Michele Giardina e il suo “Mal di Mare”. Riceviamo e pubblichiamo

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Forse non si arriva mai a capire il perché di certi accadimenti, ma ciò nulla toglie alla necessità di conoscere i fatti, offrendoli, nella loro multiforme chiave interpretativa, alla valutazione di chi degli stessi fatti intende scoprire genesi e sviluppo.
Questo, in estrema sintesi, l’obiettivo che sembra porsi Michele Giardina nella ricognizione di quel pianeta della migranza che va acquistando dimensioni sempre più vaste e complesse.
E in questo considerevole sforzo per investigare dati e fatti correlati a quello che certamente costituisce uno dei massimi problemi, se non il massimo problema, di questi nostri travagliatissimi tempi, egli mette in campo gli indispensabili requisiti – grande capacità di osservazione e obiettività di giudizio – che è lecito e doveroso aspettarsi da uno scrupoloso giornalista, testimone, in prima linea, delle vicende del quotidiano, alla cui analisi si accosta attingendo a una grande riserva di onestà umana e professionale.

Sotto gli occhi del lettore di questo importante libro-inchiesta transita tutto il pianeta-emigrazione con immagini che richiamano la disperata condizione del vivere di genti in fuga verso terre straniere dove piantare il seme di un futuro migliore, sullo sfondo di interessi e insaziabili appetiti avallati da scelte politiche non sempre operate nell’interesse del disperato di turno, o, peggio ancora, messi in moto spesso dalla latitanza delle nostre Autorità istituzionali, incapaci, per propri limiti obiettivi o per inadeguata forza contrattuale nei confronti dei Partner della Comunità Europea, di approntare adeguate misure per una gestione ottimale della grande questione immigrazione.
E, nella trasparente e dettagliata analisi degli eventi consegnati alla sua attenzione, il lettore, nella elaborazione del proprio giudizio, nitidamente avverte l’appello dello scrittore alla imprescindibile necessità di rigettare sia la vaghezza di richiami a generiche quanto effimere forme di solidarietà, proprie dei facili costruttori di ponti, sia la infondatezza delle paure e la inaccettabile intransigenza di quanti erigono barriere e muri, ritenendo, egli, inutile e fuorviante, per la risoluzione dello spinosissimo problema, qualsiasi ipotesi che non contempli un serio e responsabile coinvolgimento della Comunità Europea nel suo insieme e , ancor più, delle Nazioni Unite, che, di fronte a gravissimi fatti di respiro planetario, hanno, purtroppo, ad oggi, mantenuto un indecoroso atteggiamento pilatesco.
A fare da contrappeso alla torbida atmosfera e alla desolatezza del paesaggio all’interno del quale fin troppo spesso si generano e si sviluppano gli eventi riportati, e, altresì, alla pochezza morale dei tanti personaggi che ruotano attorno allo sporco business della migranza, restano a Michele Giardina il conforto costante, il respiro ampio e l’abbraccio generoso del suo Mediterraneo mare, insieme al calore umano degli amici dello Scordapene, segni, entrambi, di una fiera e orgogliosa appartenenza a un preciso territorio e a una città, Pozzallo, che, simbolo di approdo, si fa, nell’animo dell’autore , rifugio entro cui trovare sicurezza di passo al suo stesso incedere fra le macerie delle umane cose.

Un particolare merito va riconosciuto a Giardina per la essenzialità e la limpida eleganza della scrittura, che nulla concede a ridondanze di alcun genere, ulteriore prova di una misuratezza, capacità di equilibrio e bon ton propri dell’uomo e, insieme, dello scrittore.

Prof. Andrea Tomasello
Scicli

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