
Ragusa, 05 marzo 2026 – In meno di una settimana, il prezzo del gasolio è aumentato fino al 45% a causa degli effetti dell’operazione militare USA-Israele contro l’Iran del 28 febbraio scorso, tra cui la chiusura dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. Per le imprese agricole della provincia di Ragusa — dove il carburante incide fino al 20% sui costi di produzione — questo non è un semplice rincaro: è un colpo che rischia di compromettere la stagione.
Ragusa non è una realtà agricola qualunque: è il primo polo italiano per produzione orticola e floricola in serra, detiene il 60% della produzione lattiero-casearia siciliana e nel 2025 ha registrato il record nazionale nel tasso di crescita imprenditoriale.
Qui il gasolio non muove soltanto i trattori: alimenta il riscaldamento delle serre, i sistemi di irrigazione, i gruppi elettrogeni, i mezzi di raccolta e trasporto. Con gli aumenti attuali, molte aziende si trovano a sostenere decine di migliaia di euro di costi aggiuntivi su base annua, su margini già ridottissimi.
Le imprese agricole accedono al carburante attraverso il sistema UMA (Utenti Motori Agricoli), che garantisce accise ridotte e IVA al 10%. Questa tutela fiscale — confermata anche con la riforma delle accise del 2025 — non è sufficiente quando le quotazioni internazionali esplodono: il prezzo base del greggio è fuori dalla portata degli strumenti nazionali ordinari.
“Chiediamo alle istituzioni territoriali e nazionali – l’appello del Presidente di Confagricoltura Ragusa, Antonino Pirrè – di non lasciare soli gli agricoltori iblei di fronte a questa crisi. Il comparto primario della provincia di Ragusa è un asset strategico per l’economia del Mezzogiorno e dell’intero Paese: va difeso adesso, con la stessa urgenza riservata ad altre emergenze”.




