Salman Rushdie apre pordenonelegge: al Teatro Verdi il dialogo con Federico Rampini

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foto di Giannino Ruzza

 

 

 

 

 

 

«Semina chi legge». Con queste parole il pragmatico presidente della Fondazione Pordenonelegge.it, Michelangelo Agrusti, ha aperto oggi all’Hotel Moderno di Pordenone la conferenza stampa di presentazione di Salman Rushdie, uno dei grandi protagonisti della giornata inaugurale del Festival.  Agrusti ha richiamato il significato del tarassaco, immagine scelta per rappresentare la ventisettesima edizione di Pordenonelegge. Come il vento disperde i suoi semi, così la lettura diffonde parole, idee e conoscenza, supera ogni barriera e contribuisce a cambiare lo sguardo e la prospettiva delle persone. Il presidente ha quindi annunciato che, nel corso dell’incontro con la stampa nazionale che lo scrittore e saggista, Rushdie riceverà il riconoscimento “Ambassador of Freedom – Ambasciatore della libertà”, la speciale onorificenza con la quale Pordenonelegge rende omaggio quest’anno alle personalità che, attraverso la letteratura, il giornalismo e l’impegno civile e istituzionale, testimoniano e difendono il valore della libertà. Il riconoscimento sarà assegnato durante questa edizione 2026 anche a Vera Politkovskaja, figlia di Anna Politkovskaja, assassinata da un sicario nel 2006 su mandato del Cremlino e al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, atteso domenica al Teatro Verdi di Pordenone per la cerimonia conclusiva della manifestazione. Nel corso della conferenza stampa, lo scrittore e saggista britannico di origine indiana è tornato sul grave attentato subito nel 2022. Rushdie ha confessato di avere provato molta paura: “Ne ho ancora – ha ammesso –. Sono sopravvissuto, ma sarei potuto morire”. L’autore dei Versi satanici, da decenni simbolo internazionale della difesa della libertà artistica e di espressione, ha inoltre ribadito il proprio sostegno alla cultura woke. “Meglio woke che anti woke”. Riferendosi al presidente Donald Trump, ha osservato che quanto annuncia è spesso “l’esatto contrario di ciò che poi accade realmente”. Rushdie è intervenuto anche sulla guerra tra Stati Uniti e Iran, definendola una sconfitta per Trump e sostenendo che l’intervento americano non abbia favorito la causa e le aspirazioni della popolazione iraniana. Lo scrittore, in possesso di doppio passaporto inglese- americano, ha criticato anche il paese che lo ospita la Gran Bretagna e le forze politiche che lo governano. Domani Rushdie volerà a New York, dove il 17 settembre debutterà Knife (Coltello), il film di Alex Gibney che ricostruisce l’attentato subito dallo scrittore e il suo faticoso percorso di ripresa. “Non sarà semplice ripercorrere quella vicenda – ha ammesso –, ma mi auguro che per il pubblico possa essere una visione interessante”.

Al centro dell’appuntamento di questa sera al Teatro Verdi, condotto dal giornalista Federico Rampini, ci sarà il volume Linguaggi della verità. Saggi 2003-2020, pubblicato in Italia da Mondadori nella traduzione di Gianni Pannofino.  La raccolta riunisce quasi vent’anni di riflessioni dedicate alla letteratura e alla sua capacità di interpretare il mondo, affrontando temi quali la libertà di espressione, la censura, la migrazione, il multiculturalismo e il rapporto fra realtà e immaginazione. Da Shakespeare e Cervantes fino a Samuel Beckett e Toni Morrison, Rushdie racconta la parola scritta come uno spazio di libertà e di resistenza. Il dialogo con Federico Rampini offrirà quindi l’occasione per interrogarsi sul ruolo dello scrittore in un tempo attraversato da conflitti, polarizzazioni e nuove forme di censura, ma anche sulla capacità della letteratura di restituire la complessità della realtà.

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