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Le garanzie che proteggono davvero: ecco perché Mosca le vieta…l’opinione di Rita Faletti

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Dopo Anchorage e Washington, si discutono le proposte dei leader europei convocati da Trump alla Casa Bianca sul tema garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Si tratta di concordare una linea d’azione che metta il paese al riparo da eventuali nuovi attacchi russi dopo un cessate il fuoco per ora illusorio. Zelensky sa che Putin non intende fermarsi. La presa dell’Ucraina, di cui Mosca non ha mai riconosciuto la sovranità e l’indipendenza, sarebbe per Mosca il primo mattone importante nel piano di ricostruzione dell’impero russo nel cuore dell’Europa del XXI secolo. L’occupazione della Crimea è stato un avvertimento all’Occidente sulle reali intenzioni del Cremlino e un test di verifica di una scommessa: Putin scommise che non ci sarebbe stata reazione. Non sbagliò. Nel 2022 lanciò l’operazione speciale, confermando la determinazione della Russia a riprendersi quello che considerava e considera di sua proprietà, con o senza il permesso dell’Occidente. Dopo 3 anni e mezzo di guerra, in uno scenario di distruzione e con centinaia di migliaia di morti da entrambe le parti e nessun vincitore, l’incontro tra il Potus e lo zar tra i ghiacci dell’Alaska, con tanto di sconcio srotolamento di tappeto rosso, era sembrato agli ottimisti il prologo a qualcosa di simile a un concordato per gli accordi di pace. Punti principali la linea del fronte e lo scambio di territori. Stando a quanto poi riferito da Trump, i russi proponevano il congelamento dell’attuale linea del fronte e uno scambio di territori. Nel 2022 avevano annesso con referendum farsa quattro regioni: Luhansk, Donetsk, Zaporizhzhia e Kherson, malgrado avessero occupato completamente solo la prima. L’offerta di Mosca era restituire a Kyiv alcune sezioni di Sumy e Kharkiv in cambio della porzione molto più ampia della regione di Donetsk che l’Ucraina detiene tuttora. Uno scambio che Zelensky ritiene inaccettabile. Il Donetsk è come uno scrigno prezioso: contiene la “cintura di fortezze”, quattro città ben fortificate che si sviluppano da nord a sud in un’area del sud-est del paese dove è stato sparso più sangue: Sloviansk, Kramatorsk, Druzhkivka e Kostiantynivka. Rinunciare ad avere quelle fortezze dalla propria parte del fronte significherebbe per Kyiv lasciare pericolosamente aperta la porta a una nuova aggressione russa, rischio che il presidente ucraino non vuole correre quando chiede agli alleati solide garanzie di sicurezza. Su Truth, Trump ha scritto che sono gli europei la prima linea di difesa di Kyiv e il suo cane da guardia, Vance, ha reso il messaggio più incisivo: “Sarà l’Europa a dover fare la parte del leone”. Da che parte stia Trump lo avevamo capito dall’incontro ad Anchorage, rivelatore del processo di “normalizzazione” nei rapporti tra Usa e Russia. E l’Europa? Preventivamente fuori. Lavrov punta il dito contro gli europei: “Arroganti, aiutano Kyiv con le loro baionette”. La Russia, inaspettatamente riportata nell’arena mondiale da un gaglioffo che ha preso a modello un autocrate senza scrupoli, umilia l’Europa attraverso il suo ministro degli Esteri e briga perché neghi all’Ucraina solide garanzie di sicurezza. Ed è proprio su queste che si gioca la partita più difficile e lunga dal cui esito dipende la libertà degli ucraini e nostra. Garanzie di sicurezza purchessia non esistono, ma solo di due tipi. Garanzie formali, che includono ogni ipotesi di accordo, azioni e impegni che gli alleati di Kyiv, in caso di nuovo attacco russo, promettono di intraprendere secondo necessità e disponibilità. Modellate sull’articolo 5 della Nato, scoprono la fragilità delle promesse. Come tutte le promesse, infatti, sono future, e in quanto tali soggette a lungaggini decisionali, riluttanza di politici interessati ai voti più che alla difesa dell’alleato aggredito, risorse limitate e assenza di condivisione degli oneri (ci sarà chi invia garze sterili, chi missili Patriot, chi nulla). Sono quel tipo di garanzie che piacciono a Putin che non punterebbe un rublo sull’affidabilità degli occidentali. Un precedente tristemente famoso è il Memorandum di Budapest del 1994, grazie al quale Kyiv cedette le sue 1900 armi atomiche (che le sarebbero tornate utili) in cambio di garanzie sulla propria sicurezza e integrità territoriale. Aggredita dalla Russia nel 2014, i firmatari dell’accordo, Usa e Regno Unito, “si dimenticarono” di intervenire in suo supporto. “Uomo avvisato mezzo salvato”. Non so se esista un proverbio ucraino con questo significato, ma a Zelensky non serve un proverbio per guardarsi dalle promesse, parole scritte sulla sabbia. Altra cosa sono invece le garanzie immediate, che contemplano come parte di un accordo lo schieramento fisico sul suolo ucraino di contingenti di paesi terzi, prevalentemente occidentali, con il compito di monitorare la stabilità dei confini e scoraggiare nuove aggressioni russe. Il megafono del dittatore, Maria Zakharova, ci ha messo il veto: “Rifiutiamo qualsiasi scenario che preveda lo schieramento di un contingente militare in Ucraina con la partecipazione degli stati della Nato.” Senza volerlo, ha indicato all’Europa la scelta giusta: quella che Mosca non tollera. Facile decidere, no? Nell’incertezza c’è una terza alternativa: optare per entrambe.

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