
La raccolta poetica L’esilio della notte di Domenico Pisana si sviluppa attorno a un nucleo tematico profondo e complesso: la condizione esistenziale dell’uomo contemporaneo, percepita come un esilio dalla verità, dalla pienezza dell’essere e dal divino. Questo esilio non è solo geografico o fisico, ma è prima di tutto ontologico e spirituale: l’uomo vive separato dalla propria essenza, smarrito in una “notte” che è metafora dell’oscurità interiore, del dubbio, della solitudine e dell’indifferenza, in cui vive l’uomo.
Nell’opera sussistono diversi echi letterari e teologici, a partire dalla poesia che fa da incipit all’intera opera: Il male dell’indifferenza. Qui, attraverso l’utilizzo di similitudini, seppur presenti in misura minore rispetto alle metafore, traspare il rimando dantesco del poeta smarrito nei boschi (E allora mi sento un disperso/ nel bosco dei sospetti,/ la nebbia non allenta la foschia/ che scivola sulla vallata) in attesa che quel Qualcuno gli doni la salvezza.
L’intera raccolta lirica è attraversata da un forte dualismo, il quale mette in luce il contrasto tra il poeta e la vita, o meglio tra l’Uomo e la vita, in una continua ricerca di senso e di speranza nell’abisso della realtà. L’io del poeta scompare pian piano, fino a lasciare spazio alla voce dell’Uomo (si osservino i diversi passaggi dall’io al noi), la quale è impermeata della fiducia nella speranza nel divino, come unica via di fuga al malessere della vita.
Tale conflitto non può che sfociare anche nella forma della lirica, l’autore infatti fa ricorso all’antitesi per poter esprimere al meglio i dilemmi esistenziali che abitano l’animo dell’uomo: le opposizioni binarie presenti (luce/tenebra, vero/falso, natura/artificio, corpo/anima), riflettono una tensione interiore costante tra poli contrastanti. Particolarmente evidente in poesie come Macerie su macerie o La verità fatica a respirare, dove il confronto tra elementi opposti diventa il motore espressivo principale.
Lo scopo della vita viene inteso dal poeta quale ricerca perenne di quell’amore senza confini (La verità delle radici), in un’attesa che assomiglia allo scorrere del tempo e all’alternarsi delle stagioni, creando pertanto una visione fondata sulla concetto di speranza e di salvezza dell’uomo. Tuttavia, la speranza rappresentata dal poeta, lungi dall’essere idilliaca, è figlia di un tormento forte e doloroso, nato dal conflitto dell’uomo con le proprie aspirazioni titaniche verso la ricerca inappagabile del senso della vita. Nella parte antecedente alla lirica, Pisana infatti, citando Baudelaire, paragona il poeta a un essere incapace di camminare, in quanto in possesso di ali che gli permettono di volare (Il Poeta è simile al principe delle nubi che sfida la tempesta e ride dell’arciere; esiliato sulla terra in mezzo agli schiamazzi, le sue ali di gigante gli impediscono di camminare). In questo riferimento è possibile intravedere il bisogno dell’uomo di sapere, il quale, tra innumerevoli tormenti, viene appagato unicamente nell’immersione nel creato (nel respiro dell’onda/ ritrovo me stesso in Troppe parole) e nell’Amore divino.
Nella raccolta poetica, la faticosa ricerca della vita da parte dell’uomo è dettata da un sentimento di straniamento, caratterizzato appunto dall’esilio dell’uomo sulla Terra, in quanto per Pisana la realtà è camuffata da Paradiso (né rassegnarsi all’inferno/camuffato di paradiso) e in essa vi regna una sofferenza collettiva, governata da una solitudine universale. Nell’opera emerge così la visione di uomo che si porta dietro il fardello della ricerca del senso di fronte al male del mondo e all’ingiustizia degli altri altri esseri umani (Ci provano in molti ad oscurarti… / Ci provano in molti a soffocarti…), dalla quale ancora una volta è possibile fuggire grazie al Legno tramortito.
L’uomo di Pisana vive la sua essenza con la consapevolezza di essere imprigionato in un luogo che sente non appartenergli, eppure la paura verso la morte si presenta puntualmente nella sua poesia, la quale viene associata, con forti rimandi evangelici, alla figura di un ladro che si intrufola nel cuore della notte della vita umana (Ladra nella notte).
Per riflettere lo stato d’animo del suo Uomo, l’autore ricorre ad un linguaggio poetico ricco e variegato di figure retoriche, e da cui traspare un continuo slittamento di significato che trasforma le esperienze interiori dell’uomo in immagini concrete e visive. In Sacro e follia troviamo ad esempio “muraglie di parole” e “simulacri del suo monumento”, o ancora in Pensieri di boria “culla di pensieri” e “parole di verità attraversate dalla Luce”.
Christine Samir Girgis
__________________________
Christine Samir Girgis è Professoressa Associata di Letteratura italiana novecentesca presso la Badr University in Cairo (BUC), dove coordina il curriculum del dipartimento di Italianistica. Scrittrice prolifica, i suoi studi spaziano dalla narrativa di Federigo Tozzi, Carlo Emilio Gadda, Antonio Tabucchi e Luigi Malerba al teatro di Ugo Betti, esplorando temi come la crisi del personaggio e la ricerca di senso nel labirinto esistenziale del Novecento. È inoltre revisore per diverse riviste accademiche italiane ed egiziane e partecipa regolarmente a conferenze internazionali, contribuendo al dibattito globale sulla letteratura italiana.
.




