Vergognoso benservito……l’opinione di Rita Faletti

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Nel 2016 i carri armati turchi entrarono per la prima volta in territorio siriano per partecipare, unitamente alle forze della comunità internazionale, alla distruzione territoriale dell’autoproclamato Stato islamico, nato al confine tra Siria e Iraq. Quell’operazione, che oggi con più evidenza di allora va giudicata tardiva per le gravi conseguenze e implicazioni ancora tutte sul tappeto, fu condotta per fermare l’ascesa inarrestabile e l’espansione dei fanatici macellai del Califfato. Le bombe sganciate dalla comunità internazionale devastarono gli insediamenti dei miliziani dell’Isis, uccisero numerosi tagliagola e diversi ne misero in fuga. Molti dei superstiti che non erano riusciti a scappare, furono catturati dai combattenti curdi che tuttora li detengono nelle loro prigioni. Sono i foreign fighters partiti da 60 paesi dove vorrebbero fare ritorno. Solo che, essendo soggetti pericolosi, nessuno vuole riprenderseli anche perché non esiste una legge che stabilisca il trattamento da riservare ad ognuno, mancando prove e testimonianze che documentino il tipo di reati commessi. E questa è una delle conseguenze che si sarebbero evitate con un intervento militare tempestivo che non avesse lasciato sopravvissuti. Altra conseguenza, più grave, riguarda la situazione dei curdi siriani insediati nella fascia di territorio lungo il confine nord orientale, proprio a ridosso della Turchia. Erdogan li sta bombardando per liberare quella zona della loro presenza e traslocarvi un terzo dei tre milioni di profughi siriani attualmente concentrati nei campi di detenzione turchi, dove la convivenza sta diventando difficile. Il primo ministro, ossessionato dai curdi che vede come fumo negli occhi ritenendoli terroristi, quindi nemici acerrimi da annientare o tenere a una certa distanza, già nel 2016 coltivava il progetto di creare una “zona cuscinetto”, tra Turchia e Siria, profonda una trentina di chilometri e lunga quanto la linea di confine turco-siriana. Nell’ultima assemblea delle Nazioni Unite, in settembre, Erdogan ha presentato il suo piano senza suscitare reazioni di qualche rilievo. In questi giorni, quel disegno si sta attuando. I suoi jet rilasciano bombe che colpiscono i villaggi e le popolazioni in fuga. L’intento è chiaro e aderisce a un’operazione di ingegneria etnica come altre ce ne sono state e con le medesime finalità. Forzare i curdi siriani ad abbandonare il loro territorio e sostituirli con i profughi, significa tenere separati i curdi che vivono nel sud della Turchia dai curdi che vivono nel nord della Siria, spezzando la continuità curda. A suo giudizio, e non sbagliando, il premier turco ha previsto di non incontrare alcuna efficace opposizione al suo progetto per tre motivi: allenterebbe le tensioni interne tra profughi siriani e tra essi e i cittadini turchi, riconsegnerebbe ai siriani il loro Stato e impedirebbe la nascita di un Kurdistan siriano che né lui né la Siria vorrebbero. E’ evidente che tra la difesa di un popolo privo di uno Stato proprio ma che aspiri ad averne uno, e l’avallo di un progetto concepito da chi governa un Paese che oltre a far parte della Nato, ha l’esercito più potente, la scelta è facile. Chi sono i curdi in confronto a un sultano che, malgrado l’ opposizione interna sempre più agguerrita, continua ad usare il pugno di ferro e tenere in scacco l’Europa minacciandola di aprire le porte ai tre milioni di profughi? L’Unione europea può sbraitare quanto vuole, ma Erdogan sa che non farà nulla per difendere i curdi. Nulla farà neanche l’ondivago Trump, che ieri ha promesso l’aiuto americano agli alleati curdi e oggi, in quattro e quattr’otto, li scarica dimenticando che il mondo si è liberato del Califfato soprattutto grazie a chi ha messo i propri scarponi sul terreno. Donne e uomini coraggiosi che si sono sacrificati per difendere le loro case e la loro terra dalle bestie di Al Baghdadi. Oggi, le forze americane lasciano la Siria e liberano il campo alle sacche di terroristi che si stanno organizzando: assalti contro i checkpoint, attacchi suicidi e trappole esplosive. Ancora una volta, come nel 2016, toccherà ai combattenti curdi spargere il loro sangue per battersi contro islamisti fanatici? Tutto fa pensare che si ricominci da allora, con un presidente americano inaffidabile, un’Europa fiacca che non sa più cos’é e con politici che devono infiocchettare le proprie decisioni in materia internazionale coi nastrini degli imperativi morali e dei valori universali.

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