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Il romanzo di Papè Rizzone “Il sogno di Martin”…di Domenico Pisana

Tempo di lettura: 2 minuti

Papè Rizzone è un modicano che da anni ha dato prova del suo estro narratologico con pubblicazioni di romanzi: La rivincita (2008) e “Radici e pezzetti di vita”(2012); con il giallo poliziesco XAXA( 2014) e il libro Nel nome di un Dio ove Rizzone mette al centro della sua scrittura il tema del dialogo tra Islam e cristianesimo e le difficoltà che esso presenta nella sua applicazione storica.
Con questa nuova pubblicazione dal titolo Il sogno di Martin, l’autore pone ancora una volta il lettore di fronte ad una narrazione con un’ angolazione ben precisa: quella dello scrittore che si volge verso il documento puntando, senza ipocrisie, sul tema complesso che riguarda il fenomeno delle migliaia di minori non accompagnati sbarcati in questi anni, illegalmente, in Italia; e lo fa attraverso una narrazione letteraria coinvolgente dentro cui si svela la prospettiva del suo pensiero.
Il volume narra la storia di Martin, il quale, mentre viaggia su un barcone che sta per inabissarsi nelle vicinanze delle coste italiane, si salva miracolosamente dal naufragio e viene accolto ed adottato da un imprenditore agricolo crescendo così in una famiglia “normale”, amato dai genitori adottivi e dalle sorelle, e conducendo una vita serena in un ambiente sano ed accogliente. Ed è in questa famiglia che il giovane immigrato viene cresciuto da Nicola e Santina, condividendo la tranquilla vita del focolare domestico e sognando una vita serena.
Il vissuto di Martin e i suoi rapporti con la famiglia trovano, però, difficoltà di integrazione, che Rizzone riesce e decodificare dentro la tessitura di una narrazione che fa emergere una problematica umana, culturale, sociale, etica e religiosa, dando al testo un orizzonte letterario di rilevante significazione. Nel subconscio del giovane protagonista Martin, riverberano infatti atteggiamenti e sensazioni di consapevolezza dell’esistenza che lo portano a respingere il mondo che lo circonda, l’amore della famiglia che lo ha accolto, la gioventù moderna e spensierata che gli vive vicino , e a rifiutare una vita normale fatta di studio in vista dell’inserimento nel mondo del lavoro; c’è, insomma, nelle sequenze narrative del racconto, una vita di sofferenza, un disagio che induce Martin “a criticare tutta la realtà che lo circonda, a vedere il mondo in un modo diverso da come lo vedono coloro che lo hanno accolto”.
Il realismo della narrazione di Rizzone tocca, fra l’altro, il problema del distacco di Martin dalla sua gente e dalla sua cultura, la morte dei genitori, le prove affrontate sin dall’infanzia, l’annegamento dei suoi compagni di viaggio, i filmati della memoria che gli ricordano i momenti in cui si trova attaccato a quello scoglio prima che Samir lo portasse in salvo tirandolo fuori dalle onde.
Nel libro di Papè Rizzone c’è, insomma, tutta una “meta-narrazione” che fa emergere nessi esistenziali legati all’integrazione degli immigrati: “Papà, – afferma Martin – non puoi capirmi, ho lasciato la mia terra, come tu dici, ma spesso girandomi attorno sento il bisogno di sentire voci lontane, odori mai dimenticati, un mondo che mi è rimasto dentro”. Il padre, però, cerca di convincerlo invitandolo a vivere il presente, a non assolutizzare la sua identità di provenienza e a crearsi un futuro, cosa che però viene rigettata da Martin che replica: “Sono pessimista, non mi piace questo mondo, io sono alla ricerca delle mie radici, delle mia tradizioni, del mio mondo!”
Ecco, Papè Rizzone rimarca il pathos culturale del protagonista, radicato nella cultura della sua terra, in leggi e tradizioni che non fanno parte dell’ambiente che lo ha accolto e in cui vive; non solo, fa risaltare il senso identitario del giovane immigrato che professa anche la religione islamica e fa suoi i dettami del Corano, considera le Sure la via maestra, le parole di Maometto la sua guida, dando ai versetti del Corano valore universale.
C’è, dunque, in questo volume una letteratura d’umanità essenzializzata nel concetto di “integrazione”; l’autore fa rilevare, attraverso il racconto, come non ci sia nel protagonista una accettazione della pari dignità delle culture religiose, tant’è che Martin entra in conflitto col mondo che lo circonda e che non la pensa come lui, e abbandona la famiglia adottiva per raggiungere i suoi fratelli di fede ed unirsi a loro. Durante il viaggio conosce gente diversa, e alla fine approda a Milano, ospite di una famiglia islamica estremista e fanatica, e così quelle che prima erano per lui idee, aspirazioni, sogni, ora diventano realtà, atteso che tutto il mondo di extra comunitari attorno a Martin aspira ad un islamismo cosmopolita, un islamismo globale incarnato tutto nelle leggi coraniche, nella cultura islamica con le sue tradizioni e i suoi costumi.

La tematica dell’identità

La vicenda di Martin porta al centro il tema dell’identità. Martin ha il pensiero altrove, sente di essere sconnesso dalle sue radici, tant’è che lo scrittore lo coglie in questo suo status esistenziale:

“…è sempre più silenzioso e litiga con le sorelle, in questo periodo non vanno molto d’accordo. Spesso sale su in collina, passa ore a guardare giù i campi e le persone che ci lavorano, non so cosa ci trovi da guardare e cosa pensi, non c’è modo di farlo parlare. Al ritorno è triste, strano e silenzioso, cerco di fargli qualche domanda ma mi risponde tanto per dirmi qualcosa e poi mi abbraccia forte”.

Ciò che Martin sogna è altro e altrove, e Rizzone lo narra con dovizia di particolari cogliendo sensazioni e stati d’animo. Il senso identitario di Martin emerge con forza da un dialogo con Valerio, al quale confessa che “coloro che migrano non è perché non amano il paese dove sono nati ma perché in patria non hanno modo di soddisfare i propri bisogni e i propri desideri, non dimenticano certo le loro radici. Fuggono dal loro paese ma non dalla loro cultura, dalla loro religione, dal loro modo di vivere, non si integreranno mai, non potranno mai accettare di vivere in un modo diverso”.
Il dialogo ad un certo punto si fa pungente, e Valerio, con un tono di voce più alto e riferendosi alla propria identità, risponde: “ Non condivido affatto quello che tu dici. La nostra cultura, il nostro modo di vivere come lo chiami tu, la nostra civiltà, l’abbiamo conquistata attraverso secoli di storia, secoli più o meno bui, di crudeltà, di guerre fratricide, guerre di religione, distruzioni e ricostruzioni di mondi. Alla fine ci siamo convinti che l’essere umano è il centro del mondo, l’uomo è al centro dell’universo perché ha la ragione, nessuno può calpestare la sua dignità o può imporgli regole che la ragione e l’intelligenza non approvino e apprezzino”.
La controreplica di Martin non si fa attendere, e in modo deciso: “Sono italiano, ma sono di fede islamica , io faccio parte della mia gente e bisogna istruire le nuove generazioni perché non si facciano contaminare da altre culture che non siano la nostra. Non saremo mai sottomessi ad altro che al valore dell’Islam”.

La tematica del sradicamento e della mancata integrazione

Lungo il racconto emergono, poi, tanti altri sentimenti di Martin, che nel colloquio con i vari personaggi della narrazione tocca tanti altri temi come quello della condizione della donna, del velo, della partecipazione alla vita pubblica, dell’uso delle bevande alcoliche, del ruolo del Corano, delle relazioni tra uomo e donna,
I vari interlocutori del protagonista, a partire dai genitori adottivi e poi Zita, Monzur, Kaled, Karim, Hamed, Miriam, Sara, Fatima, Mario, portano alla luce il tema del sradicamento di Martin dalla sua terra e dalla sua cultura, e l’incapacità a saper accettare la diversità di chi lo ha accolto. Il volume di Giuseppe Rizzone porta così alla luce il grosso problema che colui che immigra si trova davanti, cioè quello di dover vivere in una società nuova nella quale il modo di relazionarsi, i bisogni, i valori sono spesso radicalmente diversi; Martin è l’esempio della mancata assimilazione-integrazione e del rifiuto della nuova cultura e in questo direzione si rivelano determinanti i suoi valori etico-religiosi rispetto a quelli della famiglia che lo ha accolto, tant’è che in dialogo afferma:

“Io non mi sento né terrorista né integralista ma non condivido la scelta di vita di questi occidentali che vogliono dominarci plagiando la nostra cultura anche inserendosi nel nostro sistema attraverso la loro politica. Non saranno né la democrazia né la politica a comandarci e governarci!”

Questo storia romanzata di Rizzone piace perché offre al lettore la possibilità di riflettere su tanti dilemmi che riguardano la questione dell’immigrazione nel nostro tempo, tra i quali quello attinente al fatto se una donna musulmana deve essere libera di indossare il velo anche fuori dal proprio Paese, o se lo deve abbandonare perché in contrasto con i valori del Paese in cui immigra; se gli immigrati hanno il diritto di conservare la loro cultura o di sostituirla con quella del paese che li accolgono; se chi nasce in un luogo ha più diritti di chi immigra, o tutti gli uomini e le donne devono avere gli stessi diritti ovunque.
La cosa che questo racconto vuole evidenziare è che Martin è l’esemplificazione del fatto che i processi migratori comportano sia il cambiamento territoriale con il passaggio da un luogo ad un altro, sia il cambiamento sociale con il passaggio da un ambiente ad un altro; se è vero che chi immigra deve aprirsi alla cultura, alle tradizioni e ai valori del paese che lo accoglie, è altresì vero che non può pretendersi che chi è accolto rinneghi la propria cultura quasi fosse un cittadino di serie B. Nella storia di Martin che, alla fine, lascia i suoi genitori per inseguire il suo sogno guidato dalla sua fede islamica, Papè Rizzone fa risaltare tutte le differenze tra Islam e cristianesimo; nel dialogo dei vari personaggi emergono infatti divergenze, scontri, riferimenti al Corano, alle varie correnti islamiche: i sunniti, gli sciiti, i sufi; alle credenze fondamentali, al culto e ai luoghi sacri, al fondamentalismo e a tanti altri aspetti della religione islamica che Martin difende con forza nel suo dialogo con Hamed, rigettando le idee del suo interlocutore:

“Dobbiamo obbedire con la sottomissione e la fedeltà a tutti gli insegnamenti di Maometto! Tradire e sconvolgere gli insegnamenti del Corano significa non essere più musulmani! Dobbiamo affermare i nostri valori anche con la sofferenza, avere la capacità di viverli a viso aperto, con fermezza, in un nostro mondo parallelo che non sia mai condizionato dalle altre culture!” Hamed capì che le sue parole erano respinte ed inascoltate così si rivolse a Martin e gli disse: “Sono certo che un giorno sarai più illuminato e le tue attuali certezze si modificheranno perché scoprirai i veri valori della vita”.

Concludendo, la storia di Martin narrata da Rizzone viaggia tra fantasia e realtà, riuscendo a coinvolgere il lettore con un linguaggio appropriato, con uno stile lineare e modulato secondo stilemi che sanno reinventare il realismo di una problematica epocale, sublimando la quotidianità a filo d’anima. La sua narrativa prende le mosse da concreti dati realistici, per offrire piste di riflessione finalizzate a cogliere – direbbe Elio Vittorini – la “realtà maggiore”, ossia problemi e valori esistenziali a dimensione universale e perenne.
L’autore incurva la sua narrazione sulla vicenda interna del personaggio principale, sulla sua sensibilità, sulla capacità di autogiustificazione ed autoinganno, e, ancora, sul suo bisogno irresistibile di capirsi e di conoscersi quale è veramente per aderire alla vita , afferrarla e dominarla; il libro, insomma, è una “finestra aperta” sul fenomeno complesso dell’immigrazione, carico di domande sui cui il lettore potrà chinarsi per ricercare il suo orizzonte e spazio di riflessione.
La domanda che alla fine rimane è sempre uguale: è possibile un dialogo tra cristianesimo e Islam? Secondo Il Sogno di Martin di Papè Rizzone, sembrerebbe di no. Oppure solo ad alcune precise condizioni. Ogni lettore può trarre le proprie conclusioni!

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