Poesia. La poetessa tarantina, Marisa Cossu, legge Pisana

“Nella Trafitta delle antinomie”, Helicon Edizioni, 2020
Tempo di lettura: 2 minuti

Nel leggere la silloge Nella trafitta delle antinomie di Domenico Pisana, si è subito colpiti dalla forza comunicativa del titolo che penetra nel grande mistero dell’esistenza il cui dato essenziale è toccato, anzi trafitto, dal peso delle antinomie. Si coglie nell’immediatezza dei termini e dell’immagine di copertina, la dolorosa dispersione dell’essere, del Contemporaneo, la grande illusione di potersi impadronire del mondo navigando a vista nel mare burrascoso di un esasperato potere bulimico. È assenza di limiti e di miti di un tempo egotico in cui l’uomo non sa fermarsi a riflettere su sé stesso e sui fini cui è chiamato, recuperando i passi necessari al raggiungimento della necessaria armonia del proprio essere tra gli altri.
Cita il prefatore della silloge, Dario Stazzone, le Metamorfosi di Ovidio. È la fine della quarta età, la caduta di un mondo che provoca disorientamento, solitudine e indifferenza. Bauman chiama questa situazione società liquida per la velocità inconsistente delle relazioni e per la superficialità della comunicazione a fronte di una crescita esponenziale delle informazioni reperibili. E se le antinomie sono manifesto di un esistenziale umanismo, esse riprendono tuttavia, i grandi interrogativi che in ogni tempo l’uomo si è posto immaginando miti da elevare a poièin, perché l’individualità non si consolidi in una solitudine dolorosa e indifferente trascurando l’essenza e il valore della persona. Ma l’incipit della silloge apre uno squarcio di gioia, un aggancio al nuovo che, pur dopo un travaglio globale, lascia intravedere un approdo: la nascita di Emma è vita trionfante, certezza, innesto di radici bio-psichiche e spirituali pervase di poesia, dono su cui fondare un’idea di desiderabile certezza. Il Poeta, pur nel contrastato universo ricongiunge nell’anima degli opposti, riafferma la potenza dell’amore che tutto contiene e tutto universale:

“In questo giorno già carico di primavera
T’accolgo, Emma, con l’anima
carezzata di gioia. Scruto
i tuoi occhi adagiati sul braccio
di tua madre, il tuo viso che si schiude
a sguardi d’affetti madidi d’amore…

(DEDICA
A Emma, mia seconda nipotina)

Sono versi teneri, concepiti in una struttura poetica che segue il ritmo del respiro, rasserenanti pur nella evidente consapevolezza degli opposti. Le basi sono qui, muovono dall’amore, da serene ansie, da un pianto come piume di stelle. Ossimori, similitudini e metafore contribuiscono a creare una magica atmosfera che origina dal cuore del Poeta.
Non è soltanto la perizia metrico-ritmica o l’inoltrarsi filosofico nelle vaste e specifiche conoscenze accademiche dell’Autore, come potrebbe evincersi dall’analisi accorta della realtà, ma il possesso dell’epifanica prospettiva per cui dal degrado e dal vuoto si possa uscire mediante un approccio etico e di alterità sostenuto dalla Fede e dalla fiducia nelle intime qualità dell’uomo. E il discorso si articola in un pensiero e in una poetica epigrammatica intorno all’uomo come abitante della Terra e come persona. Siamo nella tettonica dei contrari, nello scontro di visioni e inconciliabili; nascono dal marasma le idee alte da cui ripartire, i valori da cui il Poeta snoda il filo interiore della sua lucida e sofferta riflessione sulla condizione umana in un notevole afflato civile e poetico.
Non è forse il poeta testimone privilegiato del suo tempo e non possiede egli la forza della profezia e della visione? E la letteratura non è forse specchio dell’anima? Dimostra il Nostro, come ha scritto più volte nei suoi saggi, che il valore della poesia, oltre che estetico, è nell’umanità e verità dei contenuti che riguardano l’esistente, l’essere umano, la sua condizione tra gli altri:

“Quanta umanità smarrita hai già narrato,
anima mia, voce solitaria nel deserto:
dalla notte rifluisci all’aurora,
dall’aurora torni ad abbracciare la notte,
per via ti tracima la lucerna”.

Il canto del poeta fa volare l’osservazione e la descrizione nelle strutture del trascendente e si sofferma con giustificata apprensione sul senso attuale e concreto dell’esistenza con echi eraclitei ed evocazioni dal sapore biblico. Il Poeta si sente solo, voce nel deserto, in una moltitudine di umanità smarrita mentre si compiono i giri delle stelle e la luce si alterna all’ombra. Questo è il peso della realtà: consapevolezza delle antinomie (notte–aurora) e sconcerto, incertezza, dove le lingue incespicano e la parola sembra spersa in una nuova pandemica Babele; nel frattempo la sacralità della parola, del nome attribuito alle cose, ai sentimenti, alle Istituzioni e alle persone, ha perso il valore radicato nel linguaggio delle creature pensanti. Qui il poeta giunge ad abbrivi di una poesia alta, chiara nel lessico colto e raffinato, accurata nelle pause e nelle inarcature, una poesia pregna di humanitas e di qualità metafisiche, una poesia civile illuminata dalla Fede che il Nostro pone alla base della sua concezione del mondo. Sono versi liberi con una struttura musicale originale, densa di significati che colgono il male del vivere delle società contemporanee:

Come sento straziante questo tempo.
La corsa per il premio inquina
il giuoco, ostenta innocenza e sicumera
e più nella mia terra, anche vostra, dove
l’insidia della piovra fa viscido
il cammino …

Tratto distintivo della silloge è infatti l’afflato poetico, le angolazioni, attraverso cui l’Autore filtra i fatti della vita, lo stato della democrazia, le situazioni geo-politiche e culturali che feriscono il bene comune. È il passaggio per diversi paesi europei e non, dove sale alto il lamento degli oppressi per le guerre, le ingiustizie, le persecuzioni e la violazione dei diritti umani che, in vari settori della attuale epoca, impediscono l’ordinato sviluppo delle società. Il poeta si sofferma sui temi dell’immigrazione e, con voce accorata canta l’antinomia tra la calma e il senso di riposo emanati dal mare e la realtà dolorosa e disumana che quelle coste della sua Sicilia subiscono ogni giorno e il cuore corre dal ricordo della sua mitica giovinezza presso il mare di Pozzallo, alla visione di navi e uomini alla deriva. Nella trafitta dell’anima si dipana l’attraversamento del nostro capovolto vivere quotidiano. Le barche vanno alla deriva in un mare abbandonato a sé stesso, e perfino la barca di Pietro naufraga nella tempesta che assale l’uomo:

Sempre uguali le parole sulle barche.
Pelle nera, pugno duro, mani aperte
Occhi lucidi, lingue di fuoco, bontà
A spese altrui, vado io, vai tu, andiamo noi…
Umano io, disumano tu …

L’indifferenza regna sovrana. Intanto dal Paese s’alza l’urlo: è l’invettiva contro la decadenza della polis, contro la menzogna degli interessi al potere, contro le maschere rifugiate in scranni. Esplode in questa lirica appassionata un profondo bisogno di giustizia, accoglienza, democrazia, in versi di classica bellezza e forza comunicativa. Il Poeta volge uno sguardo al nostro Paese giunto forse, ad un baratro di macerie dove un raggio di speranza fatica a manifestarsi:

la penisola è un languido greto nella notte
che dorme, il teatro e la simulazione ci stancano,
rimontano da una palude putrefatta;
forse la coscienza perdura, forse il coraggio …

Anche il sogno di un’Europa unita intorno alle radici ebraico-cristiane e alle culture dei vari paesi, il conseguente sviluppo di una civiltà fondata su valori irrinunciabili, riconosciuti universalmente, restano brandelli di radici e le città sono foreste di paure. È una crisi d’identità che non può che nascere dalla perdita della propria identità:

Brandelli di radici si frantumano sui volti
addormentati, le città sgomente di paura
allargano le mani, ingrossa di dubbi
l’onda le identità tramandate da secoli.

Le barche vanno alla deriva in un mare sonnolento e perfino la barca di Pietro naufraga nella tempesta che assale l’uomo. Il naufragio è globale, epocale. Non resta che suggerire a Teofilo la consapevolezza della fragilità che ci caratterizza come creature imperfette bisognose di luce, di fiducia e di sapienza. Il Poeta ora allunga il verso, ne fa un discorso pedagogico, ricco di humanitas, che per linguaggio poetico e musicalità travalica l’attenzione dai temi alti della silloge alla grazia della poesia: è una poetica intessuta di amore per l’essere umano e per tutto ciò che a lui fa da corona vitale nell’incerta bellezza della vita. Il materiale si fonde allo spirituale e il desiderio di conoscenza eleva l’uomo alla speranza dell’incontro con l’assoluto, l’infinito inconoscibile, dati i limiti dell’esistente:

Oh, mio Teofilo, se amassimo la Sapienza, specchio
senza onta, raggio indefettibile, custodia dell’amore,
anche la cenere spegnerebbe il pianto, alla morte
legherebbe il filo della vita e il nulla disfatto dalla notte
tornerebbe nel grembo del Tutto per riposare il cuore.

In Teofilo si legge l’uomo, Lui e Lei, amati da Dio nel corso di tutti i tempi, dal primitivo ululato alle sinfonie più raffinate, dai graffiti al software ed ogni tragitto umano porta più in alto, più in là.
La poesia consolida nell’Autore la visione di un mondo migliore, in cui i poeti tornino ad esercitare il loro ruolo sociale e la parola, sottratta ad ogni mistificazione, riacquisti la sacralità necessaria alla comprensione tra gli uomini e alla definizione dei concetti essenziali alla convivenza sulla Terra.
Ma la Parola è soprattutto dono trascendente, grazia da ricercare, unica zona per la ricerca del vero, verso una Civiltà che sia “Amore, gioia, pazienza, benevolenza, bontà, mitezza, dominio di sé (Paolo, Gal. 5,22)”:

“C’è il libro, diletta compagna …”
……………………………………….
“Ha il sapore del miele la Parola increata
Omero, Virgilio, Euripide ed Archiloco,
negli scaffali dorme l’umanesimo
ed il presente lo invoca tra polvere di stelle …”

La seconda sezione del libro è dedicata a poeti e personaggi di rilievo nella formazione culturale del Poeta: Appendix è omaggio del cuore a Gabriele D’Annunzio, Salvatore Quasimodo, Umberto Saba, Andrea Zanzotto, Giosuè Carducci, Piero Guccione il pittore di Scicli. Ogni poesia dedicata esprime un carico di umanità e sensibile vicinanza alle poetiche, pur così diverse degli Autori. Il dono dell’Arte congiunge ciò che i grandi hanno lasciato a noi tutti e a Domenico Pisana per alimentare il desiderio del logos e della Bellezza.

Marisa Cossu

Marisa Cossu, poetessa, saggista, insegnante e psicopedagogista, vive a Taranto, e collabora con diverse riviste letteraria. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie: “La vita bella, pensieri e parole”(2014); “Sentire”, Ed. Pagine Roma con audiolibro; “Vola la parola” in “Soufle”, Aletti Editore 2015; “La carezza delle parole”, TraccePerLaMeta Edizioni 2016; “Attraverso pareti di pietra”, SBC Akea Edizioni 2016; “Trasparenti pareti” , Vitale Editore (premio pubblicazione gratuita, al concorso “Una poesia per Scampia” con la poesia “Madre”); “Di ombra e di Luce”, Blu di Prussia Editrice 2018; “Saggi brevi” , Il Convivio Editore 2019.

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