
Ragusa, 23 dicembre 2025 – Parlare e discutere di colonialismo italiano deve essere possibile. E’ l’assunto da cui parte l’evento L’Italia in Africa, andata e ritorno, in programma il 28 dicembre alle ore 17,00 al Centro Commerciale culturale di via Matteotti, che avrà come evento centrale la proiezione del pluripremiato film di Valerio Ciriaci “If only I were that warrior”. Tra gli interventi, quello di Stefania Ragusa, giornalista specializzata in arte e culture africane e docente. “Quello che rimane problematico e ancora molto infantile è la relazione dell’Italia con la propria storia, una relazione che non sembra capace di reggere l’impatto con la complessità – dice -. La tendenza è spesso quella di assumere un atteggiamento da tifo calcistico, selezionando solo ciò che serve a dimostrare l’eccellenza e i meriti della parte che si intende sostenere. Questo atteggiamento riguarda la storia nel suo insieme ma nel caso del colonialismo risulta particolarmente evidente: come tutto ciò che sembrava troppo implicato con il fascismo, si è preferito volgere lo sguardo altrove, evitando di confrontarsi con la realtà e di coglierne gli intrecci nello spazio e nel tempo».
«Esiste ormai una letteratura accademica vastissima che, tuttavia, non è per tutti. Per raggiungere e sensibilizzare un pubblico più ampio, spesso risultano più efficaci podcast e film. E non è un caso che, in occasione dell’evento ragusano, sarà proiettato il lungometraggio del regista Valerio Ciriaci, If I only were a warrior, sulle reazioni delle comunità etiopi alla notizia della costruzione, ad Affile, di un mausoleo dedicato al generale Graziani. Nel mio intervento, tra l’altro, darò alcuni suggerimenti di lettura, come ad esempio la scrittrice etiope Maaza Mengiste, che ho recentemente intervistato. Il re ombra, il suo primo romanzo, è per l’Italia un libro importante: ci guida in una dimensione esistenziale di conoscenza e comprensione del colonialismo fascista in Etiopia e si rivolge a entrambe le comunità di memoria coinvolte — etiope e italiana — creando uno spazio in cui possano finalmente guardarsi e riconoscersi. Penso anche, e potrebbe sorprendere, a Tempo di uccidere di Ennio Flaiano, uscito nel 1947. È un romanzo a lungo guardato con diffidenza: Flaiano era sospettato di essere di destra e il libro veniva letto come un testo esistenzialista. A mio avviso, però, rappresenta il primo romanzo italiano dotato di una prospettiva postcoloniale. Riflette certamente alcuni stereotipi tipici della rappresentazione pregiudiziale dell’Africa dell’epoca, ma contiene anche una critica del colonialismo e induce a una serie di riflessioni etiche molto stimolanti».













