Quei film che a Sciascia non piacquero. Dibattito a Scicli

Al giardino Bonelli – Patanè la trasposizione dei suoi racconti. I giornalisti Merlo e Gnoli con Catalano e Aronica autori di un testo
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Altro pienone di pubblico nel giardino Bonelli Patanè dove si è tenuto ieri sera il secondo incontro del programma di Classico Italiano. Una serata dedicata al tema di “Sciascia e il Cinema” che è il titolo di una pubblicazione di Fabrizio Catalano (nipote di Sciascia) e di Vincenzo Aronica, voluta al Centro Sperimentale di Cinematografia per Rubbettino Editore.
Lo spunto, assai interessante, è stato oggetto degli interventi di due prestigiosi giornalisti di Repubblica, Francesco Merlo e Antonio Gnoli.
Il dibattito si è subito aperto con una dichiarazione netta e tranciante del nipote dell’intellettuale di Racalmuto, su sollecitazione di Mario Militello, secondo la quale Sciascia non era rimasto soddisfatto delle trasposizioni filmiche dei suoi romanzi e racconti e Merlo riprendendo la battuta, condividendola, ha rincarato la dose sostenendo che gli è mancato un grande regista, tranne solo nel caso di Cadaveri Eccellenti di Francesco Rosi, a sostenere le sue opere che erano delle sceneggiature scritte secondo quella teoria che Sciascia scriveva quello che vedeva.
Un racconto di visioni che già era cinema; quel cinema che fu la grande passione giovanile. Ma quelle trasposizioni, rimarca Merlo, non gli piacquero. Uomo delle sinistra radicale fu anzitutto intellettuale a tutto tondo sopra le parti capace di critiche e polemiche feroci anche verso chi ne condivideva la linea e la scelta politica.
Sciascia amava il cinema, sottolinea Antonio Gnoli, ma finì che se ne disinteressò, un velo di indifferenza coprì quegli occhi che da bambino furono assorbiti dal cinema.
Negli anni dell’infanzia Racalmuto era stato il mondo intero. Ma quando si accorse che il cinema era solo favola pensò bene di imparare altre lingue che nascevano dall’osservazione e da quella poetica in cui è la realtà era più importante del favoloso. Cosa era accaduto? Semplicemente che il cinema aveva smesso di essere mito. Era diventato industria e star system. Il divismo aveva perso l’aura degli dei e questi ultimi cominciarono a parlare la lingua del marketing.
Il tema dell’antimafia, sulla scorta di un riferimento del giornalista Marco Sammito per l’articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 10 gennaio 1987 dal titolo I professionisti dell’antimafia, nel quale stigmatizzava fortemente il comportamento di alcuni magistrati palermitani del pool antimafia, i quali a suo parere si erano macchiati di carrierismo, usando la battaglia per la rinascita morale della Sicilia come titolo di merito all’interno del sistema delle promozioni in magistratura.
Secondo Fabrizio Catalano oggi nessun quotidiano pubblicherebbe un articolo simile perché creerebbe uno sconquasso nel sistema degli intrecci tra mafia e centri di potere e nessuna collocazione politica sarebbe possibile oggi per Leonardo Sciascia vista la geografia politica attuale.
“Sciascia e il Cinema” nasce da una semplice esigenza come ha spiegato Vicenzo Aronica quella di raccontare attraverso testimonianze – di Felice Laudadio, il dialogo tra Roberto Andò e Giuseppe Tornatore e la testimonianza del regista Beppe Cino -, quale fu il rapporto tra i romanzi e le opere filmiche di uno degli intellettuali più arguti del secolo scorso. Un’altra bella lezione dedicata alle giovani generazioni che dovrebbero recuperare quel passato per metabolizzarlo visto che è così ricco di valori e di temi di impegno sociale

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