
Taormina, 24 Febbraio 2026 – Muore un piccolo paziente di soli tre anni, avvenuto dopo un calvario durato dieci mesi, all’Ospedale “San Vincenzo” di Taormina. Si riaccende il dibattito sulla sanità siciliana. In seguito all’apertura di un’inchiesta da parte della Procura — che vede l’iscrizione nel registro degli indagati di 15 operatori sanitari come atto dovuto — i vertici del Centro di Cardiochirurgia Pediatrica (Ccpm) dell’ospedale “San Vincenzo” hanno rotto il silenzio con una nota ufficiale.
L’obiettivo della struttura è duplice: ribadire la trasparenza dell’operato medico e chiarire la gravità clinica in cui versava il bambino fin dal suo arrivo.
Secondo quanto dichiarato dai vertici del Ccpm, il piccolo sarebbe giunto nei reparti intensivi in “condizioni agoniche”. Il quadro clinico era compromesso da una severa disfunzione del muscolo cardiaco e da un malfunzionamento della valvola mitrale.
Nonostante la delicatezza della materia, attualmente sotto esame giudiziario, l’ospedale ha tenuto a precisare che ogni decisione è stata frutto di una rete di competenze d’eccellenza:
confronto costante (il trattamento è stato supportato dai massimi esperti italiani nella terapia dello scompenso cardiaco) supporto tecnologico (sono state impiegate tecniche di assistenza meccanica al circolo e diagnostica istologica avanzata).
Uno dei punti centrali della nota riguarda il rapporto con i familiari e i loro legali. L’ospedale sottolinea come, durante i dieci mesi di degenza, non ci siano stati segreti: «Numerosi colleghi di differenti specialità, consulenti nominati dalla famiglia, hanno avuto pieno e trasparente accesso alle informazioni cliniche e alle strategie terapeutiche adottate.»
Questa apertura, secondo la struttura, avrebbe permesso un confronto continuo tra i curanti e i periti di parte, garantendo la massima circolazione delle informazioni sulle condizioni del piccolo.
La nota affronta anche il tema del trapianto cardiaco, un’ipotesi che era stata vagliata attentamente. L’ospedale di Taormina spiega di aver consultato i principali centri di riferimento nazionale:
Ospedale Pediatrico Bambino Gesù (Roma), Ospedale Sant’Orsola (Bologna) e Università di Padova.
Questi tre centri, tra i sei autorizzati in Italia per tali procedure, avrebbero unanimemente considerato l’opzione del trapianto non realizzabile nel caso specifico, confermando la linea adottata dai medici siciliani.
L’articolo si chiude con una nota di profondo cordoglio umano che non cancella, tuttavia, la convinzione professionale dei medici coinvolti. Dopo un anno di tentativi per recuperare la funzionalità cardiaca o rendere possibile il trapianto, l’esito infausto lascia il personale “addolorato ma sereno” in merito alle strategie di assistenza prestate.
Spetterà ora alla magistratura, attraverso le perizie e l’analisi delle cartelle cliniche, stabilire se vi siano state responsabilità o se, come sostiene la struttura, sia stato fatto tutto il possibile di fronte a una patologia rivelatasi purtroppo incurabile.





