“Il dramma della retribuzione”. Riceviamo da Flai Cgil e pubblichiamo

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Per alcuni potrebbe sembrare “eretico” parlare oggi di un vulnus che colpisce la vita di chi lavora da dipendente nei diversi comparti produttivi del nostro territorio. Difatti ogni qualvolta ci permettiamo di evidenziare come necessaria la rivisitazione del posizionamento della variabile retributiva dentro la dialettica tra produzione e lavoro, qualcuno ci guarda con occhi strabuzzati, come a farci notare che abbiamo varcato la soglia, oltre la quale si scende nell’eresia.

E in realtà di eresia non si tratta, si tratta di un fatto concreto e vero, si tratta della volontà e della scelta di andare oltre: le retribuzioni, in quasi tutti i settori produttivi, qui in Provincia di Ragusa, sono molto basse, non in linea nè con le previsioni dei contratti nazionali né in relazione al numero elevato di ore lavorate in una settimana. Ed è per questo che nella nostra volontà e nella nostra scelta vi è la consapevolezza che sul contenimento della retribuzione bisogna intervenire, cercando di deteminare un avanzamento, non più graduale, ma da subito sostanzioso, delle condizioni del mondo del lavoro.

Invero, ciò non riguarda solo e soltanto il settore agricolo, ove storicamente la variabile retributiva si è sempre attestata su livelli bassi, ma interessa anche, e in alcuni casi in maniera più ampia e profonda, tutti i settori della produzione: dall’edilizia al commercio e altro.

Basterebbe fare una semplice indagine sociologica! Per comprendere la condizione dei lavoratori basterebbe verificare la loro collocazione retributiva.

 

Da qualche anno la Flai Cgil sostiene, e non potrebbe essere diversamente, che è civiltà, strumento di crescita e di mobilità sociale una visione culturale che abbia la capacità di “riposizionare” in maniera più equilibrata l’elemento retributivo all’interno del confronto tra il sistema produttivo e mondo del lavoro, attribuendo a tale elemento un ruolo di svolta, rivalorizzandone gli effetti positivi che esso può sprigionare sia a livello di crescita sociale che di liberazione culturale ed economica. Come da tempo la Flai Cgil denuncia il fatto che non si possa più consentire alle imprese di fare cassa sulla contrazione del costo del lavoro. Non si può più accettare che esse facciano cassa, pur riuscendo ad imporsi efficacemnte nei mercati, creando utili e ricchezze e, dall’altro, determinando l’impoverimento dei lavoratori.

Una certa motivazione, risultante non solo da una visione imprenditoriale, ma anche da un particolare e articolato filone del pensiero economico, si è rivelata fallace. Ci riferiamo all’assunto che tenere basse le retribuzioni consentiva alle aziende di affrontare la concorrenza nei mercati di altre imprese e reggersi economicamente. Posizione che aveva e ha come corollario il fatto che, pur in presenza di salari contenuti, il basso costo per l’acquisto dei beni avrebbe permesso al lavoratore-dipendente di affrontare adeguatamente il costo della vita. Tale assunto appare ed è stato solo una giustificazione per incrementare gli utili aziendali. Una motivazione pressoché fittizia, che serve ed è servita ad accrescere gli spazi di arricchimento del capitale. Su ciò si potrebbero produrre dati a conferma di quanto sosteniamo, siamo però sicuri che sono  altri i valori che rendono forte e capace l’apparato economico e produttivo di un settore e di un paese.

 

Adesso siamo giunti ad uno stadio in cui non è più rinviabile l’avvio del lavoro di recupero di una dimensione dignitosa del salario. E’ questo il percorso di matrice culturale e vertenziale cui dobbiamo tornare e che ci tocca intestarci come Cgil.  Ciò che è avvenuto nell’ultimo scorcio del secolo scorso e nel ventennio di queso secolo  ci persuade che una intelligente visione culturale e sociale del salario possa far ripartire lo sviluppo di un territorio, possa fare schiudere la mobilità sociale, colla conseguente spinta verso l’alto dell’ascensore sociale, da troppo tempo  arrestatosi. Non è solo l’impresa a creare benessere e sviluppo, sono anche i lavoratori ch trovano la giusta collocazione, anche economica, dentro i processi produttivi a contribuire al benessere e alla qualità della società.

A Ragusa è bene che si continui a denunciare una tendenza, ormai più che decennale, che ha derubricato le dinamiche salariali a fattore ormai secondario, per non dire di disconoscimento. Non c’è oggi datore di lavoro, attraverso i meccanismi fiacali e e altro, che non si ponga l’obiettivo di comprimere il costo del lavoro, già in tantissimi casi molto al di sotto di quanto statuito dai contratti collettivi. E ci sono casi, come quelli riscontrabili nel settore agricolo, dove più del 90 % delle aziende non rispetta, quando assumono i braccianti, i riferimenti economici del contratto provinciale. Sono aziende che si collocano al di fuori delle previsioni del contratto di riferimento, e questa condizione crea un tessuto socio-economico dove l’elemento della difficoltà di sostentamento della realtà bracciantile è facilmente intravedibile. Non omettendo di ricordare ciò che avviene in quelle situazioni lavorative, molto diffuse in questo comparto, improntate al nero o al grigio-grigio, dove la condizione del bracciante è ancora più drammatica e grama. Stiamo descrivendo una condizione di lavoro che permea sia gli italiani che gli stranieri.

Le aziende, quelle del settore agricolo, hanno ottenuto contributi e sostegni, oltre a quelli ordinari, eppure non ci sembra che si sia fatto un passo avanti in termini di migliorie salariali. Semmai possiamo asserire, senza tema di essere smentiti, che si è imposta una dinamica contraria, quella di eroderne sempre più la consistenza. Le aziende  cercano di erodere il salario dei lavoratori agricoli, quand’anche quello agricolo e della sua fileira sia quello a cui vanno i maggiori contributi statale europei, anche per aiutarle nel costo del lavoro.

Pensiamo che sia arrivato il momento per rifondare il modello in voga in agricoltura, di cui si avvalgono tutti i produttori. Un modello, piuttosto oneroso per i contribuentti, che, tra l’altro, produce alimenti non del tutto salubri e un mondo del lavoro bracciantile con salari poveri. Un modello dove l’elemento della sostenibilità ambientale del produrre e anche quello della qualità del prodotto pensiamo debbano integrarsi coi nuovi imperativi di tutela del bene-ambiente e della salute del consumatore. Così come va efficacemnte regolamentato anche il processo di mediazione tra produttori e grande distribuzione, per evitare il verificarsi di forme di predominio  che si riflettono, spesso,  in maniera negativa su coloro che producono il prodotto che va poi a finire sul tavolo dei consumatori.

Ma per restare all’interno delle cose che ci toccano da vicino, pensiamo non sia più tollerabile che un bracciante, in possesso di uno stralcio di contratto di lavoro, venga pagato meno di 5 euro lorde all’ora e che un giornata di lavoro duro e massacrante determina un salario giornaliero di 35 euro. Che la stagrande maggioranza dei braccianti sia inquadrata come operaio generico, pur svolgendo mansioni qualificate e specialistiche. Questa è la costante pervasiva del mercato del lavoro agricolo, di un

mercato agricolo ove gli elementi di determinazione dei rapporti di lavoro non hanno più un contesto di controllo istituzionale e di vigilanza pubblica. Qualcuno recentemente ha abbozzato l’idea, alquanto cinica – che per auitare lo sviluppo delle imprese occorra ridurre il costo del lavoro in agricoltura, dimenticandosi di dire che, tra tutti i settori produttivi, quello agricolo ha una incidenza in termini di costo la più bassa. La realtà è che si vuole camuffare il nodo centrale della criticità-principe della fiilera produttiva agricola, che oggi è rappresentato da chi vi lavora, appunto dalla manodopera bracciantile.

 

I fatti che abbiamo intorno ci pongono nella necessità di porre in essere uno sforzo per dare una spallata di cambiamento e migliorativa a questo muro alzato dalle imprese di riferimento. Di un muro che fa da spartiacque tra la civiltà del mondo produttivo e quella della inciviltà produttiva, e in questa fase storica e nel filone prevalente dei rapporti di forza tra produzIone e lavoro è la seconda che la fa da padrone. E’ da molti anni che quest’ultima ha determinato lo smacco del mondo del lavoro, privato sempre più di diritti, tutele e salari.

Va attivata una controtendenza rispetto a quanto abbiamo sotto gli occhi, una controtendenza rispetto alla solidificazione di un modello tutto a detrimento dei lavoratori. Una controtendenza che sarebbe stata utile avviare prima, perché abbiamo preso consapevolezza di questo modello troppo poco equilbrato già da tempo. La parte più avveduta della società, magari una minoranza, ha da tempo diagnosticato il limite civile di un modello che si riflette negativamente sulle spalle  dei lavoratori.

Sulla questione della povertà salariale, La Flai di Ragusa sta tentando di aprire una vertenza territoriale, al solo scopo di sollecitare le aziende a capire l’urgenza di sedersi attorno ad un tavolo e avviare un confronto, il cui obiettivo non è demonizzare aziende e produttori, ma quello di costruire insieme a loro un momento di passaggio, che è insieme culturale, ecologico e di sviluppo, attivando tutti i percorsi che le norme consentono, non ultimo anche quanto disposto dall’art. 10 della legge 199/2021.

Non si può più sfuggire dal fatto che o si cambia visione sul  mondo del salariato o si rischia parecchio, tutti.

 

Carmelo Garaffa, Segretario Flai Cgil Ragusa

Salvatore Terranova, Segretario generale Flai Cgil Ragusa

 

 

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