La terra e il dolore dell’Iraq nella poesia di Mundher Abd al-Hur…di Domenico Pisana

Nota sulla poesia “Aratura”, tradotta da Shirin Taha Elnawasany
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Mundher Abd al-Hur, poeta iracheno nato a Bassora, è una figura di rilevante spessore culturale del sud dell’Iraq, nonchè noto personaggio della comunicazione, tant’è che ha conseguito una laurea in Giornalismo e Comunicazione presso l’Università di Baghdad, ed è membro del Sindacato dei Giornalisti Iracheni con la qualifica di caporedattore.
Ha iniziato a scrivere nel 1979, e da allora ha pubblicato tredici raccolte poetiche, tre romanzi, due libri di critica letteraria, oltre al libro di memorie e autobiografia intitolato “Il pozzo di Giuseppe” (Bi’r Yusuf); ha anche scritto tre opere teatrali e una serie televisiva trasmessa da numerosi canali satellitari, e sulla sua opera sono state scritte quattro tesi di master e una tesi di dottorato.
Mundher Abd al-Hur è anche membro del comitato esecutivo dell’Unione Generale degli Scrittori e dei Letterati in Iraq dal 1992 , lavora come caporedattore del quotidiano Al-Dustur ed è responsabile degli affari culturali presso l’Unione Generale degli Scrittori e dei Letterati in Iraq.
La sua produzione rappresenta una voce fondamentale della cosiddetta “Generazione degli anni ’80”, la generazione cresciuta sotto l’ombra drammatica della guerra tra Iraq e Iran. Recentemente, alcune sue opere sono state tradotte in italiano dalla professoressa egiziana Shirin Taha Elnawasany(1) , accademica e traduttrice egiziana specializzata nella traduzione dall’italiano all’arabo e viceversa, e associata di Scienze della Traduzione presso il Dipartimento di Lingua e Letteratura Italiana della Facoltà di Lettere dell’Università di Helwan, nonché membro dell’Unione degli Scrittori Egiziani e Vicepresidente per gli Affari Culturali e l’Innovazione dell’Associazione dei Traduttori e Linguisti Egiziani.
Vogliano porre la nostra attenzione su una poesia di Mundher Abd al-Hur, tratta dalla raccolta La collana degli errori, dal titolo Aratura, e tradotta in italiano da Shirin Taha Elnawasany:

من ديوان “قلادة الأخطاء”
للشاعر العراقي منذر عبد الحر
ترجمة د: شيرين النوساني – مصر

“حرث”

الراياتُ تَرتقُ الفتنة
والصعودُ إلى جبلِ الأمنياتِ
حريق
يأخذُ الطفولةَ من أكمامها
إلى ولائمِ الخراب
تلكَ مزاميرُ الحرث
-حربٌ على حبلِ الغسيل
تنتظرُ لوائحَ الصفو
وتكذبُ الدم —
صوتٌ يتدثرُ بصداه
لينسى موقدَ بريئة
أعلنتْ قامتها وتداعتْ في اليتيم
يا لقلوبِنا ….
تأخذُ الجحيمَ من ينابيعه
وتسميه: لغةً
تعلم الحلم من الحروف
وتسلي الحطامَ بالأسئلة

جثا ممثلوه على أسراره
يعدون الفزع
ويلقمون الليلَ أشرعتهم
الباردة
قلنا:
ضمدنا طفولاتنا
وأثثنا جرحًا
أسميناه: البصرة
قالوا:
“شرّنا الأهون” بلا فكين
قلنا:
يلملم الصباح خيانات الفجر
راسما أضرحة لصبايا الدمع
والحقائب المعبأة بالأمنيات
قالوا:
خارج الدرس
ترتكب الأثداء أسماءها
وتطل من كوة المحنة
بلا عنب
أو جمر
نصرخ باللاهثين:
اسكبوا كؤوسكم
واطفئوا الأسئلة
دمكم أجراس
وينابيعكم رايات
جباهكم جروف
تكبلون أرواحكم بالأرانب
وتأخذون من عباءة الريف
لون النسيان
أشباهكم أدمنوا الطين
وأجلسوا الجمل التي تعبدون
على نبض النزيف
أيها المرهونون للأناقة
حرثتم نشيج أبنائكم
وبذرتم نشيدكم!

Aratura

Le bandiere ricuciono la frattura della discordia,
e la salita al monte dei desideri
è fuoco
che strappa l’infanzia dalle maniche
ai banchetti della rovina.
Sono i salmi dell’aratura —
una guerra stesa su un filo da bucato,
che attende segni di tregua
mentendo al sangue.
Voce che si avvolge nella propria eco
per scordare il focolare di un’innocente
che s’ergeva nella sua statura
e poi cadde nell’orfanezza.
E i cuori nostri…
prendono l’inferno dalle sue sorgenti
e lo chiamano: lingua
che insegna il sogno alle lettere
e consola le macerie con le domande.

I suoi attori s’inginocchiarono sui suoi segreti,
contando lo spavento,
e imboccando la notte con le loro vele
fredde.
Noi dicemmo:
abbiamo bendato le nostre infanzie
e arredato una ferita
cui demmo nome: Bassora.
Loro dissero:
“Il nostro male è il minore”, sdentati.
Noi dicemmo:
l’aurora raccoglie i tradimenti dell’alba,
tracciando sepolcri per bambine di lacrime
e valigie piene di desideri.
Loro dissero:
Fuori dalla lezione,
i seni commettono i loro nomi
e s’affacciano dallo spiraglio della prova
senz’uva
né braci.
Gridiamo agli ansimanti:
vuotate le vostre coppe
e spegnete ogni domanda,
il sangue vostro è campane,
le sorgenti vostre son bandiere,
le fronti vostre scogliere.
Vi incatenate l’anima ai conigli dell’oblio,
e dal manto della campagna
prendete il colore della dimenticanza.
Le vostre creature han fatto del fango una dimora
e fate posare le enunciazioni che adorate
sul polso del sanguinamento.
O voi, consacrati all’eleganza,
avete arato il singhiozzo dei vostri figli
e seminato il vostro inno.

Questa poesia di Mundher Abd al-Hur, si configura come un’elegia civile e intima che fotografa il dramma storico dell’Iraq contemporaneo, ricorrendo ad un lirismo doloroso, frammentato e profondamente metaforico. Il testo si sviluppa attraverso una rete di contrasti tematici tra la dimensione intima (l’infanzia, la casa, il corpo) e la dimensione collettiva (la guerra, la storia, la città).
Il poeta porta sulla pagina la dissacrazione dell’infanzia, che egli descrive come “strappata dalle maniche”, “bendata” come un arto ferito, incarnata nella figura di una bambina che cade “nell’orfanezza” e che volge poi lo sguardo sulla guerra, narrata non con armature o battaglie epiche, ma attraverso oggetti della vita comune. L’immagine della “guerra stesa su un filo da bucato” suggerisce, infatti, una violenza talmente prolungata da essere diventata routine, un elemento del paesaggio domestico con cui i sopravvissuti convivono quotidianamente.
La città natale del poeta, Bassora, emerge come il correlativo oggettivo della sofferenza: “abbiamo bendato le nostre infanzie / e arredato una ferita / cui demmo nome: Bassora”. Bassora, insomma, non è più solo uno spazio geografico, ma una ferita esistenziale in cui la popolazione ha dovuto imparare ad “abitare” (“arredato”). Nella parte finale della poesia emerge il tema politico dello scontro tra il popolo che soffre (il “Noi”) e i decisori, gli opportunisti o gli intellettuali di regime (i “Loro”, i “consacrati all’eleganza”), che usano la retorica per coprire il sangue.
Il messaggio centrale della poesia Aratura è dunque una denuncia sociale, e il titolo stesso svela l’inganno: l’aratura, che in natura è un atto di vita e speranza, nella poesia di Mundher Abd al-Hur assume, invece, la voce di un canto della storia irachena diventata dolorosa a causa di chi gestisce la cosa pubblica come emerge dagli che ultimi, straordinari versi: “O voi, consacrati all’eleganza, / avete arato il singhiozzo dei vostri figli / e seminato il vostro inno.”
Il poeta accusa l’élite e il potere di aver preso la sofferenza reale della popolazione (il “singhiozzo dei figli”) e di averla rivoltata come terra da coltivare, non per produrre futuro, ma per seminare un “inno”, ovvero la retorica nazionalista, la propaganda e la glorificazione della morte. Il messaggio del poeta è dunque un invito alla memoria autentica contro l’oblio (i “conigli dell’oblio”), un rifiuto di farsi consolare da finti miti. La vera poesia, secondo il poeta iracheno, ha il dovere di “consolare le macerie con le domande”, non con risposte rassicuranti o canzoni di vittoria.
Lo stile di Abd al-Hur risente fortemente della tecnica d’avanguardia dello “spostamento semantico”, che consiste nell’accostare parole appartenenti a sfere sensoriali o concettuali totalmente distanti per suscitare una riflessione nel lettore, grazie anche all’uso di metafore che uniscono elementi concreti a concetti astratti creando immagini quasi surrealiste: “sepolcri per bambine di lacrime”, “valigie piene di desideri” o “posare le enunciazioni […] sul polso del sanguinamento”. Il dolore diventa carne, e gli oggetti quotidiani si caricano di significati tragici. C’è nei versi anche un uso amaro dell’ironia, specialmente quando il poeta lancia battute attribuite a “Loro” (i cinici o i distanti), definiti “sdentati” che dicono “il nostro male è il minore”, riducendo così la portata dell’orrore.
Nella poesia Aratura la voce del poeta diventa, così, il canto di una esistenza con l’ uso di termini come “salmi”, “consacrati”, “sorgenti” che elevano il dolore del popolo a una dimensione quasi sacrificale, mentre il sangue delle vittime diventa “campane”, qualcosa che suona a morto ma che ridesta anche le coscienze.
Nella parte finale, la struttura formale della poesia riproduce, grazie all’uso di imperativi (“vuotate”, “spegnete”) e di un’ anafora visiva, l’accumulo di immagini simmetriche: “il sangue vostro è campane / le sorgenti vostre son bandiere / le fronti vostre scogliere”. Questo climax finale trasforma così la poesia da un lamento statico a un grido di denuncia forte e perentorio. Concludendo, la poesia Aratura è una forte ode civile ove il trauma storico dell’Iraq non viene spettacolarizzato, ma scavato dall’interno. Mundher Abd al-Hur dimostra come la lingua poetica sia l’unico strumento rimasto per opporsi alla menzogna della guerra, custodendo le “domande” tra le macerie della storia.
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Shirin Taha Elnawasany ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Helwan (ora Università della Capitale) nel 2005, con una tesi dedicata all’analisi traduttiva di un’opera di Giovanni Verga. Ha insegnato presso diverse università egiziane e ha collaborato con istituzioni accademiche italiane, tra cui La Sapienza, L’Orientale e l’Università di Siena. La sua attività scientifica e professionale comprende la traduzione di racconti, romanzi, saggi critici, letteratura per l’infanzia e testi religiosi, nonché la pubblicazione di studi sulle strategie traduttive e sull’analisi contrastiva tra arabo e italiano.
È stata membro di giurie in premi di traduzione e ha supervisionato numerose tesi di master e dottorato. Partecipa attivamente come giudice in concorsi di traduzione a livello nazionale e internazionale.
Attualmente prosegue la sua attività di ricerca, traduzione e impegno accademico, ricoprendo anche incarichi direttivi nell’Unione Araba per la Cultura (AUC).

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