
Alla vigilia della riapertura del Polisportivo di Contrada Caitina, a Modica, la figura di Pietro Scollo, storico massaggiatore e anima del Modica Calcio, incarna una profonda tensione dialettica tra la memoria collettiva e il riconoscimento ufficiale. La sua storia è uno spunto per riflettere sulla natura dei simboli comunitari e su come le nuove generazioni ereditano il mito.
L’appellativo “Zio Pietro” (o “Zu Pietro”, “Don Pietro”) è il cuore del fenomeno. Non è un semplice soprannome, ma un titolo onorifico spontaneo, conferito dall’affetto di una comunità intera.
La trasmissione di questo nomignolo, persino tra chi non ha avuto alcun contatto fisico con l’uomo oppure mai conosciuto, è la prova inconfutabile che l’identità di Scollo si è cristallizzata nel mito orale. Egli non è più solo una persona, ma una “figura archetipica” nel pantheon modicano: il custode, il saggio, l’uomo che ha incarnato la longevità e l’assoluta dedizione al bene comune (il Modica Calcio).
Le nuove generazioni utilizzano “Zio Pietro” non per contatto diretto, ma per aderire emotivamente a quella storia. È un atto di filiazione culturale, un modo per dichiarare: “Faccio parte di questa grande famiglia che lo ha amato”. L’uso, anche se a volte meccanico, non è mancanza di rispetto, ma perpetuazione della sua “firma emotiva”.
Per chi, come me, ha vissuto sotto l’egida di quell’uomo, il legame è filiale. Pietro Scollo non fu solo un massaggiatore; fu un gestore, un educatore e un fondatore de facto:
fu tra coloro che “spietrarono” il terreno per realizzare il vecchio campo sportivo “Vincenzo Barone”; fu l’uomo che, durante una partita che stavamo vincendo di misura, ci soccorreva a centro campo e magari mormorava ai noi giocatori all’orecchio : “Nun ti susiri ri ‘interra, gran curnutu accussì passa u tiempu” (Non ti alzare da terra, così guadagniamo minuti), svelando una saggezza calcistica che andava oltre il massaggio.
Per la mia generazione e per qualche altra, “Zio Pietro” è un fatto privato e intimo, un segno di riconoscenza per l’uomo che li ha visti crescere come persone e come calciatori.
L’intitolazione ufficiale del Polisportivo di Contrada Caitina a “Pietro Scollo” è l’atto solenne e duraturo con cui le istituzioni hanno elevato la sua figura dalla panchina allo status di monumento civico. L’impianto è intitolato al compianto massaggiatore, deceduto a 93 anni, il 2 marzo 2013, ai bordi del campo di Misterbianco.
La riapertura della struttura, dopo anni di abbandono, non solo restituisce dignità alla comunità sportiva, ma rinnova la dignità storica e amministrativa di quel gesto.
L’uso di “Pietro Scollo” serve a contenere il mito popolare all’interno di una cornice storica. È il riconoscimento di un merito oggettivo che va oltre l’affetto personale e che deve restare impresso nei registri della città. Il campo è ora il “Pietro Scollo”, un luogo di memoria e sportività.
La miaa percezione di “inopportunità” nell’uso indiscriminato di “Zio Pietro” credo sia una preoccupazione legittima di chi custodisce la memoria autentica.
La sensazione nasce dal timore che il linguaggio popolare (l’affetto) possa erodere lo spazio del linguaggio ufficiale (la memoria). Se la familiarità diventa l’unica chiave di lettura, si rischia che l’uso continuo e non meritato di “Zio Pietro” da parte di tutti porti a dimenticare che quell’uomo, con il suo nome e cognome completi, ha compiuto un percorso straordinario, meritando un onore istituzionale e non solo un vezzeggiativo diffuso.
In conclusione, diciamo che la figura di Pietro Scollo vive in un salutare, seppur a volte scomodo, dualismo: “Pietro Scollo” è l’identità che onoriamo per la sua storia e la sua dedizione, il nome che deve essere usato con rispetto e consapevolezza, specialmente nel contesto dell’impianto sportivo; “Zio Pietro” o “Zu Petru” (nei fatti così lo chiamava qualche giocatore di prima scuola) è l’identità che custodiamo per l’affetto e la familiarità, il segno indelebile del suo spirito, anche se, nella realtà, per l’immenso rispetto che nutrivamo verso il personaggio, noi calciatori dell’epoca, lo chiamavano affettuosamente “Don Pietro”. Nessuno di noi si permetteva, ad esempio, di chiamarlo col soprannome usato dalle generazioni più vicine all’interessato, “Scarpazza” (forse per la misura dei suoi piedi), perchè rispettavamo l’età, la persona, il professionista.
Allora consentitemi, senza sorta di polemica, di dissentire, qualche volta, da chi usa troppo superficialmente, l’appellativo di “Zio Pietro”, senza nemmeno sapere chi era e cosa ha fatto, ma solo perchè gli altri lo fanno. Non mi scandalizzo, è chiaro, anche perchè i miei figli chiamavano mio padre Gino mai nonno.
Entrambi gli appellativi sono vitali: l’uno per sancire la sua importanza nel tempo, l’altro per garantirne l’immortalità nel cuore della gente. La vera sfida per le nuove generazioni è imparare a distinguere e rispettare questi due piani del ricordo, usando l’uno quando si parla della dignità del luogo e l’altro quando si evoca il calore della leggenda.














2 commenti su “Riflessione: Pietro Scollo, tra mito popolare e riconoscimento istituzionale”
concordo pienamente carissimo Saro
Mi piacerebbe leggere un libro biografico molto dettagliato sull ‘uomo , chissà se qualcuno non ha già in mente di scriverlo . Magari un giornalista sportivo, che ha avuto modo di conoscerlo e approfondire la sua storia.