
di Giannino Ruzza
“Un Papa americano – racconta Massimo Franco – sarebbe stato considerato per oltre un secolo quasi un paradosso, se non addirittura un’ipotesi impossibile. Troppo grande il peso politico degli Stati Uniti, troppo forte il timore che alla supremazia economica e militare di Washington potesse aggiungersi anche quella spirituale rappresentata dalla guida della Chiesa cattolica. Poi, l’8 maggio 2025, l’elezione di Robert Francis Prevost con il nome di Leone XIV ha fatto cadere anche quest’ultimo tabù”. Una storia nella quale si intrecciano fede e potere, dollari e diplomazia, guerre e strategie internazionali.
È da questa svolta storica che prende le mosse “Papi, dollari e guerre. Il potere dell’America in Vaticano dai tabù del passato a Leone XIV”, il libro di Massimo Franco, editorialista del Corriere della Sera, presentato a pordenonelegge, nello Spazio Gabelli delle Scuole Gabelli. A incalzare il pacato autore con domande puntuali e ficcanti è stato Roberto Papetti. Un’opera che ricostruisce oltre un secolo di rapporti fra gli Stati Uniti e la Santa Sede, intrecciando diplomazia, denaro, guerre e geopolitica. Franco parte da un Vaticano che nei primi decenni del Novecento attraversava anche pesanti difficoltà finanziarie, mentre proprio dall’America cominciavano ad arrivare risorse sempre più consistenti.
I “dollari” del titolo non significano però un Vaticano controllato dagli Stati Uniti. Franco ha ricordato come, in alcuni momenti particolarmente difficili, le casse vaticane fossero vuote, segnate anche da sprechi e sperperi, e come una parte delle risorse necessarie arrivasse perfino da ambienti protestanti americani. “Un paradosso solo apparente -racconta l’autore- che mostra quanto i rapporti tra Vaticano e Stati Uniti siano stati, nel corso del tempo, molto più complessi di una semplice contrapposizione religiosa: alle necessità finanziarie si sono intrecciati interessi diplomatici, convergenze politiche e rapporti personali costruiti nell’arco di decenni”.
Franco ricorda la figura centrale di questa storia, il cardinale Francis Spellman, arcivescovo di New York, capace di muoversi contemporaneamente negli ambienti vaticani e nei vertici del potere americano. Vicino a Franklin Delano Roosevelt, durante la Seconda guerra mondiale Spellman svolse anche delicate missioni internazionali, incarnando quel rapporto sempre più stretto fra diplomazia statunitense e Santa Sede. Ha evidenziato il legame che divenne ancora più significativo durante la Guerra fredda. Con Giovanni Paolo II e Ronald Reagan, pur nelle rispettive e profonde differenze, Washington e Vaticano si ritrovarono accomunati dall’opposizione al blocco sovietico e al comunismo. E poi ci sono le guerre: dalla Seconda guerra mondiale alla Guerra fredda fino alle crisi contemporanee, nelle quali Casa Bianca e Santa Sede si sono trovate talvolta alleate e altre volte su posizioni differenti, fino all’elezione, l’8 maggio 2025, di Robert Francis Prevost, il primo Papa statunitense della storia.
Nato a Chicago, ma profondamente segnato dai lunghi anni trascorsi come missionario e vescovo in Perù, Leone XIV viene definito da Franco un “latin yankee”, americano e latino-americano insieme. Una doppia identità che ha contribuito a superare l’antica diffidenza verso l’idea di un Pontefice proveniente dalla maggiore potenza mondiale. L’autore ha sottolineato inoltre come la questione finanziaria non possa essere considerata determinante nell’elezione di Prevost, ma neppure totalmente estranea al contesto. La sua capacità di offrire rassicurazioni anche sul terreno della gestione economica della Santa Sede sarebbe stata uno degli elementi considerati nel complesso equilibrio che condusse alla sua scelta. E Franco ha ricordato con evidente soddisfazione anche una decisione recentissima di Leone XIV: la cancellazione del taglio del 10 per cento agli stipendi dei cardinali introdotto da Francesco durante la pandemia. Un provvedimento che, nella lettura dell’autore, segnala anche una maggiore fiducia nella sostenibilità dei conti vaticani. “L’elezione del primo Papa statunitense – ha concluso Franco – appare così non come un evento improvviso, ma come l’approdo di oltre un secolo di rapporti fra Roma e Washington”.


