Un “canzoniere spirituale e religioso” appare agli occhi del lettore il nuovo libro di versi “Amor contra amorem”, Editrice ‘Ancora, 2017, di Pippo Puma, poeta modicano ma milanese di adozione, il quale arricchisce il suo lungo itinerario culturale, caratterizzato da ben undici sillogi poetiche, approdando ad un testo di poesia religiosa molto intenso e attraversato da afflati teologici ed evangelici che trascinano nel suo mondo spirituale.
Sicuramente è una raccolta che ci rivela l’uomo che trova in Dio e nella poesia i suoi importanti punti di riferimento, vere coordinate che, specie in ordine alla fede, si pongono in rapporto di continuità con le precedenti opere, ove è anche presente, sia pure in modo indiretto, questo legame fra spiritualità religiosa e poesia. Non c’è, dunque, un cambiare registro in Giuseppe Puma, ma una scelta che intende evidenziare che non esiste alcuna differenza tra un “poetare laico” e un “poetare religioso”, atteso, del resto, che da sempre la religione ha radici storiche ed antropologiche connotandosi come estrinsecazione tipica dell’umano che nella poesia trova il suo linguaggio naturale, e considerato, altresì, che la poesia, sin dalle sue prime manifestazioni storiche, è quasi del tutto religiosa: basti ricordare la Teogonia di Esiodo, il Cantico dei Cantici, i Salmi , il poema di Gilgamesh, i testi vedici, etc…
Il corpus di questa raccolta poggia su tre sezioni: “Amor contra Amorem”, “Dal buio alla Luce”, “Valori e solidarietà”, le quali convergono nell’unità di una dimensione epifanica ove il verso si dispiega come “testimonianza pubblica” di una fede religiosa vissuta nello spazio e nel tempo con tutte le difficoltà e le antinomie che coinvolgono il dialogo interiore.
Già nel titolo troviamo una dichiarazione di poetica grazie al lemma scelto dall’autore: “amore”. Ma cos’è l’amore! E, poi, quale amore!
Dall’antichità la poesia , la letteratura, la narrativa, da Saffo a Dante a Petrarca e fino alla contemporaneità, ha avuto nell’amore un pilastro portante, ma è certo che l’amore non è ingabbiabile, né definibile perché è attraversato dal mistero.
Puma utilizza il latino “Amor”, che etimologicamente deriva da “a-mors”: mors-mortis, cioè morte; la “a”, alfa privativo, accostata a “mors”. significa “senza morte”, e quindi senza fine, eterno.
C’è, però, un “contra” avversativo che Puma utilizza(“contra amorem”), atteso che esiste anche un avversario dell’amore: la morte; “forte come la morte è l’amore” dice la Bibbia.
Quando l’amore, sembra dirci la poesia di Puma, diventa possesso, egoismo, oggetto di mero piacere erotico, ossessione e gelosia, questo è un amore che va contro l’amore, il quale, al contrario, è dono di sé, reciprocità, dialogo, rispetto, discrezione, pazienza, non violenza, accoglienza e apertura.
Quando nella vita dell’uomo la bellezza di ciò che è senza morte, cioè dell’”amor”, viene deturpata dall’azione della “mors”(morte), ecco che avviene lo scontro, e l’uomo cade nella morte, che è angoscia , paura, e a causa di questa angoscia la sua vitai diventa odio, misconoscimento dell’altro, concorrenza, rivalità, sopraffazione. L’angoscia può sfigurare tutto, anche l’amore. Questa è la morte contro la quale Gesù ha lottato fino a riportare la vittoria; dov’è , o morte, la tua vittoria?
Puma esordisce già, nella prima sezione, con l’atteggiamento della Kenosis , ossia di chi abbassa il capo per “svuotarsi” di se stesso al fine di riempirsi dell’amore di Dio ed invocare la sua misericordia: “… Donami la Tua misericordia Dio / così Ti porterò / dove Tu non sei entrato. / Desidero ritornare a Te / per ristabilire la mia vita.”). E la misericordia diventa il filo che unisce molte liriche della prima parte, che si snodano con ritmo quasi eucologico dal quale trasuda il “viaggio dell’anima” del poeta con lo sguardo sempre proteso verso la croce dell’Uomo Gesù (“…Nel calvario /salgo scalini di passione / per raggiungerTi, Gesù.”).
E’ una voce tremante e affannata ma aperta ad una fede convinta, quella che si alza dalle liriche di questo volume, ove non c’è spazio per intellettualismi né per alchimie, ma solo sincero dialogo spirituale che traluce di verità, di sofferenze, di fragilità, di ansie e di gioia, e di sentimenti che invocano, richiamando l’immagine della samaritana al pozzo di Giacobbe, l’acqua viva che disseta:
“Dammi da bere, Gesù,
per saziare la mia sete.
Nella tua brocca c’è tenerezza,
amore, affetto, trasporto e perdono.
Quello che avviene
al tuo pozzo
lo sa solo chi crede in Te.
Dammi da bere, allora, Ti prego,
per alimentare la mia anima”.
(Dammi da bere)
In questo “Dammi da bere” c’è la presa d’atto del poeta del proprio tormento di fronte alla Croce, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani. Puma chiede l’acqua dello Spirito per “alimentare la sua anima” e, soprattutto, per trovare la forza di sopportare il “dolore umano”, “le spine” e “il buio della disperazione”, mentre i suoi occhi planano nell’orizzonte ove i gabbiani “intorno al tramonto dorato lambiscono l’acqua”, e lui, di qua dal mare, cerca “lo scoglio di Dio”.
Nella prima sezione del libro c’è, dunque, l’esaltazione dell’Amore più grande, quello rivelatosi in Gesù e che i versi di Puma riscrivono attraverso una prosodia che trova nella teologia della croce la sua fondamentale chiave di lettura. All’Amore di Dio, che ama fino alla follia della croce, si contrappone l’amore dell’uomo, spesso sconnesso dalla fede e attraversato dal dubbio; ed ecco perché in molti testi il canto di Puma si fa quasi preghiera tesa a riscoprire la verità e il significato della fede. Non una fede intesa come semplice assenso intellettuale dell’uomo a delle verità teologiche, ma una fede che affida la vita liberamente a un Dio-Padre, non solo sulla terra ma anche nel momento del giorno della morte:
“…Ciuru ‘a vucca
e rapu a filazzedda lu ma cori
e c’addummannu:
cuantu tiempu agghiu ppi passari
ri capàrti a ddapàrti?
Ma iddu nun mi sa rispunniri,
picchì
‘u sapi sulu Ddiu
‘ddu mumentu binirittu
cuannu çiamatu c’amuranza
mi teni ’nta li vurazza
comu ‘mpicciriddu,
pp’ arricogghiri
l’urtimu miu affannatu suspiru.”
(Traduzione“…Sto zitto /e apro una fessura nel mio cuore / e gli chiedo: quanto tempo ho per il trapasso / da questa parte all’altra parte? / Ma esso non mi sa rispondere, / perché / lo conosce solo Dio / quel momento benedetto / quando chiamato con amorevolezza mi terrà sulle braccia / come un bambino / per raccogliere / l’ultimo mio affannato sospiro”).
Nella seconda sezione della raccolta, “Dal buio alla luce” , il poeta utilizza varie forme tipiche e famose della poesia giapponese (tanka, hokku, renga, haiku), dando vita ad un personale genere poetico caratterizzato da poesie di tre versi di cinque parole ciascuno.
Qui troviamo un dispiegarsi poetico di sentimenti che, in pochi versi, tocca tre versanti: quello teologico, quello esperienziale e quello sapienziale.
Puma indaga la natura di Dio, il suo essere misericordia, la sua presenza-assenza nella storia, il suo silenzio, il suo rivelarsi, e poi racconta in versi la sua vicenda personale fatta non solo di gioie ma anche di dolore, di paure , di malattie, di angoscia:
“Ho vissuto accanto alla morte,
alle soglie paurose del mistero:
la fierezza d’incontrare Dio”.
(Timore di un tumore)
“Raccogli, Signore, le mie lacrime,
benedici con esse terreni incolti:
così ha senso la malattia”.
( Infermità)
“Improvvisamente m’assale l’angoscia.
La notte sconvolge i sensi,
ma Dio mi vuole felice”.
(Angoscia)
“Dammi un po’ di pace,
cura le mie ferite, Dio,
che splendi nella mia anima”.
(Dio)
Il poeta sperimenta il buio della notte, vive dentro i filamenti di una sofferenza che strazia il cuore, grida a Dio il suo essere nel tempo come in un tunnel, ma, nel contempo, lotta con la forza della fede, visita luoghi di spiritualità come Lourdes e Medjugorje ove trova la bussola per imboccare l’uscita e rivedere la luce della speranza:
“Questa luce che mi invade,
che mi prende l’animo,
cos’è? Forse…è Dio?”
(Questa luce)
“Prego, ricevo serenità dall’Alto
e conquisto raggi di speranza
che illuminano la mia sofferenza”
(Prego)
“Dopo aver percorso mari burrascosi,
ho ormeggiato il mio vivere
al tuo porto sicuro, Dio”.
(Riflessioni)
La terza parte della raccolta rifulge di una sensibilità sociale che si connota di accurata attenzione ad accadimenti dolorosi della storia. Il poeta dedica alcune poesie a Popieluszko, barbaramente assassinato, a don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia, a Kalid, alla voce di “Impotenti bambini”, e bagna i versi con il sentimento dei grandi valori dell’umanità, reagendo a quello che Hegel chiamava “il negativo del mondo esistente”, e mostrando quella speranza cristiana che spingeva i Padri greci e latini ad affermare “per crucem ad lucem”, per dire che è attraverso la croce, la sofferenza e il dolore che si arriva alla luce, alla resurrezione.
Nei versi di Giuseppe Puma c’è , senza dubbio inquietudine, tormento, dolore, ma c’è soprattutto speranza, gioia, gaudio; se – come bene fa rilevare il poeta Angelo Gaccione – “per Padre Maria Turoldo il cammino poetico religioso è stato mistico, tormentato, gridato, per Giuseppe Puma è stato un richiamo gioioso, riposante, sereno. In uno c’è la visionarietà del mistico, nell’altro l’appagato abbandono”, tant’è che il poeta si svela con la semplicità di chi ha trovato il senso del suo esistere nel volto del Cristo crocifisso e risorto:
“Io Ti conosco.
Sei rimasto nel mio cuore,
nel cuore di mia madre,
che mi ha insegnato a seguirTi.
Sei dentro di me,
anche quando mi nascondo
Tu mi cerchi dovunque.
Sei il mio foglio bianco,
dove annoto le mie ferite aperte,
curate dall’amicizia del Tuo amore”.
(Dov’è il Crocefisso?)
Questa raccolta piace perché il percorso poetico di Puma conosce gli slanci d’un cuore che sa sperare e stupefarsi , cogliere i valori etici della solidarietà, intrecciare armonie e ricordi, emozioni e silenzi, caducità ed eternità, mito e realtà.
Il registro linguistico possiede una sua originalità e una nomenclatura che germina costrutti metaforici radicati nell’humus religiosa del poeta e nel bisogno di affidare alla fede le stimolazioni dell’intelligenza creatrice.
Quelli di Puma, insomma, sono versi che fermano lo sguardo sulla dimensione di una fede intesa come “avvenimento ermeneutico” in base al quale egli dà valore a cose che prima non avevano valore e toglie valore a cose che prima avevano valore, facendo così approdare sulla pagina fatti e parole guadagnati alla lirica con un linguaggio necessitato dal bisogno di libertà e armonia; i versi, infatti, trasfigurano l’usuale, lo plasmano e lo rivestono di tensione eucologica, esprimendo un poetare che non esula dalla realtà ma che coglie la verità delle cose e si colora dei toni dell’amore. E così, in questa atmosfera, poesia e vita si intrecciano armonicamente divenendo quasi una “fede incrociata con la storia”, sì perché la preoccupazione del poeta è sostanzialmente quella di farsi comprendere e di comunicare contenuti a vari livelli, sia per sensibilità più raffinate e colte, sia per lettori occasionali.
Puma, in buona sostanza, ci dà una poesia per dire ciò che gli sta più a cuore: non cerca infatti estetismi né acrobazie stilistiche; la sua voce , dall’inizio alla fine, è quella irripetibile dell’orante, guidata dal calore interiore del Salmo e della Laude e avvolta in un’atmosfera di interiorità; voce che arriva al lettore con un linguaggio semplice ma spiritualmente alto, con messaggi tanto accessibili nella parola quanto profondi nella loro allusività, e con una immediatezza e tenerezza di sentimento che rendono il verso diretto e spontaneo.
Per concludere, credo che questa raccolta si configuri come un insieme di “vibrazioni innocenti dell’anima,” quelle di un uomo che si racconta per elevarsi dalla quotidianità e volgere lo sguardo verso il Dio di Gesù Cristo, al quale il poeta offre il silenzio come atto di fede di fronte all’eterna domanda sul suo “impenetrabile silenzio”:
“Quale fede migliore più vera
del timore, dell’intenso silenzio;
oh mio Dio tanto misericordioso”.
(Intensità del silenzio)
Poesia, insomma, chiara ed ordinata, sintetica e concettualmente orientata al dato esperienziale, carica d’amore e impregnata di sentimenti che sanno attingere all’altare della coscienza per farsi fiume di immagini, di sussulti del cuore , di raffigurazioni di sensazioni ed emozioni che prevalgono sulle cromie letterarie e le ricerche stilistiche, così da darci una pittura di meditazioni, impressioni e riflessioni di intenso valore spirituale.
Una silloge, questa di Puma, in cui la preghiera del poeta diventa la preghiera universale di ogni uomo che cerca la bellezza dell’essere e la luce di guida nelle bufere dell’esistenza.





