Africa, 50 milioni di dollari per un ostaggio: il riscatto che finanzia il jihadismo

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Un riscatto da circa 50 milioni di dollari sarebbe stato pagato per ottenere la liberazione di un ostaggio sequestrato in Mali. Secondo un rapporto ONU citato da Reuters, il denaro avrebbe contribuito a finanziare JNIM,  al secolo (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin) la coalizione jihadista affiliata ad al-Qaeda attiva nel Sahel. Il rapporto non identifica ufficialmente né il pagatore né l’ostaggio, ma tre fonti regionali citate da Reuters indicano negli Emirati Arabi Uniti il Paese che avrebbe versato il riscatto per liberare un proprio cittadino. Nella stessa operazione sarebbero stati liberati anche altri due ostaggi stranieri, un pakistano e un iraniano. JNIM conterebbe oggi 7.000-8.000 combattenti e opera soprattutto in Mali, Burkina Faso e Niger, con estensioni verso Benin e Togo. I sequestri di cittadini stranieri rappresentano da anni una delle fonti di finanziamento dei gruppi jihadisti del Sahel. Il denaro ottenuto con i riscatti può essere utilizzato per acquistare armi e mezzi, mantenere le reti logistiche, pagare i combattenti e sostenere nuove operazioni in territori dove la presenza degli Stati è spesso debole o intermittente.

Il quadro africano resta drammatico. In Nigeria continuano ad agire Boko Haram e ISWAP (Islamic State West Africa Province) la branca dello Stato Islamico nell’Africa occidentale. Nel febbraio 2026 un attacco nello Stato di Kwara ha causato 170 morti, mentre a marzo attentati a Maiduguri hanno provocato almeno 23 vittime e 108 feriti. Resta un paradosso difficile da accettare: pagare per salvare degli ostaggi può significare consegnare ai gruppi jihadisti risorse sufficienti per finanziare nuove armi, nuovi reclutamenti e nuovi attacchi. In un Sahel dove gli Stati faticano a controllare intere aree del territorio, ogni maxi-riscatto rischia così di trasformarsi in denaro destinato ad alimentare una guerra che continua a colpire soprattutto i civili.

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