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Spread, Mercati finanziari, Insultocrazia… di Domenico Pisana

Tempo di lettura: 2 minuti

Il nostro paese è talmente libero, che parlare di fascismo è anacronistico; la democrazia è infatti all’apice del suo esprimersi tant’è che ognuno fa quel che vuole, pensa come vuole e dice quel che vuole (commenta, critica, costruisce, demolisce, insulta, lecca, si lamenta , offende mutuando l’ esempio dei vertici delle varie articolazioni della società) che trovo incomprensibile sostenere che nel paese c’è un riemergere del fascismo.
Lasciamo da parte la storia, che già alle scuole medie i bambini conoscono e che si fa bene a far studiare perché mai più ritorni il fascismo, e guardiamo invece il presente.
Mentre vediamo tutti sdraiati sotto gli ombrelloni per concedersi il meritato riposo, mentre vediamo file di macchine che raggiungono le sedi delle loro vacanze, mentre vediamo un’ Italia che sosta per dare respiro al corpo e allo spirito con il tutto esaurito nel settore del turismo mentre i più sfortunati restano nell’ombra in attesa del nostro aiuto, nella guerra elettorale c’è chi si diletta al “Portobello del fascismo” sulla rete e sui giornali : anche questa , del resto, è libertà, a riprova , se ce ne volesse, che non siamo in tempi di fascismo; nessuno dice e scrive chi sono i fascisti che uccidono la libertà e tengono in pugno il destino dei popoli europei: non sono i governi, i politici, gli industriali, i costruttori di ideali ma tre figure oscure e sconcertanti: lo spread, i mercati, le agenzie di rating e l’insultocrazia.
Questi fascisti dettano regole, fanno nascere e cadere governi, minacciano, fanno alleanze politiche e, di volta in volta, fanno il bello e il cattivo tempo. E noi tutti a credere che è colpa dei vari governi di turno e poi di chi verrà dopo di loro.
La vera dittatura è quella economica, quella di chi ha stabilito di far arricchire alcuni e lasciare poveri altri, di consentire che un paese vada avanti ed un altro cada nella fossa, che alcuni gioiscano ed altri periscano.
I dittatori dell’Europa contemporanea sono poche persone, pochi gruppi che stanno dietro le quinte e che quando si innervosiscono cominciano a tirare fuori in alto il pugno attraverso i loro codici segreti: spread, mercati, agenzie di rating e nei paesi, proprio perché liberi, si scatena la paura, il terrore, che si trasformano, più o meno strumentalmente, in lotta tra chi governa e chi fa opposizione, e tutto è un delirio di onnipotenza con la strumentalizzazione dei giornali.
Lo spread, i mercati e le agenzie di rating esercitano, in modo democratico, la dittatura dell’economia e le scelte sono due: adeguarsi o morire. In questo non vedo dibattiti, resistenze, prese di posizioni dei popoli, manifestazioni di piazze, solo acquiescenza e accettazione più o meno passiva. Andare al passato è utile e serve a livello culturale ed educativo, perché non nascano nelle generazioni contemporanee nuovi fascismi a livello di comportamenti, atteggiamenti ed altro, per il resto è il caso di guardare ai fascisti di turno nascosti dietro le quinte.

L’insultocrazia

“L’insultocrazia” è un altro fascismo contemporaneo. Si prova disagio e sconcerto di fronte agli insulti elettorali tra politici , tra cittadini tifosi, tra giornalisti e salottieri. Ira, livore e acredine sbuffano financo dalle narici con un linguaggio bellico e militare: “battere le destre, sconfiggere le sinistre, vincere, perdere”. E’ questo l’obiettivo, altro che il bene del paese, il confronto onesto, democratico. Le armi delle parole riverberano sui media, social, sulla carta stampata creando un clima di tensione e di insultocrazia. I media alimentano il tutto ad arte e gongolano per gli ascolti, perché diciamocelo chiaro, alla gente questo spettacolo piace. Né si può dire che ad insultare è solo una parte, si tratta di insulto bipolare: l’insultocrazia avviene in contemporanea.
Certo è che se c’è una cosa difficile oggi è il dialogo, perché in ogni ambiente: politico, sociale, culturale, sindacale, religioso, e anche nei social, l’atteggiamento con il quale si discute è sempre surriscaldato, polemico e sfocia spesso nell’insulto, nell’offesa e in scatti d’ira, saltando le argomentazioni, che qualora ci fossero non necessariamente devono raggiungere il risultato di una gara: vincitori e perdenti. Un vero confronto politico pone sul tappeto posizioni diverse, giudizi complessi e variegati; alla fine ognuno può anche cambiare idea, ma può restare nelle propria posizione senza offendere l’altro.
Si potrebbe argomentare che il modo di confrontarsi dipende dal carattere, da atteggiamenti psicologici della persona, e questo può essere anche vero, ma credo che l’ira sia un’altra cosa, del resto viene annoverata fra i sette vizi capitali.
La parola ebraica che indica il vocabolo dell’ira è: ‘af, il cui suono sta ad indicare e a richiamare le “narici” sbuffanti del collerico. Tale significato rimanda ancora ad un atteggiamento piuttosto animalesco e ad immagini meteorologiche : è una “bufera”, è “tempesta”; è arrabbiato “come una belva”, è “come un cavallo imbizzarrito”, è “inviperito”. Ecco, allora, che l’ira è un vizio capitale perché genera altri comportamenti sbagliati, tra i quali la distruttività, la vendetta, il bullismo psicologico, le minacce, l’esplosività, l’incolpare, e anche offese sconsiderate.
Ecco perché gli antichi latini dicevano che l’ira è “initium insaniae”, è un avvio verso la follia. Rende folli e chi è folle diventa incontrollabile.
Ma è la stessa Bibbia che nel libro dei Proverbi, al cap. 17,14 dà un ammonimento chiaro: “Iniziare un litigio è come aprire una diga e allora, prima che la lite si esasperi, troncala!”. Ed ancora: “Se sbatti il latte, esce il burro; se schiacci il naso, ne esce sangue; se spremi la collera, ne esce la lite” (cap.30,33); “L’ira di un re è simile al ruggito di un leone: chiunque la eccita rischia la vita”(cap.20,2).
L’ira, in pratica, sconvolge l’animo, riduce il controllo delle parole e della azioni, conduce all’odio, all’insulto, all’ingiuria, alla delegittimazione dell’avversario. Oggi la politica sembra dirci che l’ira è divenuta quasi “modus vivendi” in una direzione distruttiva; certo se una persona vede la giustizia calpestata, il povero maltrattato , la pace minacciata, l’amore distrutto e vilipeso e si sdegna, protesta perché questi valori sono violati e disprezzati, in questo caso il suo gesto di irascibilità non è altro che un invito a scuotere gli animi e risvegliarli dall’indifferenza, apatia, rassegnazione, rinuncia, e a suscitare in essi giusta indignazione.
Non bisogna confondere, pertanto, l’iracondia che sfocia nell’aggressività, che è segno dell’impotenza della razionalità di chi non riesce ad aggrapparsi alla coerenza della giustizia e precipita nell’assurdo perdendo ogni autocontrollo, con l’irascibilità intesa come indignazione che, invece, scaturisce dallo sdegno in presenza della violenza e dell’immoralità, pubblica e privata, e che non fa ricorso alle urla e all’ira ma alla ragione che è capace di imporsi da sé.
Se i politici in questa calda competizione elettorale faranno ricorso a parole cariche di livore, rancore, saranno sempre vittima dell’ira e non faranno che seminare divisione, malessere, disagio in una Italia che ha bisogno invece di coesione sociale.
Io credo che quando ci si confronta con gli altri bisogna sempre pesare le parole, perché queste hanno un grande potere ed occorre, quindi, una grande responsabilità nel comunicarle e gestirle: è questa la strada che bisogna percorrere per fare prevalere la democrazia, non l’insultocrazia.

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