
Trump voleva festeggiare il suo ottantesimo compleanno con l’annuncio dell’accordo con l’Iran. Sapendo quanto il presidente americano ami le attenzioni, Putin gli ha telefonato per gli auguri. Un’ora di conversazione, tra preamboli e carinerie alle quali il tycoon non sa resistere, fa pensare ai maliziosi di mestiere che lo zar sia passato ad argomenti più sensibili. Fatto sta che la notte successiva la Cattedrale della Dormizione a Kyiv è stata colpita da un drone russo, con l’incendio del tetto e danni a uno dei luoghi di culto più sacri dell’Ucraina. Un crimine contro il patrimonio religioso e culturale del Paese, l’ennesimo contro l’umanità. Putin distrugge ciò che non può avere. Intanto a Evian-les-Bains, dove si conclude il G7 allargato a Canada, India, Brasile, Egitto, Qatar ed Emirati, Trump è stato accolto da Macron con tutti gli onori, tra simboli e cerimonie per i 250 anni dell’indipendenza americana. Lo sfarzo compensa il tycoon per “essere stato abbandonato” dagli europei nella guerra contro l’Iran. Oltre a geopolitica economia e AI, si sono discussi i due conflitti, nuove sanzioni a Mosca su petrolio e gas, il rafforzamento degli aiuti energetici a Kyiv e l’invio di missili per la difesa aerea. Trump avrebbe dato garanzie di sostegno, concludendo che “la Russia deve fare un accordo”. Ma sulle basi, sugli obiettivi e sulle rinunce sorvola, ignorando la differenza tra aggressore e aggredito e non vedendo vantaggi da trarne dopo aver delegato l’Europa a gestire il conflitto. A chi passerà la mano quando si accorgerà che nelle pieghe dell’accordo con l’Iran si nasconde una sconfitta politica? Il memorandum con Teheran è una tregua di 60 giorni che concede al regime più di quanto si sarebbe aspettato. I tre punti cardine – abbandono del nucleare, fine del programma missilistico e smantellamento della rete di alleanze con i gruppi armati – sono di fatto scomparsi. La riapertura dello stretto di Hormuz senza pedaggi viene presentata da Trump come una vittoria, ma riaprire ciò che è sempre stato aperto rischia di essere una clamorosa sconfitta politica. Gli americani tacciono, gli iraniani parlano. Questo la dice lunga sulla strategia di guerra e le abilità diplomatiche di un presidente debole che vuole apparire duro, che minaccia l’inferno e fa marce indietro. Il memorandum è la fotografia del suo approccio. I dettagli dell’accordo verranno discussi nei 60 giorni successivi alla firma di oggi e intanto si parla di restituzione di asset congelati e di 300 miliardi di dollari per la ricostruzione. Trump prima bombarda, poi ricostruisce, lasciando al regime il tempo di riorganizzarsi, mentire e imbrogliare come ha sempre fatto. Non si va in guerra senza essere sicuri di vincerla. A complicare il quadro, la versione dei pasdaran, diversa da quella americana: il traffico nello stretto sarà coordinato da Iran e Oman, con pedaggi successivi sui servizi. Sul nucleare, possibile ripresa dell’arricchimento dopo cinque anni. Nessuna concessione su missili e proxy. Nulla cambierà. E una condizione: che Israele fermi i bombardamenti su Beirut. Punto centrale, perché la responsabilità politica ricadrebbe su Washington. Fare i conti senza l’oste è sempre rischioso. E gli osti sono più di uno: oltre a Netanyahu, Bennett, il più titolato a subentrargli, e Lapid, che considerano l’accordo un disastro, e Benny Gantz, ex capo di stato maggiore, il quale ha detto che Israele, in quanto Paese indipendente, conserva la propria libertà di azione militare e che la guerra finirà solo dopo il raggiungimento degli obiettivi che ne hanno determinato l’inizio. L’altro oste è il popolo israeliano. Al G7 la soddisfazione con cui in Europa è stato salutato l’accordo tra Usa e Iran sembra confermare una tendenza ormai consolidata: la straordinaria capacità di interpretare ogni distensione come un cambio di natura, non come una pausa di convenienza. La ricerca di una soluzione qualunque da parte di Trump, e l’accordo lo è, non trasforma uno stato fanatico e terrorista nel suo contrario. La diplomazia non è una terapia riabilitativa, Israele lo sa e lo sanno i paesi del Golfo che osservano perplessi la riabilitazione del loro nemico per opera dell’alleato americano, del quale dubito continuino a fidarsi. In Occidente, si applaude il gesto ma si sorvola sulla sostanza e si archivia il problema come se fosse stato risolto. E’ già successo quando la Russia si prese due pezzi di Georgia e gli occidentali erano più preoccupati di non “irritare gli equilibri” che di leggerne le conseguenze. Lo schema oggi si ripete: c’è la convinzione che ciò che viene firmato coincida con ciò che viene pensato e che un accordo dica qualcosa sulle intenzioni invece che solo sui rapporti di forza. Si confonde così la tregua con la pace e la pausa con la fine del conflitto. La storia, invece di insegnare prudenza, continua ad essere letta come una serie di eccezioni sfortunate, piuttosto che conseguenze inevitabili di una stessa causa.


