Il terremoto del 1693 nel Val di Noto. Un ricordo dopo 325 anni

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325 anni. Il terremoto del Val di Noto, avvenuto tra il 9 e l’11 gennaio del 1693 ancora oggi, nel 2018, è ritenuto assieme ai terremoti del 1169 e del 1908, l’evento catastrofico più terribile che abbia colpito la Sicilia Orientale. Secondo recenti studi in realtà si potrebbe trattare di due eventi distinti.
Con una magnitudo momento pari a 7.3, è considerato il terremoto più forte mai registrato nell’intero territorio italiano. Risulta, inoltre, essere il ventitreesimo terremoto più disastroso della storia dell’umanità, almeno tra quelli storicamente accertati.
L’evento sismico provocò la distruzione totale di oltre 45 centri abitati, interessando con effetti pari o superiori al XI grado MCS (scala Mercalli) una superficie di circa 5600 km2 , causando un numero complessivo di circa 60.000 vittime e raggiungendo in alcune aree il XI grado MCS. Fu, fra l’altro, seguito da un maremoto che colpì le coste ioniche della Sicilia e lo Stretto di Messina e, probabilmente, secondo alcune simulazioni, interessò anche le Isole Eolie. Le prime forti scosse del grande sisma del 1693 si verificarono il 9 gennaio, ripetute con devastanti conseguenze due giorni dopo. Come rileva il professore Giuseppe Barone, storico, i “tremuoti” continuarono per mesi, fino all’estate del 1694, e provocarono la distruzione di 57 paesi del Val di Noto e circa 60 000 vittime: uno tra i più grandi terremoti della storia d’Europa, secondo solo a quello di Messina del 1908 (oltre 100. 000 morti).

La luminosa bellezza della ricostruzione settecentesca di chiese e palazzi, certificata dal riconoscimento dell’Unesco, non deve far dimenticare quanta violenza, morte e dolore abbia provocato quella catastrofe, con diecine di migliaia di persone uccise non solo dai crolli ma soprattutto dalla fame, dalla sete e dal freddo. Le Cronache manoscritte del tempo descrivono cenciose turbe che andavano vagando tra le macerie alla ricerca dei propri cari, di acqua e cibo, atterrite dal panico e dalla paura dell’ “ira divina” che avrebbe così punito i tanti peccati commessi.
La storia sociale di quel luttuoso evento è ancora largamente da riscrivere,e riserva ancora straordinarie sorprese. Ma con Comuni falliti, Province smantellate e Regione finora assente, chi sostiene oggi le fatiche e i costi della ricerca per riscoprire i tesori e gli scrigni di un passato che serve per il nostro futuro?
L’avventura del terremoto iniziò alle 3 e tre quarti della notte del 9 gennaio. Nella prima notte secondo gli scritti riportati dall’Abate Ferrara, i siciliani dormivano profondamente. La luna mutò il suo colore e dopo un’ora venne la prima grande scossa, annunciata da un fragore sotterraneo simile a un tuono rimbombante. Il primo giorno del sisma registrò migliaia di vittime. Il terzo giorno, il fenomeno si rivelò nella sua dimensione più apocalittica. Si aprirono delle fratture nella terra, il mare si ritrasse e poi rifluì con le sue acque, gli animali vennero sbalzati dalla forza del sisma. Questa è la descrizione dell’evento così come viene riscritto secondo le testimonianze di allora, nelle cronache del tempo.
A Modica, su 18203 abitanti, ne morirono 3400, a Ragusa, su 9946 abitanti persero la vita 5000 persone, a Vittoria su 3950 i morti furono 200, a Scicli le vittime furono 2000 su 9382 abitanti, a Ispica, morirono 2.200 persone su 7987 residenti, a Giarratana su 2981 persero la vita 541 abitanti e a Monterosso Almo perirono 232 su 2340 persone.

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