
di Giannino Ruzza
L’Europa davanti allo specchio
L’Europa sta vivendo una delle sue crisi più silenziose ma profonde: quella dell’identità condivisa. Il dibattito sull’immigrazione e sull’integrazione dei musulmani non è solo una questione di numeri o di sicurezza: tocca il cuore stesso della convivenza democratica. Negli ultimi vent’anni, il sogno del multiculturalismo — quello di società dove culture diverse convivono in armonia — ha cominciato a incrinarsi. Non perché sia fallito in senso assoluto, ma perché ha smesso di offrire una narrativa comune, un linguaggio di appartenenza condiviso. In molte città europee, la distanza tra culture si è trasformata in una separazione visibile. Nei quartieri periferici di Malmö o Göteborg, per esempio, abbiamo constatato personalmente come la convivenza stia diventando più fragile: le regole sociali cambiano da strada a strada, i codici culturali si differenziano e il dialogo con le istituzioni locali si fa sempre più difficile. Non è una questione di religione in sé, ma di spazi sociali che si chiudono, dove la logica comunitaria islamica tende a ribellarsi a quella democratica e civile, e dove i valori condivisi rischiano ogni giorno di perdere presa.
L’uomo-simbolo della reazione: Tommy Robinson
È in questo clima di disorientamento che emerge la figura di Tommy Robinson — pseudonimo di Stephen Yaxley-Lennon — fondatore nel 2009 dell’English Defence League (EDL), movimento nato per contrastare l’estremismo islamico nelle strade britanniche. Robinson ha costruito la propria notorietà denunciando ciò che considera il fallimento dell’integrazione: sostiene che una parte della popolazione musulmana britannica non voglia adattarsi ai valori democratici del Paese che la ospita.Le sue parole, spesso dirette e provocatorie, gli hanno garantito un seguito tra i cittadini che si sentono ignorati dalla politica tradizionale, ma anche numerose condanne per incitamento all’odio.
Con il tempo, è diventato un simbolo polarizzante: per alcuni, un difensore del “diritto di dire la verità”; per altri, un agitatore che semplifica i problemi e alimenta la paura. Il suo successo mediatico, però, segnala qualcosa di più profondo: una crisi di fiducia nelle istituzioni e una crescente reclamata domanda di protezione identitaria.
La crisi del multiculturalismo
Il multiculturalismo britannico nasceva da un’intuizione generosa: permettere a ogni comunità di mantenere le proprie tradizioni nel rispetto delle leggi comuni.
Ma in assenza di una forte idea di cittadinanza, quel modello ha generato un mosaico di appartenenze parallele. Così, mentre le élite politiche parlavano di inclusione, sul territorio si consolidavano comunità separate, poco comunicanti, dove i principi democratici diventavano sempre più astratti. Sociologi come Kenan Malik e Tariq Modood sostengono oggi la necessità di un “multiculturalismo riflessivo”: accogliere le differenze, ma chiedere a tutti di aderire a un patto di valori non negoziabili — laicità, libertà individuale, parità di genere, rispetto della legge.
L’altro lato: la difficoltà dell’incontro
Non tutte le tensioni nascono dal rifiuto. Molte comunità immigrate vivono in condizioni economiche precarie e con un senso di marginalità che rende difficile l’integrazione. In questo contesto, la religione e la cultura d’origine diventano spesso ancore identitarie, un modo per resistere a una società percepita come distante o ostile. Ma più ci si chiude per difendersi, più aumenta la distanza: e questa distanza, in un clima di paura, viene spesso strumentalizzata dai movimenti populisti.
Una sfida per l’Europa intera
Il caso britannico non è isolato. In Francia, Germania, Olanda, Svezia e Italia, il dibattito è simile: da un lato il bisogno di regolare i flussi migratori e garantire la sicurezza, dall’altro quello di difendere i principi umanitari e democratici che definiscono l’Europa. Il difficile equilibrio tra inclusione e controllo alimenta tensioni politiche, ma anche una guerra di percezioni: ogni atto di violenza, ogni episodio di intolleranza, riaccende lo scontro del dissenso e dell’accoglienza.
Il rischio europeo
L’Europa rischia di dividersi non lungo linee etniche, ma lungo linee di fiducia. Molti europei temono di perdere la propria identità; molti immigrati temono di non essere mai pienamente accettati. E i motivi ci sono tutti, visibili nelle piazze e nei comportamenti quotidiani, dove la diffidenza reciproca si è fatta linguaggio comune. Il risultato è un sospetto che corrode lentamente il tessuto democratico. Solo quando l’Europa tornerà a credere nei propri valori — non come bandiera di parte, ma come linguaggio condiviso — potrà affrontare la complessità del presente senza timore, ma anche agire con forza e determinazione. Perché la libertà in democrazia ha bisogno soprattutto di questo.














1 commento su “Tommy Robinson e il dilemma europeo: integrazione, identità e timore”
Le culture si proteggono, chi si trasferisce in un altro paese, normalmente, sta con i suoi simili di lingua, nazione, religione, il che nea maggior parte dei casi è la stessa idea etica cosa.
Che si parli di musulmani, cinesi, quaccheri, irlandesi, ebrei ed Italiani stessi all’estero, si creano sottoquartieri appositamente, in alcuni casi microstati, con leggi del proprio paese, da millenni.
Quindi, cosa vuol dire parlare di sogno multiculruralista papaleo?
Che o siamo ciechi, o ignoranti o fessi, e nessuno può dire che ciò non era prevedibile.
La marmellata tanto agognata dalle ideologie sinistre (sinistre, che fanno paura), è un fallimento.
Sugli autoproclamati principi democratici papalei, solo di facciata e poco attinenti alla verità storica di governo, mi sono espresso abbastanza.