Monterosso Almo. La devozione a Sant’Antonio Abate vanta un’antica tradizione

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Monterosso Almo, 17 gennaio 2026 – Oggi il borgo Monterosso celebra con solennità Sant’Antonio Abate protettore del mondo rurale e degli animali. La devozione al Santo vanta una antica tradizione. Molto interessante uno studio del professore Angelo Schembari che con dovizia di particolari parla della ricostruzione della nuova chiesa di Sant’Antonio Abate e dei vari riti legati al culto del Santo.
“Il sisma che l’11 gennaio 1693 provocò morte e distruzione nel Val di Noto non risparmiò Monterosso. Il parroco della chiesa Matrice – scrive il professore Schembari – insieme a quelli della chiesa di San Giovanni e di Sant’Antonio Abate ed ai rispettivi procuratori scrivono alle autorità che è “ cascata totalmente la chiesa Matrice come anche quella di Sant’Antonio e restata in parte distrutta quella di San Giovanni riparabile con poca spesa”.
Il terremoto segnò la sorte di interi quartieri e di chiese che non furono più ricostruite oppure riedificate in altro luogo.
È il caso della chiesa di Sant’Antonio Abate che prima del sisma sorgeva nel sito il cui toponimo è oggi appunto Sant’Antonio “u viecchiu” dove era stato costruito un convento dei Carmelitani di Santa Maria dello Spasimo a cui la chiesa era annessa.
I Procuratori scrissero, in un memoriale del 1695, che la chiesa di Sant’Antonio crollò dalle fondamenta a tal punto da non poter essere riedificata nello stesso luogo rimasto deserto ed inabitato. Quindi volendo riedificarla cercarono un luogo adatto che fu individuato in quello dove sorgeva la chiesa di S. Pietro, crollata a causa del sisma e lasciata in rovina a causa della mancanza di fondi.
I Procuratori della chiesa di S. Pietro quindi cedettero il suolo a quelli dell’edificanda chiesa di Sant’Antonio a patto che privilegi e diritti fossero aggregati alla Matrice, anch’essa in ricostruzione, dove doveva erigersi un altare dedicato a S. Pietro, mentre nella nuova chiesa di Sant’Antonio si sarebbe dovuto erigere un altare dedicato a S. Carlo e a Sant’Ambrogio.
La ricostruzione della chiesa avvenne in più fasi. La data del 1741 incisa sulla chiave di volta dell’arco del portale di ingresso è seguita dalla data del 1891, un tempo visibile sull’ultimo ordine della facciata. Al culto di Sant’Antonio Abate, fino alla prima metà del secolo scorso, era legato il rito dei cosiddetti ‘nzunzieddi, studiato dall’antropologo Antonino Uccello. Si trattava di figure esplicitamente demoniache, abbigliate con pelli di montone fino alle ginocchia, scarpe di pelo (scarpuneri), grandi corna in testa e campanacci appesi alla cintura. Il loro volto era nzunziatu (insudiciato) dal fumo, da cui la denominazione nzunzieddi.
Potevano essere in un numero variabile da due a cinque, fra loro incatenati e legati ad una corda retta da un altro individuo che impersonava Sant’Antonio che impugnava un bastone con cui li tormentava. Il corteo così composto attraversava il paese e la gente partecipava alla rappresentazione con schiamazzi ed accendendo dei fuochi (i vampi). I protagonisti della pantomima, il giorno dopo ripercorrevano l’itinerario processionale allo scopo di questuare alimenti e l’olio per le lampade della chiesa. Ancora oggi – conclude lo studio del professore Schembari – il giorno della festa vengono benedetti gli animali, mentre dopo la messa sono distribuiti ai presenti “i panuzzi” benedetti e tutto si conclude con un grande falò in piazza Sant’Antonio.

Nella foto un momento della benedizione degli animali di oggi pomeriggio in piazza sant’Antonio da parte dell’arciprete don Innocenzo Mascali.

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