“Il manuale del buon politico” di Luigi Sturzo: le verità, le mezze verità e le menzogne/3…di Domenico Pisana

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Essere veritiero non impone svelare i segreti o fare affermazioni inopportune. Il silenzio è d’oro specialmente in politica: oggi si parla troppo, e quindi si usano verità, mezze verità, verità apparenti, infingimenti e menzogne. L’arte politica educa a dire quel che è necessario; tacere quel che è doveroso non palesare; sfuggire la menzogna e trovare il modo di evitare le affermazioni che non sarebbero conducenti al fine. Senza una lunga educazione non si arriva facilmente”. (Da: “Il manuale del buon politico” di Luigi Sturzo)
Oggi siamo immersi in un flusso costante di parole. Tra talk show, social media e dichiarazioni h24, la politica sembra aver fatto del “parlare a tutti i costi” la sua prima regola. Ma dire tutto, o dire troppo, equivale davvero a essere trasparenti?
Don Luigi Sturzo, nel suo Manuale del buon politico, ci ricorda una verità controcorrente e di straordinaria attualità: essere veritieri non significa svelare ogni cosa: “L’arte politica – scrive Sturzo – educa a dire quel che è necessario”.
Nel panorama odierno, saturo di mezze verità, distorsioni e risposte a effetto, Sturzo ci offre una bussola etica ed estetica straordinaria, basata su tre pilastri:
la parsimonia della parola: dire solo ciò che è necessario. La sovraesposizione mediatica non crea chiarezza, ma rumore di fondo;
la dignità del silenzio: tacere non significa occultare per ingannare, ma custodire ciò che, se palesato inopportunamente, danneggerebbe il bene comune. Il silenzio in politica è responsabilità;
il rifiuto della menzogna: Sturzo non giustifica la bugia. Al contrario, l’abilità del vero statista sta nel saper navigare la complessità senza mai cadere nel falso, trovando la strada per tutelare l’interesse pubblico senza tradire la verità.
Tutto questo, conclude Sturzo, non si improvvisa: richiede una “lunga educazione“. La politica non è un palcoscenico per dilettanti della parola, ma una disciplina che esige rigore, controllo di sé e un profondo senso del limite.
In un’epoca che premia chi urla più forte, riscoprire il valore del “silenzio d’oro” e della parola pesata non è un ritorno al passato, ma l’unica via d’uscita per restituire credibilità alle istituzioni.
Oggi la comunicazione politica in Italia soffre di un’ipertrofia cronica: si vive di dichiarazioni flash su TikTok, di “retroscena” smentiti un’ora dopo e di polemiche quotidiane create ad arte per occupare i telegiornali. L’ansia da prestazione mediatica costringe i leader a dire tutto e il contrario di tutto, scambiando la trasparenza con il rumore.
La vera competenza non si misura sui “mi piace” generati da una battuta polemica, ma dalla capacità di gestire dossier complessi (dal PNRR alle riforme istituzionali) lontano dai riflettori, dove il silenzio è l’unico modo per trovare compromessi alti.
La politica italiana di oggi celebrando spesso il dilettantismo e la disintermediazione, ha confuso la spontaneità con l’approssimazione. Sapere quando tacere richiede una maturità e una cultura delle istituzioni che i “politici-influencer” di oggi sembrano aver smarrito.
L’invito di Sturzo al “silenzio d’oro” è sicuramente necessario ancora oggi; non è certamente un invito all’omertà o alla vecchia politica dei corridoi oscuri, ma, al contrario, una richiesta di rispetto per il cittadino. In un Paese saturo di “verità apparenti” e promesse strillate, lo statista del futuro sarà quello che avrà il coraggio di spegnere il microfono quando non ha nulla di utile da dire.
Perché la credibilità di una democrazia non si costruisce con le parole che si spendono, ma con il peso che si dà a quelle poche che si pronunciano.

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