
Le immagini arrivano da due luoghi diversi, ma raccontano la stessa storia. Bologna: morte di Fakir, una manifestazione pacifica e una degenerata in violenza. Val di Susa: una “grande giornata di lotta” dei No Tav: assalti organizzati al cantiere, camionette della polizia incendiate, devastazione, 120 appartenenti alle Forze dell’ordine feriti, un milione di euro i danni. La cronaca cambia, il copione no. Perché il bersaglio è sempre lo stesso: le Forze dell’ordine. E, puntualmente, una parte della sinistra fatica a dire una frase semplice: chi assale polizia e carabinieri sta assalendo lo Stato. Bersani dice: “Fakir è stato ucciso”. Il problema non è tanto la sua opinione personale. Il problema è che, mentre un’indagine della Procura e accertamenti medico-legali sono in corso, una frase del genere non può che essere letta come una sentenza. Ma in uno stato di diritto le sentenze arrivano alla fine delle indagini, non all’inizio del dibattito politico. E se il messaggio politico che arriva per primo è che la Polizia ha ucciso un uomo, quanto contribuisce ad alimentare un clima in cui le Forze dell’ordine vengono viste come un nemico? Matteo Ricci ha ricordato che il Partito democratico difende poliziotti e carabinieri. Bene. E’ quello che ci si aspetta da qualunque forza democratica. Però, questa difesa arriva fuori tempo massimo. La credibilità non si costruisce davanti alle telecamere quando il fumo degli incendi si è diradato. Si costruisce negli anni precedenti, quando si decide quale atteggiamento tenere verso quei mondi antagonisti che troppo spesso trasformano il dissenso in violenza. E’ qui che la sinistra paga il conto di un’ambiguità coltivata troppo a lungo. Ogni volta il linguaggio è identico. Le violenze vengono condannate, naturalmente. Ma subito dopo arriva il “però”. Però bisogna capire il disagio. Però la tensione sociale. Però le responsabilità del governo. Però la repressione. Mai una condanna netta. Quel “però” diventa, agli occhi di molti cittadini, il salvacondotto morale dei violenti. Per decenni una parte della cultura italiana ha insegnato che il poliziotto rappresenta il potere e il manifestante rappresenta il popolo. Anche quando il manifestante incendia una camionetta e il poliziotto finisce in ospedale. La questione non riguarda solo Bologna o la Val di Susa, riguarda il rapporto tra politica, cultura e legalità. Askatasuna è forse l’esempio più emblematico. Per anni non è stato percepito solo come un problema di legalità, ma come un soggetto con cui dialogare, da recuperare, persino da inserire in percorsi di riconoscimento istituzionale. E’ una scelta politica legittima, ma ha un costo. Perché quando dalle stesse aree arrivano episodi di violenza, le dichiarazioni di solidarietà alle Forze dell’ordine rischiano di apparire tardive e ambigue dopo anni di linguaggio indulgente. In democrazia non esistono manifestanti “più comprensibili” di altri, ma cittadini che rispettano la legge e cittadini che la violano. I primi vanno difesi, i secondi perseguiti senza timidezze. Le Forze dell’ordine non si difendono il giorno dopo una camionetta incendiata, si difendono il giorno prima, rifiutando ogni ambiguità verso chi considera lo Stato un nemico, altrimenti le parole hanno il suono di una mera operazione di immagine. In Italia sembra esserci più certezza della sanzione per chi parcheggia in doppia fila che per chi incendia una camionetta della polizia. Un’impressione che la magistratura farebbe bene a dissipare.



2 commenti su “Fuori tempo massimo…l’opinione di Rita Faletti”
Il “però” è una prerogativa della sinistra…
La nostra eurodeputata Ilaria Salis nell’esprimere solidarietà alle vittime del Pride di Berlino dichiara: “Le dinamiche dell’attacco e le responsabilità sono ancora da accertare. “Però” sappiamo che, in generale, il fanatismo religioso e l’estrema destra condividono lo stesso odio e la stessa intolleranza nei confronti della comunità LGBTI+”.
In pratica un islamico fa strage al Gay Pride e la colpa è dell’estrema destra.
Oppure le dichiarazioni di un’arcobalenata che nonostante una loro risorsa li ha falciati, nella sua malata ideologia si rammarica che l’attentatore non è stato un bianco, cristiano e occidentale.
Più sociopatico di questa qui c’è solo il sindaco di Bologna che in un niente ha organizzato una manifestazione preventiva contro le forze dell’ordine ed è finita come sappiamo.
Ma siccome siamo in democrazia, poliziotti e carabinieri possono essere massacrati e senza reagire.
Il problema di questo paese non sono i delinquenti o chi dissente, il problema sono quelli che fanno il tifo per loro. Ora indovinate chi sono i tifosi…..
Signor Spinello,
Avs sembra avere un talento particolare nello scegliere i propri simboli. Prima Soumahoro che predicava la difesa degli ultimi mentre lo scandalo travolgeva la famiglia, poi Ilaria Salis che fa della tutela dei lavoratori una bandiera ma viene condannata in primo grado per aver sollevato anticipatamente dall’incarico due collaboratori senza giusta causa. La Salis ha impugnato la sentenza e il giudizio non è definitivo. Resta, comunque vada, l’aspetto politico e, come dice Lei, quello dei tifosi, in questo caso gli elettori che si fanno gabbare oppure sono come loro.