Percorsi pirandelliani nel libro “La finzione vissuta” …di Domenico Pisana

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Nel vasto e variegato panorama di studi pirandelliani, un saggio critico originale e illuminante può ritenersi quello di Graziella Corsinovi, docente di Storia del teatro e dello spettacolo e di Letteratura Italiana presso l’Università di Genova, scomparsa lo scorso anno; il libro dal titolo “La finzione vissuta. Percorsi pirandelliani: tra filosofia, psicologia, drammaturgia”, entra in modo deciso e puntuale all’interno della grande opera di Luigi Pirandello.
L’autrice si cimenta in una analisi critica sviluppata su assi tematici che convergono nell’unità di un pensiero che mette al centro il concetto di “finzione” intesa nel suo senso etimologico originario di costruzione psichica, e come unica porta, per l’uomo, di accesso alla realtà e al suo mondo interiore, oltre che come possibilità di cogliere “la verità senza realtà”.
Graziella Corsinovi riesce, dentro questa prospettiva, a mettere in collegamento tutte la varie forme di finzione che attraversano l’opera pirandelliana: dalle “finzioni dell’anima” alla “finzione delle parole”, alla “finzione vissuta” che vede l’uomo ora “pupo”, ora “maschera”, ora “attore che recita come in un teatro”, fino ad arrivare ad un “oltre” della finzione inteso come “ricerca dell’auroralità dell’Essere”.
In apertura del suo saggio, Graziella Corsinovi rileva come Pirandello rappresenti l’emblema della crisi della modernità e, parafrasando un detto di Benedetto Croce, sostiene che “potremmo dichiarare che ‘non possiamo non dirci pirandelliani’ ”. Un’affermazione davvero forte e, direi, anche provocatoria, ma che l’Autrice argomenta con dovizia di particolari e analisi critiche acute e intriganti, ricorrendo ad una lettura certosina di testi come “Maschere Nude”, “Uno nessuno centomila, “Arte e Scienza”(1908), “Fu Mattia Pascal”(1904), “Novelle per un anno”, i tre miti “La nuova colonia 1924 (mito della società), “Lazzaro 1928 (mito della fede), “I giganti della Montagna, 1934 (mito dell’arte), miti riuniti in “Maschere nude”.
La tesi di fondo dell’Autrice si essenzializza nell’idea-madre secondo la quale l’opera pirandelliana, nei suoi versanti narrativi e teatrali, “pone al centro l’inconoscibilità del reale e l’inattingibilità del vero, ipotizzabile ma non conoscibile”, atteso che secondo Pirandello l’attività psichica – stando all’analisi della Corsinovi – si riduce “ad una successione di finzioni, finzioni dunque ‘necessarie’ ed ineliminabili, per cui l’agire e il sentire umano si configurano come una rappresentazione di ‘maschere’, anzi di ‘maschere nude’ perché deprivate da un qualunque principio ontologico che le giustifichi e di un centro stabile che le unifichi”.
Il supporto scientifico alla sua tesi trova, certo, radicamenti in tanti studi pirandelliani, ma l’Autrice va oltre per affermare che “al di fuori della finzione del nome, come al di fuori di ogni finzione psicologica, l’io non ha realtà”; l’io, nella visione di Pirandello, sarebbe privo del suo “ubi consistam”, agirebbe come attore imbrigliato in “un ‘meccanismo indefinito di finzioni necessarie’ per vivere, ma non sufficienti a garantire la stabilità dell’essere”.
L’uomo, dunque, non ha certezze e quando presume di averle, basta un soffio per mandare all’aria le sue varie costruzioni. Pirandello, secondo l’Autrice, cerca di “ricongiungere, in un utopistico primum, Essere ed Esistere, aprendo come prospettiva la possibilità per l’uomo di un oltre, di vedere con altri occhi, con il sentimento del contrario, “l’oltre” di se stesso ponendosi in collegamento con “l’oltre” della dimensione vitale.
Molto interessanti appaiono nel volume gli approfondimenti dei tre miti riuniti in “Maschere Nude”, miti che riprendono le antinomie pirandelliane tra realtà e verità, forma e vita, corpo e ombra, arte e vita, opera creata e sue rappresentazioni. Attraverso l’interpretazione dei tre miti succitati, Corsinovi tende ad affermare come Pirandello al limite e al crollo delle certezze opponga la “necessità dell’utopia di un sogno collettivo per la rifondazione – si legge nel saggio – di una società più giusta, la richiesta di una fede che non sia negazione ma esaltazione della vita attraverso Dio, la difesa dell’arte come valore perenne dello spirito”.
Questo saggio piace perché suscita, con un linguaggio comunicativo ma rigoroso e specialistico, un forte interesse attorno ai grandi temi dello scrittore agrigentino, dando al lettore la possibilità di cogliere la linea di movimento e di direzione del pensiero pirandelliano, ossia la fuga dalla “trappola” dell’esistere. E in questa linea di fuga si trovano, sicuramente, tante possibilità di declinazione della teoresi pirandelliana nell’oggi della nostra contemporaneità, atteso che appare di grande attualità la sua lezione, dalla quale scaturiscono alcune domande. La prima: la coscienza umana è una maschera dietro cui, come in windows, si aprono mille file e non si sa quale di questi vada per primo approfondito, affrontato, chiuso, eliminato o ancora non utilizzato? Oppure, seconda domanda, la coscienza , è l’incarnazione del sentimento dell’Essere dell’uomo?
Facendo tesoro solo della grande lezione di Pirandello, non ci resta che concludere che la coscienza esiste se non come maschera che, più o meno consapevolmente, ciascun individuo sceglie di indossare; e quando l’immagine che ciascuno ha di se stesso non coincide con quella che gli altri hanno di lui, l’inganno cade, e l’esistenza umana si mostra in tutta la sua miseria, sospesa nell’inconciliabilità tra vita e forma, tra essere e divenire.
Emerge così tutto il malessere dell’uomo moderno condannato alla solitudine e all’incomprensione con l’altro, e destinato a rassegnarsi ad essere “Uno, nessuno centomila”, cercando di trarre beneficio dalla maschera che gli altri gli forgiano addosso (vedi Rosario Chiàrchiaro, in La patente), oppure rifiutando la propria identità socialmente connotata e avviandosi in solitudine verso l’inevitabile follia ( vedi l’Enrico IV).
A questo punto, all’uomo, per Pirandello, non resta davvero altro che “dimettersi” dalla vita come il mago Cotrone che afferma: “Io mi sono dimesso. Dimesso da tutto: liberata da tutti questi impacci ecco che l’anima ci resta grande come l’aria piena di sole e di nuvole, aperta a tutti i lambi, abbandonata a tutti i venti, superflua e misteriosa materia di prodigi che ci disperde e solleva in misteriose lontananze. Guai a chi si vede nel suo corpo e nel suo nome”. (“I Giganti della montagna”).
L’orizzonte che, comunque, si rivela estremamente interessante è quello dell’ultima parte del libro, e che Graziella Corsinovi titola: “Oltre la finzione: alla ricerca dell’‘auroralità’ dell’Essere”, ispirandosi alle parole del drammaturgo agrigentino “Ormai preferisco sognare che vedere”(L’illustrazione italiana, 1935).
Che cosa, secondo Pirandello, può consentire all’uomo di ritrovare se stesso, di andare oltre la finzione, di ritrovare quella che Corsinovi chiama “auroralità dell’Essere? La strada che Pirandello indica è quella del mito dell’infanzia, del recupero di quei dati costitutivi che la caratterizzano, come, ad esempio, la stupefazione, la meraviglia, l’incanto, la capacità di sognare e di credere nel sogno.

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2 commenti su “Percorsi pirandelliani nel libro “La finzione vissuta” …di Domenico Pisana”

  1. Luigi Pirandello a proposito di maschere ci avvertì tutti quando scrisse:
    “Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”.
    Con questa frase Pirandello ci dice che si, incontreremo tante persone nella nostra vita, ma poche saranno davvero loro stesse. la maggior parte infatti, indossa una maschera, si mostra come vuole essere vista, non per com’è davvero. Maschere di convenienza, di educazione, di falsità. E tu…senza accorgertene, potresti confondere quelle maschere per volti sinceri. Ma arriverà il momento in cui capirai, spesso con dolore, che la vera autenticità è rara. L’insegnamento di Pirandello è chiaro, non fidarti solo delle apparenze. Osserva, ascolta e riconosci chi ha il coraggio di mostrarsi davvero, perchè sono quei pochi volti autentici che fanno la differenza in un mondo pieno di finzioni.

  2. Orazio ispettore privato

    Bah! Mah! Boh! Come dicevo in un altro commento , la realtà non è mai come la si vorrebbe . ” Esiste tutto un mondo platonico delle idee , che non riesce a concretizzarsi nel reale , magari potesse restarci anche la sola illusione che verso quelle idee e ideali astratti il mondo si sforzerebbe di andare . Ma tutto è una finzione , dove si cerca di dimostrare il contrario , per questo la realtà fa ridere . Alcuni ne sono consapevoli , ma fanno finta di niente , altri sono in buona fede . La realtà in generale sovrasta le capacità di comprensione della mente , questo è piu vero per la realtà psicologica , non e ‘ come dire questo è nero e questo è bianco ; certo nell ‘atto del metaconoscerci possiamo meglio azzeccarci o sviare totalmente la conoscenza di noi stessi . Esistono molti fattori che possono intervenire nell ‘ostacolare una visione più nitida possibile del nostro se .L ‘ambizione smodata , quello che gli altri , molto spesso e schematicamente, vogliono farci credere che siamo , quello che vorremmo essere . Dovremmo quindi essere umili e oggettivi , metapercendoci senza forzare e allo stesso tempo non farci influenzare dagli altri , di quello che vogliono farci essere , secondo ciò che gli conviene o che schematicamente riescono a comprendere . Esiste ovviamente una realtà oggettiva del ciò che siamo Molti credono che iniziamo con la nascita , ma I vissuti generazionali sembrano predeterminarci in modo significativo. Gli influssi del non bene , di cui nessuno è esente , sembrano
    du ” disiautenticarci ” , farci esistere in territori angusti di insofferenza , mentre la comunione con i flussi del bene , al contrario sembrano farci sentire noi stessi , cioè più autentici . La società dal canto suo ci costringe in molti ruoli di necessità e convenienza , molti sono ruoli di importanza inane o comunque spropositata , questi servono per eternizzare l ‘immanente o meglio per dare l ‘illusione , che quaggiù tutto durerà o dura per sempre , surrogando il bisogno di eternità. In conclusione per avere una visione più chiara di sé , bisogna avvicinarsi al creatore, al colui che ha fatto il tutto , essere dunque umili e considerare che la vita è a tempo. Noi intellettuali di primo ordine dobbiamo usare i nostri talenti per chiarire , mostrare e indicare profeticamente la via per tutti , come la segnaletica verticale a volte , per restare nella similitudine, divelta dai falsificatori e sviatori , che appoggiano gli svianti : carrieristi in politica , affaristi nel mercato .

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