabissate nella terra, avverte che la sua vita ha le sue profonde radici nella fede in Cristo, il quale con la sua umanità sofferente ha salvato il mondo; e così riesce a sopportare il tempo della sua malattia.
Papa Francesco per parlare a Strasburgo dell’Europa ha pensato proprio a questa immagine di Rebora sostenendo che “le radici si alimentano della verità, che costituisce il nutrimento, la linfa vitale di qualunque società che voglia essere davvero libera, umana e solidale. In effetti, dall’immagine poetica di Rebora possiamo trarre un’ indicazione importante: l’Europa di oggi sembra mostrare un’ apparenza vitale, possiede un suo immenso patrimonio umano, artistico, tecnico, sociale, politico, economico e religioso, ma nella realtà soffre di relazioni scomposte, di chiusure e di costruzione di fili spinati, di paure e di sospetti; sembra essere diventata un “tronco senza radici”, e un tronco senza radici finisce nel tempo per svuotarsi al proprio interno e morire. L’Europa dovrebbe – come il pioppo di Rebora – inabissarsi “ ov’e più vera”, ossia la logica dei valori umani e cristiani, della sussidiarietà e della solidarietà sociale Senza un progetto valoriale, culturale e di solidarietà tra i popoli non è possibile costruire alcuna Europa autentica e con un’anima; si costruirà l’Europa delle banche, dei mercati e delle grandi lobby economiche, ma non una civiltà europea radicata nel valore della pace e della fratellanza tra i popoli. Se l’Europa vuole guardare al futuro con speranza e vibrare “ nel vento con tutte le sue foglie” come “il pioppo severo” di Rebora, deve ritornare alle sue radici più vere, alla sua dimensione più umana, alla sua intraprendenza curiosa, alla ricerca di quella dimensione veritativa capace di coniugare verità e giustizia per far trionfare la pace.
Ecco perché papa Francesco riprendendo la poesia di Rebora nel suo discorso a Strasburgo, ha invitato a considerare le radici non un “semplice retaggio museale del passato”, ma un patrimonio umano “ancora capace di ispirare” gli europei. Il Papa ha altresì puntato lo sguardo sul bene della pace che inizia riconoscendo “nell’altro non un nemico da combattere ma un fratello da accogliere”. Purtroppo, ha sottolineato, “la pace è ancora troppo spesso ferita” in tante parti del mondo e anche in Europa imperversano tensioni e conflitti di vario genere”.
Durante la malattia l’itinerario umano, spirituale e poetico di Rebora si caratterizza pertanto come movimento verso la dimensione teologale dell’esistenza. Il poeta supera il limite di una concezione immanentistica della vita che pensa di trovare solo in se stessa ogni risposta e speranza e prende atto che dietro tale visione di terrestrità non c’è altro che il nulla e lo svanire delle cose e del tempo: “Speravo in me stesso: ma il nulla mi afferra./ Speravo nel tempo, ma passa, trapassa”. Quasi come in una autoconfessione, Rebora dice di aver peccato, di aver sofferto , di aver scavato dentro se stesso alla ricerca di un senso del proprio esistere, arrivando all’ accettazione della Croce di Cristo come vera “spes contra spem”. E così dentro la teologia della croce egli trova il luogo certo e solido su cui poggiare la speranza.
Se il Rebora del tempo della guerra vive atteggiamenti illuministici, il Rebora degli anni 1936-1947 intuisce che la modernità ha creato una visione unidimensionale dell’uomo, cadendo in un grosso errore. Il poeta capisce, in buona sostanza, che l’esistenza umana non può guardare solo a ciò che è materiale, dimostrabile, scientificamente possibile, ma deve saper riscoprire la dimensione dello spirito che apre alla trascendenza, a tutti quei beni immateriali che rientrano nell’ambito di ciò che è bello, vero, buono e giusto. Insomma, il secondo Rebora intuisce che togliere Dio dalla vita dell’uomo significa affermare la negazione radicale della dimensione del trascendente, determinandosi così una assoluta visione antropocentrica dell’esistenza ove tutto finisce: “sulla terra… tutto finisce, travolto, in ambascia”.
Con la riscoperta della fede, Clemente Rebora guarda invece la storia con gli occhi della croce di Gesù Cristo: “…Ed ecco la certa speranza: la Croce.”. Si tratta della Croce simbolo “dell’Amore che si fa dono”, di quell’Amore che il poeta ha trovato nella rivelazione di Cristo , di quell’ “Amore che dona l’Amore” , che purifica l’anima, “ che vive ben dentro nel cuore” e “che già qui nel mondo / Comincia ed insegna il viver più buono” .
Da qui il sorgere della vera speranza reboriana, quella che opera nel poeta una trasformazione creativa mettendo in crisi le certezze assodate del passato e il quietismo accomodante del presente, in vista di un futuro che non è mera utopia e passiva attesa, ma avvio di un mondo nuovo ove la l’esperienza del bene si fa realtà presente. Questo spiega il senso dei versi “Amore di Cristo che già qui nel mondo/ Comincia ed insegna il viver più buono”: l’amore del Dio rivelatosi nella Croce, è per Rebora un evento che si fa proposta, messaggio, azione, non solo per i credenti ma anche per i non credenti, le persone che sono in ricerca della fede; è un evento d’amore che provoca la vita di ogni uomo poiché lo pone nella condizione di conoscere ed apprezzare alcuni dei principali fondamenti valoriali della sua esistenza, quali il valore della diversità, dell’unità, della comunione, del dono.
In un tempo come il nostro, nel quale tutte le speranze sembrano naufragare, la poesia di Clemente Rebora è un invito a saper lottare per la conquista di quella che egli definisce nei suoi versi la “certa speranza” capace di placare l’ inquietudine umana. “La certa speranza” reboriana è quella che pone l’uomo nella condizione di vivere e mettersi in cammino verso un ideale, verso la pace, la realizzazione dei sogni, per qualcosa che migliori la condizione morale e materiale dell’umanità. “La certa speranza” è quella che aiuta a lottare contro quello che all’uomo sembra il nemico più assurdo e imbattibile: l’idea della morte! La “certa speranza” di Rebora è l’ossigeno dell’esistenza, e chi non spera non vive: vegeta. Ecco perché il poeta l’ha cercata e accolta nella Croce di Cristo: perché è l’elemento essenziale della vita e perché dice ad ogni uomo che i suoi peccati sono perdonati, che Dio donerà quello che ha promesso e che, alla fine dei tempi, il male sparirà in modo definitivo dal mondo, così da far dire al poeta : “In seno al Padre con la dolce Madre / Per sempre in Cristo amandosi fratelli, / Alleluia!
La poetica di Rebora risulta dunque tutta impregnata – come afferma Elio Gianola – del “tormento profondo dell’uomo alienato ed esposto all’angoscia delle estreme domande esistenziali; Rebora è colui che più di tutti ha trasfuso in poesia esistenzialità e moralità, disperazione e speranza, rifiuto dell’esistente e ansia di assoluto, fino a costruire il più autentico monumento di poetica espressionistica della nostra letteratura primonovecentesca”. Per concludere, quella di Rebora, anche se religiosamente ispirata, non può essere, dunque, considerata una poesia di genere, ossia solo poesia mistica e religiosa, e, quindi, destinata a credenti; essa vive anche di un respiro laico, atteso che tutti gli aspetti del mistero della vita e che riguardano ogni uomo sono in essa presenti: il dolore, la gioia, la sofferenza, la pace, il bene, il male, la ricerca del senso, la fede, l’amore, la libertà, la felicità, il significato del tempo, l’attesa, il fine ultimo dell’esistenza e la speranza. Pertanto, il religioso che caratterizza la poetica di Rebora offre un orizzonte ermeneutico della vita di respiro universale e che va al di là di fedi confessionali, presentandosi come uno “spazio di teologia positiva” ove tutto il reale è segno che rimanda ad un Altro, all’Oltre, attestando che l’uomo è sì legato alla terra, ma è ontologicamente fatto non per restare sulla terra ma per un “oltre”; è fatto per qualcosa che è “più in là”: l’uomo è fatto per la trascendenza, per Dio. Sta qui la grande testimonianza del poeta Clemente Rebora, il cui Premio a lui dedicato ha contribuito certamente a rimetterlo al centro della nostra letteratura contemporanea.

Note
1. Cfr. G. C. Peluso, “Clemente Rebora: l’ardore, il limite, l’eterno. La vita come tensione”, in Incontro nel 50° anniversario della morte di Clemente Rebora ( 1885 – 1957), Centro Culturale di Milano, 29 novembre 2007.
2.Cfr. G. Occhipinti, I percorsi della trascendenza nella poesia di Clemente Rèbora, in Le confuse Utopie, Ed. Sciascia.
3.Cfr. E. Borgna – G.C. Peluso , “Clemente Rebora: l’ardore, il limite, l’eterno. La vita come tensione” , op. cit.
4. Cfr. E. Fabiani – E. Viola, Mania dell’eterno, La locusta, Vicenza, 1980.
5.Cfr. R. Lollo, La scelta tremenda, IPL, Milano, 1967.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci un commento
Inserisci il tuo nome

2 × 3 =

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.