
E’ morto a Siracusa, all’età di 79 anni, un poeta, scrittore ed intellettuale di grande spessore, molto apprezzato in Sicilia e più volte ospitato dal Caffè Letterario Quasimodo di Modica. Si tratta di Corrado Di Pietro, con il quale lo scrivente aveva una profonda amicizia, tant’è che con vivo piacere lo avevo incluso nel proprio libro “Viaggio nell’area aretusea. Percorsi critici di poesia e narrativa”, Armando siciliano editore.
Un uomo, un operatore culturale, un poeta e scrittore di notevole respiro, le cui pubblicazioni hanno avuto sempre consenso di lettura e di critica. Nell’esprimere le mie condoglianze alla famiglia, voglio ricordarlo con questa prefazione che Corrado Di Pietro mi aveva chiesto per l’ultimo suo libro dal titolo Miserere. Poesie e prose, e che non aveva ancora visto la luce a causa di motivi di salute cominciati, per l’autore, ad agosto 2025, e riguardanti problemi ai polmoni e una forte anemia che lo costringeva a delle trasfusioni. Ecco qui di seguito la prefazione al suo volume.
Nel libro Miserere, le poesie e le prose di Corrado Di Pietro si offrono come testimonianza d’anima, come colore d’alba. La scrittura trasfigura l’esperienza dell’uomo, gli indugi del poeta su certa lettura delle proprie commozioni, atteso che egli guarda ai dettagli della vita e raccoglie il vento e la luce, dicendo a se stesso e agli altri le proprie perplessità e le proprie paure, alzando le mani verso il cielo gridando: Ecco, mio Dio, ti aspetto / Come un amico fedele / Che venga a rassicurarmi.
Quel che piace, in Corrado Di Pietro , è il tono misurato e candido della sua scrittura, la spontaneità dei luoghi e dei ritmi, la delicatezza di una prosa che conserva il tempo del dolore e della morte, e riverbera l’ombra delle lacrime che penetra nello spazio della Luce che abbaglia, conservando il tempo della gioia e dell’amore, e il sorriso del Cielo con la consapevolezza della maturazione del distacco che apre verso l’orizzonte dell’eternità:
“….Così comincia il distacco e di giorno in giorno sleghi un laccio, allenti una presa, tagli un filo: il lavoro, gli affetti, la vita sociale, gli interessi di qualunque tipo, tutto s’allontana da te e resta nella vecchia casa, a marcire lì per sempre”.
La poesia che rifulge nel libro Miserere è, in buona sostanza, viaggio interiore, è dialogo con Dio, intreccio di silenzi e di ignoto, di armonie e di ricordi, di improvvisi fremiti e di visioni della vita; la versificazione promana dalla realtà e come brezza si posa nel paesaggio dell’anima del poeta avvolta negli agguati della solitudine:
La solitudine
È il silenzio sacro
Delle parole
Lo sguardo sperso
E il sentimento infranto.
Nessuno vive da solo
La solitudine
È una tigre in agguato
Una serpe velenosa
Che ti striscia sulla pelle.
E cerchi il viatico
D’una giornata nuova
Il sorriso amico e confortante
Il dio buono che ti dica:
Buongiorno!
(La solitudine – 22 agosto 2022)
II messaggio insito nelle liriche di Corrado Di Pietro è tuttavia un costante richiamo alla speranza, che si esprime nella peculiarità di un linguaggio fedele all’idea generatrice, è “spes contra spem” che risale dall’humus religiosa della sua esistenza:
…Una Speranza ci chiama da una grotta di Betlemme. È una voce che attraversa i secoli e grida il nostro nome e ci aiuta a riconoscerci. Un giorno sarà spezzato il settimo sigillo e suoneranno le trombe dell’apocalisse; vedremo il Cristo squarciare le nubi e chiamarci per nome. Gli racconteremo le nostre paure e chiederemo perdono dei dubbi e delle angosce che ci hanno afflitto. (Una speranza ci chiama).
Il libro Miserere ci offre, dunque, una poetica che si muove tra cielo e terra, immanenza e trascendenza; è il canto di un uomo sincero la cui scrittura è pervasa di sentimenti che chiedono alla ragione verità “sulla vita… giunta al suo tramonto; su Dio, quel Dio Cristiano che – scrive l’autore – ci parla dalle pagine del Vangelo, inquietante e misterioso, eppure così presente nella storia del mondo da farsi pietra di paragone e separazione del tempo”. Il pensiero di Corrado Di Pietro cresce così dai campi lieti del Vangelo con gli occhi rivolti all’unico vero tesoro che è l’ “Infinito”, il “Cielo” che è premio di tutto a tutti; che odora di vita e non di morte; che non è la prigione degli schiavi dell’arroganza e della superbia, ma la casa di colui che è saggio nel cuore e nella mente; di colui che si fa bambino per andare con mani tremanti verso il Padre:
Fiore di cactus
Bianco come veste di sposa
Ardito sopra il braccio pungente
Aperto e delicato sorriso
Di rosa suadente
Spuma marina
Bagliore del primo mattino.
Com’è azzurro oggi
Il cielo!
(Fiore di cactus – 18 agosto 2022)
Di Pietro sa tuttavia che la vita è un viaggio travagliato, ma sa anche che, se fatto nel segno della fede, esso diventa un cammino liberante che riesce a scrollarsi dalla retorica di tutti i giorni, “dalla parola inflazionata dei giornali e della televisione, dalle parole di certa letteratura consumistica, ipocrita, ridondante, pervasiva”; ed ancora – sottolinea il poeta – “dalle parole che si vestono di autoreferenzialità, saccenteria e di giudizi ideologici dimenticando spesso il racconto dei bisogni dei popoli e i loro drammi sociali e morali; dalle parole della diplomazia che si trincera dietro parole cerimoniali e vaghe, di un riguardo offensivo per la verità…”. L’autore nella lirica del 22 agosto 2022 considera tutto ciò parole “vuote e vaghe. / Sporcano il mondo…:
Cadono come foglie marce
Le parole inutili
Volano nel vento
E si perdono nei cimiteri del cielo.
Non hanno più le loro ali
Né la pesantezza
Dei loro stessi corpi
Sono vuote e vaghe.
Sporcano il mondo
Le parole inutili
E lo gonfiano per gioco
Come un palloncino di ragazzi.
(Le parole inutili )
Corrado Di Pietro alle “parole inutili” contrappone le parole poetiche attribuendo ad esse un potere di salvezza, perché – scrive l’autore – “Hanno la libertà di Dio. Non fu Dio stesso a creare il mondo con la sola Parola? Le parole della poesia hanno la pesantezza di tutta la realtà, anzi dell’universo intero, del suo farsi e disfarsi, della sua voce sublime e maestosa”.
E così che, in una lirica del 9 settembre 2022, ordinata e composta nelle scelte linguistiche, nei timbri logico-discorsivi, nelle riproduttività sintattico-allusive e nel clima metaforico, Di Pietro delinea il compito dei poeti suscitando in loro la consapevolezza di andare oltre l’idea che ognuno scrive per se stesso e di muoversi invece nella direzione di una poesia capace di fare incontrare “interiorità e realtà”, nonché di interrogare la vita aprendo varchi di riflessione e spazi d’indagine:
Prenderanno i poeti – almeno loro –
Sulle spalle
Il grave peso delle parole
E grideranno con voce
che viene dal profondo
l’onesta verità dell’uomo?
O moriranno anch’essi d’inedia
Nel frastuono di questo tempo
di chiacchiere e di boria?
Sono come i monaci, i poeti.
Amano il silenzio e il ritiro
E alla parola creatrice affidano
La salvezza della storia.
Oh, nudità dell’anima
Sconosciuta lingua di verità!
Solo i poeti ti conoscono
Sanno dove nasci
E dove muori.
( Prenderanno i poeti)
E’ congeniale a Corrado Di Pietro la poesia dal respiro universale, che sa trasformare l’intuizione in poesia “misterica”; è la Musa che dona al poeta ( quando egli avverte un’ emozione o un pensiero o un sentimento facendoli poi approdare sulla pagina) il privilegio di essere un “μύστης” , termine greco che significa “iniziato” e che trae origine da μυεω (myeō), che vuol dire “ sto chiuso o mi chiudo”. Di Pietro crede molto nella poesia “misterica” perché è una poesia che opera una sorta di “iniziazione” del lettore al mondo misterioso dell’esistenza, aprendo e chiudendo, dicendo e non dicendo, spiegando e non spiegando, e quindi lasciando la soglia aperta alla sua comprensione, al fine di far trasalire la “verità” esistenziale racchiusa nel segreto dei suoi versi e il cui svelamento diviene, al contempo, scioglimento del problema che il segreto stesso raffigura e rivelazione per il mistero che custodisce. Così scrive, in Miserere, l’autore:
“…La parola poetica è una parola pura, che sa di mistero, priva di orpelli e priva di inutile retorica. Acquista la sua significazione in quanto tale, in quanto Parola, non in quanto comunicazione o scienza o religione o altro, ma in quanto Parola, in quanto atto creativo, sangue e carne di un evento, di un pensiero. La parola poetica è tutto questo. Al di là di questo si va nella retorica più stupida o nella stupidità più retorica. Ma c’è dell’altro. La poesia, quella pura e immortale, nasce già matura e completa, totalmente esaustiva, mentre le parole della scienza, della filosofia e della tecnica hanno bisogno di lunghi tempi per arricchirsi di significato. La Parola poetica sin dalla sua nascita porta in sé il compiuto e non ha bisogno di ulteriori aggiunte e riflessioni”. (in Può salvarci la poetica?)
Nel suo volume, Corrado Di Pietro posa lo sguardo su poeti a lui congeniali: Jorge Luis Borges per sottolineare la sensazione del vivere contemporaneo “come se fossimo in un labirinto: illusioni, incubi, illuminazione e cecità, minotauri di ogni specie che ci attendono ad ogni svolta di sentiero!”; e ancora Federica Garcia Lora , Eugenio Montale al quale dedica, l’8 ottobre 2022, la poesia dal titolo Clizia, perderti! :
Clizia, perderti
Fu come lasciare nell’acqua
La conchiglia trovata sulla rena.
Quanti richiami nascevano
Nella chiocciola del suo orecchio!
Il mare aveva una voce
E un grido la terra
E un fremito
I giorni passati e i presenti (…)
Nell’antro della conchiglia
Ho perso me stesso e te, Clizia.
E non vedo più il sole che amavi
Ma sento solo il lamento
Di questo tempo di lacrime e fuoco.
I versi di Di Pietro si posano su Clizia, che per il poeta ligure rappresentò sia la sua donna amata (Irma) che l’angelo dell’intelligenza e della cultura, che veniva a visitarlo in quel suo tempo di guerra e di tribolazioni.
In questa profonda opera della maturità del poeta aretuseo, poesia e prosa risbocciano come un fiore nella memoria assorta; si rigenerano, riacquistano baldanza e slancio. In esse troviamo la rivelazione di un sofferto e forte modo di sentire, di implacabile guardarsi dentro, di un giudicarsi senza paura con una visione realistica della vita, di un confrontarsi, cioè, con un senso concreto e profondo delle cose umane.
Di Pietro riveste tutta la sua versificazione e il suo pensiero di quel vissuto di fede che, oltre al rapporto diretto tra l’uomo e Dio, comprende il mondo della natura e il tempo gli uomini; e il tutto viene trasfigurato in una visione unitaria di presenze complementari e attive nel significato della Trascendenza. I temi oggetto del suo canto lirico e delle sue prose sono quelli della morte, della speranza, dell’amore, della solitudine, della contemplazione della natura, i quali non sono mai preda di facili sentimentalismi, né di calcoli filosofici, né di drastica moralità, ma si rivelano sempre proiezione piena della coscienza dell’ “essere poetico” aperta all’avventura della parola innestata alla geografia dell’anima e rivolta a Gesù ed alla fisicità delle cose:
“…Fa’ che io abbia solo una Fede
Nel mistero della tua Presenza
Nella verità della tua Parola.
Concedimi ad ogni alba
Un rinnovato tuo perdono
E la follia per il mio prossimo
Di un atto d’amore e di pietà”.
(Mio Gesù, 30 agosto 2024)
Con lo sguardo verso il Cielo, il poeta riflette sul suo rapporto con la morte che non presenta caratteristiche nichiliste di foscoliana memoria, ma è presenza che incombe sugli uomini e al contempo ha un ruolo confortante e consolatorio; è descritta come “Sorella di bianca veste” / “E con la luce che Dio stesso / Le ha donato/ E una corona di fiori in testa /E la cetra nel braccio”, e che dice “con voce di miele” :
– Vieni fratello mio!
È tempo di sciogliere
L’antica promessa d’eternità –
Io l’accoglierei
Non con stupore o paura
Ma col sorriso dei poeti
Che hanno assaporato il paradiso.
(Se sorella morte apparisse – 16 dicembre 2022).
Ma è anche la morte causata dalla parole, dalla mancanza di umanità , dalla solitudine, dal non amore e dell’amore oggetto di mercato:
Si muore
Per terra e per mare
In questo tempo d’orribili parole.
Abbiamo consumato
Ogni briciola d’umanità.
Siamo rimasti soli,
Soli e dannati, soli…
E senza parole buone
Da spendere al mercato dell’amore.
Il mio cuore
È un cimitero senza pianti.
(Si Muore, 9 marzo 2023)
Miserere. Poesie e prose è , concludendo, un’opera in cui tutta la struttura ideazionale sfugge all’intimismo per diventare “exemplum mirabile” di una riflessione universale. Un testo in cui tutto è proteso verso l’unica speranza, quella di un vero itinerarium mentis in Deum, in cui si fa strada il canto dell’Amore.
La caratterizzazione stilistica del libro è attraversata da liricità e racconto, da stilemi, immagini e narrazioni che indicano come ogni parola “dice quel che è”, della realtà, dell’uomo, delle cose, degli oggetti, dell’esistente, senza sovrastrutture. Il poeta parla non solo per sé ma per tutti, e anche quando dà la sensazione di scavare nel segreto più profondo della sua coscienza, anche quando si rinchiude nel privato dei suoi sentimenti, c è nella sua poesia una forza sintagmatica che si snoda con un respiro universale ed originale.
In un tempo come il nostro caratterizzato da urla, frastuono, sospetto, violenza, finzione, corruzione, lamentazioni, miseria, povertà che alimentano una sorta di “coscienza collettiva” al negativo ove bene e male diventano interscambiabili, il libro Miserere va accolto come un invito, specie a quanti si definiscono cristiani, a saper riscoprire e rileggere la propria coscienza – direbbe Platone nel suo dialogo Teeteto – in chiave di “dialogo interno dell’anima con se stessa” o, direbbe S. Agostino, come luogo di ricerca della dimensione veritativa: “Non uscire da te, ritorna in te stesso, nell’interno dell’uomo abita la verità”(De vera religione, 39). E rientrando in se stesso, Di Pietro ha chiara la sua strada:
“…Ma il mio vascello – ahimè – cerca albe nuove
Mari inesplorati e turbini di stelle
Nell’oceano della notte.
Oh! stupido marinaio, non vedi
Che siamo già nel porto?
Ammaina la vela, fra poco è notte!
Il vento dorme già nel suo giaciglio
E le sirene – tutte – si sono inabissate”.
(Cara dolente mia anima stanca)
16 settembre 2024





