I racconti di Macauda nel libro “Indagini nel borgo”…di Domenico Pisana

Il “filo rosso” che lega la narrazione è il Maresciallo Brizzi con la sua Subaru 4x4 , un personaggio dotato di grande acume e intuito, perfettamente integrato nell’ambiente del borgo
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Un autore con uno stile narrativo dinamico e coinvolgente, appare al lettore lo scrittore modicano Giuseppe Macauda, componente del Caffè Letterario Quasimodo. Il suo ultimo libro Indagini nel borgo, pubblicato dalla casa editrice Progetto Cultura nella collana “Linea gialla”, è un’opera che seguendo il percorso della sua precedente raccolta, I gialli di Villaverde, si connota per una scenografica ambientazione che privilegia borghi siciliani, luoghi dove il tempo scorre lento e la vita sembra apparentemente tranquilla. La capacità inventiva di Giuseppe Macauda è notevole, perché riesce a trasformare il giallo in uno strumento di indagine antropologica e sociale; la sua fantasia non si esprime attraverso la spettacolarizzazione della violenza, ma attraverso la creazione di atmosfere e psicologie profonde.
La struttura narratologica dell’ opera si dispiega in dieci racconti (La grappa al metanolo, Le parole degli Dei, L’aggressione, Il ragioniere arrivista, La scomparsa di una signora perbene, I fiumi di Gela, Gli asparigi di Briggi, Il delitto del castello, La grotta di Ade, Il pestaggio), ove Macauda si fa apprezzare per una tecnica di scrittura che evoca il cinema d’autore, riuscendo a narrare storie avvincenti in poche sequenze; essendo anche un poeta, sa infondere alle sue indagini poliziesche una sensibilità che seduce il lettore, trasformando la descrizione del paesaggio siciliano in una componente attiva della trama, in grado di evocare sensazioni tattili, visive e olfattive.
L’originalità delle sue storie sta tutta nella sua capacità creativa e nel sovvertire i canoni del giallo; nelle sue indagini non ci sono i “criminali classici”, serial killer o delinquenti professionisti, ma “casi umani”. E il “filo rosso” che lega la narrazione è il Maresciallo Brizzi con la sua Subaru 4×4 , un personaggio dotato di grande acume e intuito, perfettamente integrato nell’ambiente del borgo e che non si trova di fronte a criminali incalliti , ma a vicende umane che coinvolgono persone fragili che commettono reati spinti da necessità, invidia, o per difendere affetti e valori. Il personaggio Briggi funge, in buona sostanza, da collante tra la legalità e la complessa realtà sociale dei piccoli centri siciliani, diventando un punto di riferimento per il lettore grazie alla sua autenticità.
Nel libro Indagini nel borgo un ruolo rilevante giuocano anche i luoghi. Giuseppe Macauda non si limita a usare la Sicilia come sfondo, ma la trasforma in un elemento narrativo vivo attraverso descrizioni che mescolano realismo topografico e suggestione poetica; i luoghi sono descritti con una connotazione visiva molto forte. Nei dieci racconti del volume, l’indagine si sposta dentro le mura domestiche, uffici pubblici, banche, ma anche in spazi esterni come la Valle dei templi, un mercato rionale, una frazione rurale, un palazzo in costruzione a Gela, un castello dove viene trovato morto un poeta di Ribera che doveva ritirare un premio, il quale pare fosse pazzamente innamorato di un membro della giuria, la bellissima Greta Alessi; e ancora le grotte di Cozzo Matrice nei pressi del lago di Pergusa, la casa di Alì, ospitante i minorenni stranieri, definiti dalla legge freddamente “come minori non accompagnati”, e poi trazzere, piazze e angoli di strade.
Insomma, l’autore, come bene afferma la prefatrice dell’opera, Mariza Rusignuolo, “conferisce agli spazi interni, esterni, chiusi, in cui si svolge l’azione, una connotazione visiva, quasi cinematografica, irrorandoli di seduttivo mistero.”
Significativo, dal punto di vista di una socialità infranta, appare il racconto intitolato “Il ragioniere arrivista”, dove il protagonista, il ragioniere Rizza, viene trovato, da due fratelli muratori, con il capo fracassato dentro una Fiat Panda rossa capovolta nel primo gradone di un vigneto terrazzato. Le indagini del Maresciallo Brizzi, al quale non sfugge una ferita da taglio sulla guancia sinistra del ragioniere, subita prima dell’incidente, fanno emergere la fisionomia sociale dell’uomo assassinato, grazie alla confessione dell’assassino Andrea Noto; questi, infatti, racconta al Maresciallo che il ragioniere Rizza venti anni prima aveva ricoperto il ruolo di segretario provinciale del “Partito del lavoro” , aveva posto in essere comportamenti illegali e scorretti durante una campagna elettorale; era stato anche coinvolto in affari loschi e vicende di corruzione tanto da non essere stato più eletto, e che negli ultimi anni , essendo in gravi condizioni economiche, aveva iniziato a truffare i clienti non versando i soldi che si faceva anticipare per realizzare i versamenti dei vari tributi, fino a coltivare, malgrado l’anzianità, due passioni che gli bruciavano soldi: l’alcol e le donne: “Volevo dargli una lezione – confessa l’accusato -. Che sia morto, comunque, non mi dispiace più di tanto. Era un intrighino fitusu! Un arrivista senza scrupoli, che aveva rovinato tante persone e molti poveri cristi”.
Il messaggio che si può trarre da questo accattivante racconto poliziesco di Giuseppe Macauda sembra connotato di una venatura squisitamente pirandelliana. Il ragioniere Rizza rappresenta la maschera, la finzione, l’ipocrisia di chi costruisce una reputazione pubblica (segretario provinciale, professionista stimato) per nascondere un vuoto morale e una rovina economica; l’ “oltre narrativo” è chiaro: la dignità non si costruisce con il potere o con l’apparenza, perché la realtà dei fatti finisce sempre per emergere.
Attraverso la confessione di Andrea Noto, Macauda sembra lanciare un monito amaro sulla socialità infranta. Quando le istituzioni non puniscono il “corruttore” o l’ “intrighino”, nasce una giustizia sommaria, disperata e “fai da date”; il termine dialettale “fitusu” (sporco, viscido) usato dall’assassino non descrive solo l’igiene morale di Rizza, ma il disgusto di un’intera classe sociale (i “poveri cristi”) che si sente tradita da chi avrebbe dovuto rappresentarli nel “Partito del lavoro”.
Dal racconto Il ragioniere arrivista emerge l’idea che il passato non si cancella mai del tutto; le scorrettezze elettorali di vent’anni prima non sono cadute nel vuoto, ma sono rimaste latenti nel borgo, pronte a riemergere sotto forma di rancore. La morte di Rizza nel vigneto, un luogo che richiama il lavoro faticoso e la terra, sembra quasi una punizione simbolica per chi ha vissuto di “carte”, truffe e vizi (alcol e donne).
L’episodio uscito dalla penna di Giuseppe Macauda mostra che l’indagine del Maresciallo Briggi non è solo sul cadavere, ma sulla vita. Notando la ferita sulla guancia prima dell’incidente, il Maresciallo lascia intendere che la verità richiede un’osservazione che vada oltre l’evidenza (l’auto ribaltata). Il messaggio per il lettore sembra un invito alla lucidità critica: non bisogna fermarsi alla “scena del crimine” esteriore, ma scavare nelle fisionomie sociali per capire il perché delle tragedie. La corruzione e l’arrivismo recidono i legami che tengono unita una comunità; il delitto rimane sempre condannabile, ma non è che l’atto finale di un processo di decomposizione morale iniziato molto tempo prima tra i banchi della politica e le scrivanie degli uffici.
Ciò che piace di questo libro è il ricorso all’indagine poliziesca per analizzare la natura umana: l’amore, la vendetta, l’ingiustizia, la violenza, l’aggressione. Nei racconti di Macauda, il Maresciallo Brizzi non cerca solo il colpevole, ma tenta di capire “cosa c’è” dietro un gesto, rendendo il lettore partecipe di un dilemma etico più che di un semplice enigma matematico. L’autore dimostra abilità nel comprimere l’indagine in poche pagine; spesso il delitto è solo l’incipit per esplorare una vicenda umana, un vizio paesano, un’ingiustizia sociale. Il ritmo delle indagini è serrato, e il Maresciallo Brizzi risolve i casi non solo per consegnare il colpevole alla giustizia formale, ma per ristabilire un’armonia etica superiore; emblematica, in tal senso, è la risposta che il tutore dell’ordine dà alla signora Paola nell’ultimo racconto, Il pestaggio: “Briggi rispose sfiorandole i capelli: ‘Paola, stai tranquilla. La divisa per me non è un vantaggio, ma solo un serio impegno”.
Elemento non secondario nei racconti di Macauda è, poi, l’uso della lingua siciliana, una caratteristica di camilleriana memoria; non si tratta di un semplice “decoro” o un vezzo folkloristico, ma di una vera e propria operazione letteraria, perché il siciliano permette all’autore di usare termini che in italiano non avrebbero la stessa forza:

sedie di zammarra(p.26); spirdi…cialome…picurari (p.27); Scinni ti rissi , scinni figghiu di pulla (p.30); Amunì, amunì, chi nenti ficimu (p.31); fitusu (p.41); Marescià , ammia nun m’aviti a circari. Mi ordinau di fari chistu u bastardu di Riva… Iu nu mi potti rifiutari, picchi m’ha pristatu un saccu di picciuli….Bastardu, quannu nesciu u scannu (p.48); Le truvature (p.60); Itavinni svinturati ca ‘ficutu nun fu mangiatu e ‘u trisoru nun può essiri pigghiatu (p.61); Stranizzi d’amuri ( p.71).

Il siciliano è la lingua dell’anima, e sembra che Macauda lo usi con l’obiettivo di far “sentire” il suono della Sicilia al lettore, senza impedirgli di capire la trama. È quasi una lingua musicale e sensoriale intrisa di un carico emotivo che l’italiano standard a volte fatica a restituire con la stessa immediatezza visiva.
Quando Macauda usa, ad esempio, le parole siciliane “fitusu” e “scannari”, produce un effetto dirompente rispetto all’italiano , non solo per il significato letterale, ma soprattutto per la loro carica espressiva e sensoriale; mentre l’italiano tende a una precisione descrittiva, il siciliano punta alla fisicità e all’impatto emotivo; il siciliano utilizza suoni che sembrano riprodurre l’azione stessa.
Scannari, (in italiano “sgozzare” o “uccidere”) possiede una durezza fonetica (la doppia ‘n’ e la ‘r’ finale) che evoca immediatamente lo sforzo fisico, il rumore del coltello e la violenza dell’atto. È una parola che “si sente” in gola.
Il termine fitusu, rispetto a “sporco” o “puzzolente”, ha un suono sibilante e chiuso che trasmette una sensazione di fastidio fisico, quasi come se l’interlocutore stesse arricciando il naso mentre lo dice. La scelta di Macauda di inserire nella sua narrazione termini in lingua siciliana come quelli indicati, non sembra dunque casuale, ma dettata dall’idea di creare personaggi, perché il dialetto siciliano è intrinsecamente teatrale; se l’autore dipinge il ragioniere Rizza un intrighino fitusu, è perché non vuole indicare solo chi non si lava, ma descrivere una persona “sporca dentro”, viscida, qualcuno di cui non ci si può fidare. In italiano, “sporco” è un aggettivo; in siciliano, fitusu appare quasi una categoria dell’anima, ed ha un effetto iperbolico che permette di esprimere meglio la realtà.
I racconti polizieschi di Giuseppe Macauda hanno, per concludere, una rilevante capacità di coinvolgimento del lettore perché non sono semplici gialli, ma una disamina ironica e a tratti dolorosa di vicende umane ambientate su un’isola che diventa metafora del mondo intero. Per l’autore, il delitto non è mai un evento isolato, ma il sintomo di una malattia della società; i casi da risolvere che l’autore propone non sono solo una proiezione della fantasia, ma la scelta di una semantica narrativa intenta a mostrare storture umane in un dato tempo e in uno spazio nel quale il Maresciallo Briggi funge da collante tra la legalità e la complessa realtà sociale dei piccoli centri siciliani, diventando un punto di riferimento per il lettore grazie alla sua autenticità.

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