
Beniamino Scucces Muccio è rimasto nella memoria collettiva di Modica come un’importante figura di giurista; è ricordato anche come docente, avvocato penalista e presidente della Camera Penale di Modica. Nella città la sua personalità è stata commemorata in diverse occasioni, evidenziandone il ruolo non solo professionale ma anche civile e culturale; recentemente il 7 dicembre 2025, a cento anni dalla nascita, è stato organizzato un evento in sua memoria, molto partecipato, presso la Fondazione Grimaldi, al quale hanno relazionato Giuseppe Barone, docente emerito dell’Università di Catania, e gli avv. Salvatore Campanella e Luigi Carpenzano.
Oltre che per l’attività forense e accademica, Beniamino Scucces va ricordato per la sua partecipazione attiva al dibattito culturale su temi sociali; lo testimoniano sue relazioni su argomenti come “Mafia e antimafia”, tenute in contesti associativi come il Soroptimist Club.
La memoria di Beniamino Scucces Muccio è legata indissolubilmente al Palazzo di Giustizia di Modica e al suo contributo alla giustizia penale e alla cultura della legalità nel territorio.
Questa sua passione per la cultura giudiziaria si espresse in modo rilevante sotto la sindacatura di Saverio Terranova. Così come riportato nel mio libro “Modica in un trentennio. Percorsi di storia di una città in cammino 1980 -2010, fra le tante iniziative del tempo merita di essere ricordato un evento di cui Beniamino Scucces fu promotore e l’anima; il riferimento è al Convegno Internazionale di studi giuridici, IV sessione di studi dell’Unesco sul tema: “I diritti dell’uomo nella Giurisprudenza dei Paesi a diritto consuetudinario, Common Law e diritto codificato”, che si svolse a Modica dal 9 all’11 aprile 1984 presso l’aula consiliare del Comune di Modica.
Il convegno, patrocinato dall’UNESCO e organizzato dal centro internazionale di ricerche e studi sociologici, penali e penitenziari di Messina, in collaborazione con l’amministrazione comunale, il Lions club e il sindacato forense di Modica, ebbe come organizzatore e relatore l’avv. Beniamino Scucces, il quale fece arrivare in città eminenti giuristi e docenti di diritto provenienti da 18 nazioni e da diverse Università del mondo, fra cui Bruxelles, Oslo, Roma, Boston, Londra, Bonn ecc.
Dopo la cerimonia inaugurale, tenutasi al cine-teatro Pluchino, i lavori, consistenti in relazioni, dibattiti, proiezione di filmati, si svolsero nell’aula consiliare di Palazzo di città. Tra i relatori il prof. K. J. Partsch dell’Università di Bonn, il prof. Claudio Zanghi, ordinario alla scuola della pubblica amministrazione di Roma, il prof. Riccardo Monaco, Preside della Facoltà di scienze politiche dell’Università di Roma, il prof. Michael Lever di Boston, il prof. Walter Van Der Meersh, procuratore generale della corte di cassazione di Bruxelles, il prof. Edourd Jaussens, segretario generale della direzione della legislazione e delle istituzioni del Belgio, il dott. Asbjorn Elde. L’evento ebbe grande risonanza non solo a Modica ma in tutta la Sicilia.
Beniamino Scucces poeta
Desidero parlare di Beniamino Scucces relativamente alla sua produzione saggistica, letteraria e poetica, soffermandomi su alcuni elementi chiave della sua poesia e sul libro pubblicato postumo e curato dalla nipote, l’avvocato Ester Mauro Scucces, dal titolo “Gli Arabi Fenici ovverossia “Bozzetti e Bagole”.
Perché Beniamino Scucces ha dato spazio alla poesia nella sua esistenza di uomo, di avvocato, di giurista? E che cosa ha rappresentato per lui la poesia? Sono, queste, due domande che scaturiscono dalle sue opere poetiche: “Ciuri ri primavera”, raccolta in dialetto siciliano pubblicata nel 1974, e “La seggiovia”, poesie tra cielo e terra, edita nel 1986.
La prima domanda trova la risposta nella necessità di Beniamino Scucces di “fare silenzio” dentro e attorno a sé ; la poesia, infatti, era per lui un modo di fare silenzio interiormente; la “parola poetica” lasciava spazio alla voce del suo cuore e alle parole del sentimento pascalianamente inteso. Immaginiamo per un attimo Scucces che, dopo le sue battaglie oratorie e le sue arringhe che gli meritavano tanta notorietà e lodi nelle maggiori città siciliani, depone la toga e indossa l’abito del poeta che interpreta senza vincoli di legge il fluire della quotidianità. E allora, è presumibile la risposta alla seconda domanda su che cosa era la poesia per Beniamino Scucces.
Era una meditazione riposata sulla quotidianità, sulla condizione umana, “un messaggio di speranza – afferma Scucces – per menti non inquinate dai sofismi e cuori non induriti dalla routine del ‘carpe diem’”.
La poesia per Beniamino Scucces non era esercizio di retorica stilistica, luogo di sofismi ed elucubrazioni intellettualistiche, quanto, invece, il “palcoscenico della quotidianità”, ove attori diventano gli uomini, le vicende delle persone più umili, i valori della giustizia, gli affetti, le amicizie, la prepotenza, le contraddizioni, l’incomunicabilità, le incomprensioni.
La sua versificazione aveva, molte volte, il tono della teatralità, nel senso che riportava nella sue poesie storie di vita, come si evince da diversi testi dialettali e in lingua: La fera… Na rimpatriata; e ancora poesie con riferimenti alla giustizia: Giustizia, U palazzu ro tribunali ri Muorica, Lu pubblico ministeru; Alla mia città, A Maronna Vasa vasa.
La raccolta poetica “Ciuri ri primavera
La poesia di Scucces Muccio affonda le radici nella sua terra e nella cultura popolare, presentando un forte legame con il dialetto siciliano, che è un elemento centrale e distintivo della raccolta poetica “Ciuri ri primavera” (Fiori di primavera) , che si connota non solo come un omaggio alla sua origine, ma un veicolo per esprimere sentimenti e descrivere la realtà locale in modo autentico e immediato. L’opera è, insomma, la testimonianza più forte dell’ adesione di Beniamino Scucces alla tradizione lirica popolare. L’uso del dialetto non era per lui un semplice vezzo stilistico, ma il veicolo più diretto e autentico per esprimere il sentire profondo legato alla sua terra; il dialetto gli permetteva di cogliere sfumature e stati d’animo che la lingua standard difficilmente rende con la stessa intensità.
I “fiori di primavera” del titolo suggeriscono una poesia legata alla natura, alla bellezza del paesaggio ibleo, alla vita semplice e ai sentimenti più veri; la sua poesia dialettale era di tipo lirico-descrittivo, con un forte afflato elegiaco e di celebrazione della vita modicana.
La raccolta poetica “La seggiovia: poesie fra cielo e terra”
Questa raccolta di Beniamino Scucces, che contiene poesie in lingua italiana, suggerisce temi di elevazione e contemplazione, con una possibile riflessione sul contrasto e il legame tra la dimensione terrena e quella spirituale o ideale. Già nel titolo è presente una dichiarazione di poetica: la seggiovia è infatti una metafora che rappresenta un mezzo che solleva l’uomo tra il cielo e la terra, suggerendo un tema di elevazione, distacco e contemplazione. Le poesie presenti in questa silloge riflettono una dimensione più filosofica e intima del pensiero poetico di Beniamino Scucces, esplorando il dualismo tra la concretezza della vita terrena (la professione, la quotidianità) e l’aspirazione ideale e spirituale; le poesie rappresentano un controcanto, meditativo e introspettivo, al rigore e alla prosaicità della sua attività di giurista penalista.
L’opera “Gli Arabi Fenici ovvero Bozzetti e Bagole”
L’opera Gli Arabi Fenici ovvero Bozzetti e Bagole porta la prefazione del pieta e critico letterario Saverio Saluzzi, che la definisce un’autobiografia/memoriale che trascende il puro intrattenimento per diventare un invito alla meditazione e alla riscoperta dei valori. Il libro si colloca nel solco della grande tradizione delle Memorie e si snoda, come afferma Saluzzi, in “dieci capitoli di un unico romanzo,” il “romanzo di una giovinezza pensosa e di una maturità giovane.” La prosa di Scucces Muccio scivola sulla nostalgia dell’anima, che tratta il tempo come un “eterno volo di farfalla”, rivivendo epoche lontane e personaggi dimenticati.
L’opera Bozzetti e Bagole funge da finestra che apre sulle curve del passato: le Associazioni studentesche, l’infanzia, l’Università, con una forte energia emotiva; denuncia le “grettezze paludate,” il “culto degli intrallazzi di demagoghi voltabandiera,” l’arroganza e l’arrivismo; emerge anche la figura di un giovane Scucces Muccio “impetuoso” che “schifava nessi e concordanze” e viveva “ideali e verità” con un “romanticismo ilare e raffinato”. Dal punto di vista stilistico e della tecnica narrativa è un libro che si legge d’un fiato, con una scrittura caratterizzata, come fa rilevare il prefatore, da immediatezze espressive, da masse letterarie e colte, da nervosi allarghi eloquiali, da fulmineità ironiche, da bruciante umorismo, da fantasia epigrammatica.
Molto interessante, denso di contenuti e messaggi e con rifermenti al contesto storico del fascismo, è il racconto “La generazione infelice” , “La generazione, scrive Beniamino Scucces, che, allevata a suon di cembalo e a battito di tamburo al culto di certi ideali, dall’oggi al domani (per la precisione dal 25 al 26 luglio 1943) venne presa brutalmente per il bavero, sbeffeggiata, redarguita, svillaneggiata, e – perché non dirlo? – irrorata di orina rabbiosamente e democraticamente zampillante, sotto la opinabile imputazione di aver creduto nella validità degli ideali medesimi, inculcati proprio da quegli stessi messeri che, nello spazio di mezz’ora (dalle 23 alle 23,30 di quel fatidico giorno), deposto il distintivo di un partito sedicente unanimistico, si erano – sentendosi baciati da una repentina folgorazione – scoperti custodi e vindici intransigenti della libertà, simili ad altrettante virtuose del sesso, le quali, a costo di ricorrere a risicati interventi di alta chirurgia, se non al meno dispendioso sistema di sapienti applicazioni di allume di rocca, credono di aver dato un colpo di spugna a certi loro trascorsi, riacquistando una verginità, piacevolmente infranta qualche tempo prima all’insegna della “vis grata puellis”.(pp.30-31).
Di particolare affabilità è il racconto dal titolo Il primo cliente, ove Beniamino Scucces narra l’esperienza di un giovane avvocato in erba appena insediato nel suo modesto studio. Nonostante la preparazione accademica, è teso e incerto riguardo al “labirinto” della libera professione.
Il suo battesimo professionale arriva con il primo cliente: un arzillo e dignitoso vecchietto novantenne, Zio Vanni, contadino, che si presenta con modi affabili e urbanissimi. La trepidazione del giovane avvocato (con la “paura di prendere la prima cantonata”) è alleviata dal fatto che Zio Vanni inizia il colloquio rievocando i suoi cordiali rapporti di affetto con il nonno dell’avvocato, un uomo di grande rettitudine.
Grazie all’intuito e a questo inaspettato richiamo al legame familiare, il giovane avvocato trova immediatamente la giusta soluzione al quesito, ingarbugliato ma semplice, dello Zio Vanni. Il momento di crisi arriva alla fine: al momento del pagamento l’avvocato si trova sprovvisto delle tariffe professionali. Zio Vanni, con saggezza contadina e onestà, lo rimprovera quasi bonariamente, insistendo per pagare il giusto onorario, fedele all’etica del nonno (“ogni fatica deve essere compensata”).
Il giovane avvocato, imbarazzato, si rivolge in fretta al padre per farsi suggerire una cifra. Il vegliardo trova la richiesta equa e paga con gioia, onorando il nipote di cotanto avo. La stima e l’approvazione finale si manifestano in modo inaspettato: Zio Vanni torna tre volte nei giorni successivi non per altri casi, ma per donare ceste colme dei suoi migliori ortaggi e frutta, un simbolo tangibile dell’onore e del rispetto della sensibilità paesana per il servizio reso.
Con questo racconto Beniamino Scucces ha inteso trasmettere diversi messaggi fondamentali, che fungono quasi da dichiarazione di intenti etici per il lettore e, in particolare, per chiunque si affacci alla vita professionale. Il messaggio primario è che la vera maturazione professionale (“maturazione tecnico-professionale”) non si ottiene con le apparenze sfarzose, ma procedendo con umiltà e dedizione (“procedere per gradi”). Scucces critica i “neofiti” che investono nel “look” invece di “lavorare come un bue,” sottolineando che la sostanza del lavoro (il “digesto” della legge) deve prevalere sulla forma.
Il secondo messaggio è nell’etica come elemento centrale della professione. Il racconto Il primo cliente è infatti un inno alla deontologia e all’onore. La professione giuridica per Beniamino Scucces non solo non era un gioco (“la severità… dei suoi Docenti… non aveva mai consentito… di prendere per giocattoli le norme”), ma una professione ove l’etica (“l’alito vitale”) doveva guidare l’azione. Il momento del pagamento insegna al giovane avvocato protagonista, che un onorario equo, richiesto con cortesia, viene ricambiato con stima, non solo con denaro. La gratificazione più grande (“ridiventare piccolo piccolo, e di essere delicatamente raccolto e cullato dalle capaci braccia del vecchietto”) è l’approvazione morale e la dimostrazione che ha agito con giustizia e professionalità.
In sintesi, un racconto che è quasi un monito affettuoso: la professione legale (e in senso lato, ogni professione) richiede studio diligente, ma deve essere fondata su umiltà, rispetto per le proprie radici, e su una profonda integrità morale, valori che a volte si imparano meglio dal “primo cliente” che da tutti i codici.
Molto bello anche il racconto Storia di una calesse, che è la celebrazione della memoria affettuosa di un episodio familiare che, pur essendo all’epoca fonte di tensione e rabbia paterna, è ricordato con ironia e tenerezza, come un momento di svolta e un’importante lezione di vita per l’autore. Il racconto di Beniamino Scucces vuole rimarcare come un atto di ribellione giovanile, sostenuto da un forte desiderio e dalla sua successiva utilità pratica, sia stato un momento formativo che ha portato un beneficio duraturo alla famiglia.
Concludendo, da queste opere letterarie analizzate emerge la figura di una personalità che nel tempo della sua vita terrena ha mostrato conoscenza, sapienza, rigore etico, lasciando una testimonianza di professionalità ed umanità nella memoria collettiva della città di Modica.
La sua storia si è essenzializzata nella capacità di far convivere e arricchire a vicenda il rigore del giurista e la sensibilità dell’uomo di lettere, nel rappresentare una sintesi, non sempre facile, tra, da una parte, l’analisi razionale e la ricerca della verità tipiche della legge, e, dall’altra, l’esplorazione dell’animo umano e della bellezza proprie della letteratura. Beniamino Scucces è stato un esempio di come la professionalità nel campo del diritto possa non escludere, ma anzi nutrire, una ricca vita intellettuale e artistica.





