Bolivia, l’impero del sale e del litio… storia di Giannino Ruzza

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Sale, tanto sale. Ma anche litio, tantissimo litio.
Altopiano di Potosí, Bolivia, 3.656 metri sopra il livello del mare: qui l’aria è sottile, tagliente. Ogni passo richiede un respiro profondo — a volte due di fila — e dipende molto dall’acclimatamento di ciascuno. Davanti a te non c’è un paesaggio: c’è un’enormità bianca che inghiotte l’orizzonte, un oceano solido che si estende per 10.500 chilometri quadrati. È il Salar de Uyuni, il più grande deserto salato del pianeta, una distesa così vasta che i satelliti lo usano come superficie di calibrazione. In questa quiete accecante si avverte un silenzio che non è semplicemente assenza di suoni, ma una forma di presenza: il peso di un luogo che trattiene la memoria di un mondo preistorico. Decine di migliaia di anni fa, qui c’era un enorme lago interno, il Lago Minchin, che raccoglieva le acque dolci provenienti dai ghiacciai della catena andina. Quando il clima si fece più secco e l’acqua evaporò, rimase un’impronta geologica destinata a sopravvivere ai secoli: una crosta di sale compatta, oggi spessa in media 5 metri, modellata dal sole e spaccata dal vento in milioni di poligoni irregolari che si ripetono all’infinito come un mosaico naturale. Gli studi geologici boliviani calcolano che sotto questa superficie si trovino oltre 50 miliardi di tonnellate di sale: un numero tanto colossale da sfuggire alla percezione umana. Per darne un’idea, basta un calcolo semplice: ogni persona, nel mondo, consuma in media circa 5 kg di sale l’anno, tra alimentazione e uso domestico. I 50.000 miliardi di chili custoditi nel salar basterebbero per rifornire 10.000 miliardi di persone per un anno, oppure l’intera popolazione mondiale per oltre 1.200 anni. È un patrimonio che non ha paragoni sulla Terra, una disponibilità che supera di molte volte ogni possibile necessità umana. Eppure il sale, qui, è solo la superficie. Il vero tesoro giace sotto la coltre bianca: una salamoia spessa e lattiginosa che contiene tra il 50% e il 70% delle riserve mondiali di litio, il metallo leggero su cui si regge la rivoluzione energetica del nostro secolo. Batterie per auto elettriche, sistemi di accumulo, dispositivi digitali, tecnologie portatili: tutto passa dal litio. Il cuore di quella che qualcuno chiama “la nuova corsa all’oro”. E qui, nelle viscere del Salar de Uyuni, ce n’è così tanto che le principali potenze del pianeta osservano questa zona remota con un’attenzione crescente. La Bolivia, consapevole del valore strategico, da anni trattiene il controllo della produzione, rivendicando il diritto di trasformare una ricchezza naturale in una leva geopolitica. Ma la questione è complessa. Le comunità locali, soprattutto i raccoglitori di sale e le famiglie quechua e aymara, temono che un’estrazione intensiva possa compromettere l’equilibrio idrico del salar, che è estremamente fragile: basta una variazione minima nel livello della falda sotterranea per alterare il delicato ciclo di evaporazione che tiene in vita questo ecosistema unico. E mentre il mondo discute di litio, qui si continua a camminare in un luogo che sembra appartenere a un’altra dimensione. In stagione secca il salar è un deserto duro, luminoso, geometrico: poligoni esagonali che si ripetono come un tessuto vivente, superfici che scricchiolano sotto i passi come se il mondo fosse fatto di porcellana. In stagione delle piogge, invece, succede qualcosa di quasi soprannaturale: un velo d’acqua di pochi centimetri trasforma l’immensa distesa in uno specchio perfetto, capace di riflettere il cielo con una fedeltà che disorienta. Le nuvole si duplicano, il tramonto raddoppia i suoi colori, il mondo si ribalta e improvvisamente non si distingue più ciò che è reale da ciò che è riflesso. Le jeep che attraversano il salar sembrano galleggiare nel vuoto, le persone camminano come sospese in un universo liquido. È il momento che ha reso il Salar de Uyuni una delle icone visive più potenti dell’America Latina. Con il buio, tutto cambia ancora. La temperatura precipita, i colori spariscono, e l’oceano bianco diventa un palcoscenico nero e silenzioso. Ma se il cielo è limpido, la Via Lattea appare in tutta la sua estensione e il salar la riflette come un’immensa lastra cosmica. Camminare qui di notte significa entrare in una dimensione quasi mistica: non c’è orizzonte, non c’è profondità, sei immerso in un doppio universo che ti avvolge. È in questo momento che capisci perché gli abitanti delle Ande lo chiamano ancora “lago vivo”. Non perché ci sia acqua, ma perché il salar, muta,  assorbe e restituisce, come se custodisse nel suo silenzio la memoria di tutto ciò che è passato e la promessa di tutto ciò che verrà.

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