IN PUNTA DI LIBRO……di Domenico Pisana. “Scempi urbanistici nel ‘salotto’ di Modica”: la ricostruzione storica degli anni ‘60 nel nuovo libro di Piero Vernuccio

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Piero Vernuccio, Direttore del mensile “Dialogo”, a distanza di anni dal suo interessante volume dal titolo Una città in cerca d’identità. Analisi socio-economica su Modica, Associazione culturale Dialogo, 1984, si ripropone con una nuova pubblicazione dal titolo Scempi urbanistici nel ‘salotto’ di Modica, Edizioni Associazione Culturale Dialogo, 2019, testo che affonda le radici nella storia della città degli anni ‘60, connotandosi come rilettura di scelte politiche e conseguenti atti amministrativi che hanno delineato l’attuale aspetto urbanistico del centro storico modicano, ove si è consumato, per una serie di ragioni e argomentazioni portate dall’autore, un vero e proprio “scempio”.
Lo sguardo dı questo volume focalizza principalmente l’attenzione su una serie di palazzi ed edifici del centro storico di Modıca, quali l’Edificio sociale “B. Mancini”, l’Edificio sociale San Giorgio, il Palazzo Ascenzo, il Palazzo ex-albergo Bristol, il Palazzo ex-Tantillo, il Palazzo Belluardo, il Palazzo dell’Istituto Benedettine, la costruzione della Domus Sancti Petri, la scuola materna nel quartiere “Catena”.
Secondo l’autore, dalle scelte che gli amministratori del tempo hanno posto in essere sul centro storico, emerge un dato, e cioè: quello che viene comunemente chiamato ‘salotto’ dı Modica, non solo è stato deturpato urbanisticamente, ma si è anche trasformato ın uno “spazio caotico” gestito alla buona, soprattutto per quanto concerne la viabilità, nonostante ci siano state anche delle proposte e delle ipotesi di risoluzione del problema.
Piero Vernuccio, a riguardo, ne ricorda due: “La prima ipotesi – scrive l’autore – tende a dare giovamento a tutto il percorso del corso Umberto, e consiste nella utilizzazione dell’alveo sotterraneo quale carreggiata di scorrimento per i mezzi motorizzati in alternativa al percorso di superficie. A lanciarla fu negli anni ‘70 il geom. Arturo Belluardo(…); la seconda ipotesi – prosegue Vernuccio – tende a dare giovamento solo parziale al percorso del corso Umberto, per l’esattezza da Palazzo San Domenico sino a San Francesco La Cava, sin fuori il centro abitato. Fu formulata dall’ing. Vincenzo Pluchino già nel 1987 (si veda delibera di Giunta comunale n.1159 del 5.5.1987), ma per mancanza di fondi è rimasta tuttora nel cassetto”.
Con un apparato iconografıco puntuale e dettagliato, Piero Vernuccio illustra e contesta quella che eglı defınisce una “mania” ınvalsa tra gli annı ‘60 e ‘70 quando in nome dı un modernismo venne commesso, a suo parere, un grave errore, cioè “quello di permettere commistioni tra l’antico ed il nuovo, con il risultato di creare visioni stridenti che hanno rotto il precedente equilibrio consolidato, che permetteva una distribuzione armonica di vari elementi in un tutto simile ed omogeneo”.
Quel che l’autore critica è supportato da foto che dicono con chiarezza come questi interventi moderni su vecchi palazzi di Modica abbiano disatteso i lineamenti della bellezza architettonica del centro storico; non solo, l’autore va oltre il dissenso affermando che alla base della deturpazione del quadro paesaggistico del centro storico ci fu una sorta di accordo tra soggetti diversi, per finalità economiche e clientelari:

“ …. Tra pubblici Amministratori locali – fautori del ‘modernismo’ e di fatto politici clientelari amanti di perpetue poltrone di potere -, e clero bisognoso di migliorare le proprie esigenze materiali comunitarie, si creò un prosperoso connubio, a cui ben volentieri, scrive l’autore, aderirono e diventarono operativi ‘amici’ speculatori di vario tipo che ebbero tutto l’interesse di demolire antichi edifici per ricostruirne altri, più in alto possibile, realizzando più piani possibili, per ingrossare più possibile il proprio portafogli”(p.14).

Questa chiave di lettura, che è certamente sintomatica del malessere politico-amministrativo del tempo, ha sicuramente prospettive veritative dentro l’alveo di una libera e soggettiva ermeneutica; ma al di là degli interessi particolaristici, non è da escludere che una certa tendenza architettonica di contaminazione tra “nuovo e moderno”, diffusa in ambito europeo, abbia potuto esercitare qualche influenza.
E’ sufficiente richiamare il caso della “Piramide del Museo del Louvre” di Parigi, una struttura in acciaio di duecento tonnellate collocata in uno spazio di 1254mq e progettata dall’architetto americano Ieoh Ming Pei. All’epoca le opposizioni al progetto furono molto violente, forse più di quelle che avevano già investito la costruzione del Centre Pompidou di Renzo Piano e Richard Rogers, inaugurato nel 1977.
In ogni caso scoppiò uno scandalo. Si temeva che la piramide, troppo imponente, deturpasse per sempre la prospettiva storica. C’era chi non approvava il drastico contrasto antico-moderno. Chi definì la piramide ‘città dei morti’, chi ‘Disneyland’. Pei fu anche chiamato a rendere conto davanti alla Commissione dei monumenti storici. (Luana De Micco, da Il Giornale dell’Arte numero 394, febbraio 2019).
Resta comunque il fatto che nonostante le polemiche, che contestavano la scellerata contaminazione tra antico e moderno e, forse, anche interessi di bottega, la Piramide si fece, ed oggi è uno dei simboli del museo, come la Gioconda e la Venere di Milo, e dell’intera città, come la Tour Eiffel e gli Champs-Elysées. Ad ogni modo, pur se è diventato un simbolo, a nessuno può essere impedito di sostenere che rimane uno “scempio”, specie quando il connubio “antico-moderno” diventa il contrario della bellezza e dell’ armonia. Non si è voluto, certo, fare un paragone tra il “salotto” di Modica e il Museo del Louvre di Parigi, ma solo evidenziare come non ci sia univocità di vedute, anche nel nostro tempo, sulla coabitazione tra “l’antico e il moderno” a livello urbanistico ed architettonico.
Nella disamina argomentativa dei palazzi ed edifici passati sotto osservazione da Piero Vernuccio, è oggettivamente apprezzabile la sua precisione documentaristica, che poggia le sue argomentazioni sullo studio delle pratiche tecniche che portarono all’edificazıone e agli interventi urbanistici, arrivando sempre alle stesse conclusioni. Per l’edificio “Mancini”, ossia l’ex UNIP, l’autore riferisce che “In data 4 giugno 1957 la Commissione Edilizia espresse parere favorevole alla costruzione. Il vice Sindaco, prof. Giuseppe Giannone (componente l’Amministrazione capeggiata dal Sindaco Gaspare Basile, democristiano) il 16 luglio 1958 autorizzò l’inizio dell’esecuzione dei lavori. Fu incaricato della edificazione del palazzo il costruttore edile Salvatore Tumino di Ragusa (proprietario del prestigioso Hotel Mediterraneo sito sulla via Roma a Ragusa, su progetto dell’architetto Biagio Mancini)”. Da notare che, come fa rilevare l’autore, “Il fascicolo – nella parte storica poco consistente per un palazzo di tale mole – non contiene alcuna documentazione o pratica riguardante la Soprintendenza o il Genio Civile, come se questi Enti sovracomunali non esistessero a quella data. Nulla pertanto siamo in grado di trattare a riguardo”.
Anche per l’ Edificio San Giorgio ubicato al numero civico 294-96 di corso Umberto, nel quartiere San Francesco La Cava, Vernuccio fa notare che “La Commissione Edilizia espresse parere favorevole in data 28 gennaio 1958. La licenza di costruzione fu rilasciata il 4 febbraio e l’autorizzazione ad eseguire i lavori di costruzione fu rilasciata con nota del 20 febbraio, a firma del prof. Giuseppe Giannone, per conto del sindaco avv. Gaspare Basile (ambedue furono politici appartenenti alla Democrazia Cristiana). I lavori iniziarono il 4.10.1958 e furono ultimati il 12.3.1960. Anche ın questo caso – sostiene l’autore – “Nel fascicolo non esiste alcuna traccia d’intervento da parte della Soprintendenza ai Monumenti della Sicilia Orientale di Catania e da parte di altri Enti sovracomunali”.
Altro edıfıcıo passato sotto osservazıone nel libro è quello ubicato nell’area di rappresentanza istituzionale della Città, di fronte all’ex-convento San Domenico, sede del Municipio, ossia ıl Palazzo Ascenzo. A riguardo, Piero Vernuccio riferisce che “Il progetto di costruzione fu redatto e presentato in data 5 luglio 1960 dall’ing. Giuseppe Romano. In data 2 agosto la Soprintendenza alle Antichità per la Sicilia Orientale lo approvò e in data 25 agosto 1960 lo approvò la Commissione Edilizia del Comune di Modica”.
Sarà poi il sindaco Giuseppe Giannone ad autorizzare la ditta Calabrese-Palazzolo-Pisana per l’esecuzione dei lavori. Anche ın questo caso la ricostruzıone dell’autore è ben particolareggıata e mira a far venire alla luce la mancanza di continuità tra ıl progetto orıginario che appariva tollerabile, e ıl successivo che venne modificato in corso d’opera con un palese sfregio al quadro urbanistico estetico-architettonico del Palazzo stesso.
L’autore palesa il sospetto di una “nefasta interferenza” grazie all’avallo del geometra Concetto Calabrese (attore primo della sopraelevazione) “che era in loco personaggio molto noto, militante nel partito di maggioranza e Consigliere comunale tra gli scranni della Democrazia Cristiana”.
Ma dove trova maggıore forza la narrazione del libro è nella descrizione dei fatti attorno all’ex chiesa di Sant’Agostino, ubicata in Corso Umberto, fatti che spingono l’autore a parlare di “storıa infame” richiamando, tra ironia e fantasia, l’opera Storia della Colonna infame di Alessandro Manzoni.
Vernuccio racconta che la predetta chiesa, edificata nei primi decenni del 1600, venne abbattuta per costruire al suo posto un palazzo (ossia Palazzo Tumino) che – scrive l’autore “per bruttura e disfunzione non ha pari e che decisamente ci pare opportuno appellare ‘infame’. Un palazzo che, dopo quasi sessanta anni, sta tuttora in piedi e tramanda a noi viventi ed ai posteri un attentato all’armonia urbanistica del centro storico di Modica, concepito ed attuato – con complicità varie – nei primi anni ‘60 del secolo scorso”.
Vernuccio rıporta l’atto dı vendita e i suoi protagonistı, tra i quali Mons. Matteo Gambuzza, arciprete della Chiesa Madre di San Pietro, come si legge nell’atto riportato nel libro dall’autore:

…Il prezzo è stato convenuto ın lire cinque milioni cinquecentocinquanta mila lire che Monsignor Gambuzza dichiara di aver ricevuto in precedenza dal compratore al quale rilascia ampia quietanza di saldo con rinunzia all’ipoteca legale di cui all’articolo 2817 Codice Civile”.(…) Mons. Gambuzza – prosegue Vernuccıodichiarò al notaio – e questi trascrisse nell’atto pubblicoche “il sindaco di Modica ha prescritto la demolizione della chiesa in quanto pericolosa per la pubblica incolumità, giusta ordinanza del 12 luglio 1962”.(p.24)

Nel libro l’autore punta l’attenzione anche su alcune figure da lui ritenute rilevanti rispetto alle finalità del suo discorso narrativo; ci riferiamo alla figura di Mons. Gambuzza, del quale elogia i pregi ma lamenta la “sensibilità civica” per il suo infelice ruolo primario nella demolizione della chiesa di Sant’Agostino”; al prof. Saverio Terranova, uomo politico di rilievo nella vita politico-amministrativa di Modica ma anche persona di cultura ed autore di diversi volumi , tra i quali ‘Contributo alla storia di Modica’ edito nel 2008 – in due volumi: parte prima dal 1945 al 1980, parte seconda dal 1980 al 2006 – per un totale di 506 pagine, ove – a giudizio di Piero Vernuccio – si riscontrano “importanti omissioni, citazioni incomplete, date sfasate, alcune distorsioni della realtà dei fatti”. Ed ancora l’ing. Angelo Tumino che in data 28 luglio del 1962 “presenta al Comune un progetto che prevede l’elevazione di tre piani sulla ex chiesa di Sant’Agostino. Ma nell’aprile del 1963, – l’ing. Tumino – scrive Vernuccio – cambiò le carte in tavola. Ritornò alla carica e presentò al Comune un progetto per la costruzione di un edificio alto trenta metri. La Commissione Edilizia bocciò il progetto per ragioni estetiche (un palazzone in mezzo a due palazzi d’altezza notevolmente inferiore) e tecniche (troppo alto per la ristrettezza della retrostante via Santa). Si consigliò al costruttore di modificare il progetto, permettendo l’elevazione di un solo piano in più rispetto all’altezza dell’Albergo Bristol”.
La narrazione di quel che Vernuccio definisce il “misfatto” è chiara e puntuale ed evidenzia i vari passaggi di un decisione che “significò – scrive l’autore – il buio amministrativo per la città di Modica. Riportiamo un passaggio del volume che spiega i fatti, forse a molti noti, ma a tanti modicani sconosciuti:

“…Il 17 giugno, accadde l’impossibile, l’assurdo, l’improponibile e chi più ne ha ne metta. Quel lunedì la Giunta comunale procedette ad una seduta il cui contenuto di deliberazione non sappiamo se inserire nella sfera delinquenziale o della semplice imbecillità. Preferiamo ipotizzare che i componenti poco prima avessero preso parte ad una precedente altra seduta presso una putìa ri vinu, …alzando i gomiti in sovrappiù.
In ogni caso, riportiamo in corpo maggiorato ed in grassetto (a voler dire che maggior nero equivale all’assenza totale di luce) il contenuto di tale deliberazione (la n° 768) che significò il buio amministrativo per la città di Modica.
Non procediamo ad alcun commento sul merito dell’atto deliberativo, confidando nell’intelligenza e nel buon senso dei nostri Lettori a saper comprendere da soli.
‘Sul corso Umberto I dal tratto Piazza Municipio – San Francesco la Cava non si possono elevare edifici oltre l’esistente, mentre da Piazza Municipio allo Stretto è possibile sopraelevare sino a 30 metri”. All’ing. Tumino non parve vero, visto che la sua area da edificare era localizzata nella maggior convenienza speculativa. Nei primi giorni di agosto presentò nuovamente il progetto (lo stesso che la Commissione Edilizia aveva bocciato), riproponendo la sopraelevazione di 30 metri. Con la novità che l’ing. Giuseppe Romano non risultò il redattore del progetto; il professionista di certo comprese in quale tipo di rogne si era cacciato e declinò l’incarico. Il neo progettista risultò lo stesso costruttore, l’ing. Angelo Tumino, nonché direttore dei lavori. I disegni proposero l’elevazione di sette piani, oltre il pianterreno e l’ammezzato.
‘Provvidenza’ volle che in data 17 agosto 1963 venne rilasciata la licenza di costruzione per un edificio di civile abitazione, uffici e negozi.
Il misfatto fu così compiuto! …”

Di questo “misfatto” il libro di Piero Vernuccio fa un dettagliato racconto, riportando documenti, interventi vari, nonché il succedersi di diffide, richieste di sospensione dei lavori, notifiche, ordini di demolizione, piantonamenti e tanto altro, che delineano la pantomima di un accadimento che ebbe il suo apice in una nota del 21 luglio 1966 del “Provveditorato alle Opere Pubbliche con sede a Palermo (dipendente dal Ministero dei Lavori Pubblici) ove si dichiara priva di valore la ‘famigerata’ delibera di Giunta comunale n° 768 del giugno 1963 e nulla la licenza di costruzione rilasciata alla Ditta Tumino”.
Anche la storia degli altri palazzi ed edifici di cui si occupa Vernuccio nel suo libro è sempre ricca e dettagliata; con l’ausilio di documenti di enti vari e le missive di organi superiori al Comune di Modica, l’autore fa venire alla luce le linee di percorsi tortuosi e discutibili, qualche volta anche contraddittori, come nel caso dell’ex Palazzo Tantillo, che fu oggetto di una controversia tra il sindaco pro tempore, Saverio Terranova, e la prefettura di Ragusa, allorquando quest’ultima, in data 30 agosto 1966, inviò al Sindaco Terranova un telegramma “chiedendo spiegazioni sul perché il Comune ha rilasciato licenza di costruzione per un palazzo oltre i cinque piani senza preventiva approvazione del progetto da parte della Soprintendenza ai Monumenti”. Non si fece attendere la risposta di Terranova il quale, con raffinatezza argomentativa, prima disquisisce su vincoli e norme alla luce del diritto amministrativo, quindi conclude nella sua nota affermando che “L’Amministrazione poi non è da alcuna norma di legge obbligata all’ accertamento dell’avvenuto adempimento degli obblighi circa la tutela delle bellezze. E’ il cittadino semmai, nel caso di vincolo operante, soggetto ad adempiere a tali obblighi e preposta alla sorveglianza è la Sovrintendenza e non il Comune”.
Su questa lettera di risposta Vernuccio opera le sue considerazioni, concludendo, fra l’altro con questa sintesi:
“E’ lo stesso prof. Saverio Terranova che ci esonera dall’affermare che se scempi urbanistici furono compiuti in quegli anni nel ‘salotto’ di Modica, in buona parte si debbono anche alla sua complicità, nel ruolo che ebbe di primo cittadino che non ostacolò (se non formalmente) ma che piuttosto condivise. Prova ne è quanto egli stesso ebbe a scrivere – sia pure a distanza di ben 42 anni – alla pagina 186 del suo Contributo alla storia di Modica (parte prima): “l’errore più grande fu l’autorizzazione alla costruzione dei tre edifici che si eressero sul suolo ove dapprima erano la Chiesa di Sant’Agostino, palazzo Tantillo e l’albergo Bristol””
Sfogliando le pagine di questo libro ci si accorge chiaramente che la narrazione di Piero Vernuccio prosegue, per tutti gli edifici e i palazzi di cui si occupa, con la stessa metodologia di analisi, al fine di far venire alla luce scelte contradditorie, interessi più o meno latenti, superficialità nel rilascio di concessioni e tanto altro.
A fronte di una “calcolata” flessibilità adottata dagli amministratori del tempo con l’ausilio di cavilli giuridici, c’è il rigore dell’informazione di un giornalista-scrittore come Vernuccio, del quale non si può che prendere atto. Certo, se tutto quanto evidenziato dall’autore, fosse emerso con forza, e con la contestazione dei modicani, nel tempo in cui le cose furono realizzate, forse questo “scempio” non si sarebbe consumato.
In questo libro , comunque, al di là della documentata narrazione dei fatti, ritengo vada colto un messaggio metanarrativo: il primo di carattere memoriale al fine di future ricostruzioni storiche più ampie della città di Modica, rispetto a quelle esistenti; il secondo di natura etica e culturale.
In questo secondo caso, l’obiettivo di Piero Vernuccio sembra essere un invito alle nuove generazioni a rendersi conto che occorre vigilare sulla propria città, e in modo particolare su quella “categoria di maneggioni” che in ogni tempo, e in tutte le città, tessono le carte, per mero interesse; si tratta, in altri termini, di persone cui interessa poco la città, il bene di tutti, la problematica del territorio, la meritocrazia. Ciò che conta è il raggiungimento di interessi personalistici.
Il monito che ci viene da questo libro è, al di là di ogni distinzione politica, ideologica o culturale, la necessità, perché altri “scempi” non vengano consumati, che ci sia un colpo d’ala nella direzione della collaborazione, della partecipazione e della corresponsabilità dei cittadini alla cosa pubblica. E per collaborare non è necessario essere attivisti e militanti di un partito, di una associazione o gruppo; si collabora anche dando idee, suggerimenti; si collabora con la critica, non quella distruttiva ma costruttiva, con richiami improntati alla serietà ed onestà. Solo chi ama la propria città, sente dentro il bisogno di collaborare per il suo sviluppo e benessere.
Se è vero, tuttavia, che oggi si invoca una domanda di trasparenza rispetto ai tanti “scempi”, non solo urbanistici, che in generale si vedono nella gestione della cosa pubblica, è pur vero, dall’altra, – ma questa è opinione dello scrivente – , che non si può riversare sulla politica e su chi amministra un sospetto generalizzato, leggendo dietro le parole di un amministratore o di un politico o del legislatore sempre intenzioni perverse e voglia di nascondere chissà che cosa. Una società, una città non può fondarsi sul sospetto; deve essere attenta, vigilante, cauta, deve poter giudicare, criticare e verificare tutto con attenzione, ma se manca quel minimo di fiducia e si sospetta, per principio, di tutto e di tutti, si finisce per instaurare rapporti sociali logoranti e in continua tensione. Prima di accusare, di lanciare sospetti, occorre il coraggio di esigere spiegazioni da chi amministra, dal politico, perché si possa capire se il suo agire è sincero, trasparente come l’acqua, l’aria, il vetro oppure viziato da interessi personali da nascondere, così da creare le condizioni per un rapporto di fiducia, senza il quale nessuna buona amministrazione e buon governo sono possibili.

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