
Il recente episodio che ha visto protagonista il ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, la quale, durante l’evento di Atreju, contestata da studenti di Medicina sulla riforma del “semestre filtro”, ha risposto con l’epiteto “siete dei poveri comunisti”, solleva interrogativi profondi non solo sul dibattito politico attuale ma, soprattutto, sulla qualità della reazione istituzionale e l’adeguatezza del linguaggio in contesti di confronto.
La contestazione, descritta come pacifica, rientra nelle dinamiche tipiche dell’ambiente universitario e del libero dissenso, soprattutto quando si confrontano generazioni e visioni politiche diverse.
Tuttavia, la risposta della Ministra ha rapidamente spostato l’attenzione dal merito della contestazione alla forma della replica. Utilizzare un’etichetta ideologica polarizzante (“poveri comunisti”) e caricarla di disprezzo economico (“poveri”) contro degli studenti che esercitano il diritto alla critica, è stato letto da molti come un segnale di scarsa gestione emotiva e un’incapacità di elevare il confronto.
Ora, vorrei cogliere il punto nevralgico della vita pubblica; ovvero “puoi avere studiato quanto vuoi, puoi essere arrivata al vertice della vita politica nazionale ma la valenza di una persona la si dimostra sempre da come reagisci quando finiscono gli applausi…”(cit.)
Nel caso in specie percepisco una disconnessione tra il valore curriculare (titoli, incarichi) e il valore istituzionale/umano (temperamento, capacità dialettica, rispetto per l’interlocutore).
Una figura che ha raggiunto il culmine della carriera accademica e politica dovrebbe possedere gli strumenti retorici e la maturità per essere consapevole che ogni parola pronunciata da un ministro o docente ha un peso istituzionale superiore; rispondere La caduta nell’insulto o nella semplificazione ideologica estrema, in questo contesto, rischia di svilire l’autorevolezza faticosamente costruita attraverso anni di studio e incarichi, dimostrando una fragilità temperamentale proprio nel momento in cui la pressione è più alta.
L’incidente alimenta la tendenza, sempre più diffusa nella politica moderna, a sostituire la discussione complessa e basata sui fatti con la retorica dello scontro personale e dell’insulto. Quando anche personalità con un background accademico così solido adottano questo registro, si legittima di fatto un abbassamento generale del livello del dibattito pubblico, specialmente di fronte alle nuove generazioni.
In conclusione, l’episodio funge da promemoria: il vero test di leadership e di integrità istituzionale non avviene sui palchi applauditi, ma nei momenti di frizione e disaccordo, dove la capacità di gestire il potere e la critica con equilibrio e dignità si rivela la misura più autentica del valore di una persona pubblica. Tutto ciò vale anche in tutti gli ambiti: nazionale, regionale, provinciale, locale. “Cu sa senti, sa canta”(cit. MCT)



2 commenti su “L’Introspezione di Saro Cannizzaro.. Quando il titolo non fa l’istituzione”
Questo modo di parlare da parte dei politici (tutti nessuno escluso) è la foto istantanea di chi ci governa. Quando un politico viene contestato o chiamato in causa e non sa rispondere perchè non sa nemmeno dov’è messo in quanto idiota, si porta avanti con gli insulti e gli aggettivi per stoppare e zittire l’interlocutore. Ormai per essere ministro o presidente di qualcosa se non sei un idiota non farai mai carriera. Di stupidi politici che starnazzano nei vari comizi o in qualche evento anche culturale, ci siamo abituati e la cosa non dovrebbe fare impressione.
Oggi ci sono politici che occupano posti delicati e in dicasteri importanti, ma da quello che fanno o dicono viene difficile determinare se quello è più idiota che criminale.
Landini che chiama alla rivoluzione, gli assalti alle Forze dell’ordine, gli attivisti dei centri sociali che seminano disordini, gli imbecilli di ultima generazione che imbrattano con vernici resistenti i monumenti (qualche centinaio di euro ogni singola ripulitura), le università in mano a esagitati pro pal, e adesso l’UDU, la FP CGIL e la FLP CGIL che contestano il sistema messo in campo dalla Bernini, in particolare il semestre filtro che chiuderebbe le porte al 70% di studenti che aspirano a diventare medici. Un clima politico surriscaldato che impedisce di affrontare questioni importanti con serenità. Al posto di una frase poco felice, la ministra poteva richiamare l’attenzione sul fatto che la selezione, in questo consiste il “filtro”, esiste in tutti i paesi. In Francia l’ammissione a Medicina riguarda il 20 per cento dei candidati, in Gran Bretagna il 16 per cento, in Germania c’è il numero chiuso e la selezione è altissima, così in Spagna. Il problema non è essere comunisti, ma impegnarsi e studiare molto. Una sanità che funziona significa soprattutto mettere a disposizione dei cittadini professionisti preparati. In quanto all’uso dell’aggettivo “poveri”, non credo fosse la valenza economica a cui intendeva fare riferimento, bensì all’aspetto ideologico prevalente che ostacola una valutazione obiettiva della questione. La cosa che viene in mente a chi ha vissuto il ’68 è la rivoluzione studentesca che rivendicava meno rigore e severità da parte dei docenti. Tant’è che in alcune facoltà (Architettura a Venezia) nacque il 27 politico: il voto collettivo assegnato a un gruppo di studenti che sostenevano lo stesso esame, solo formalmente, perché in pratica erano i più brillanti a farlo e gli altri vivevano di rendita.