Torino, la notte dell’odio: il poliziotto massacrato e l’Italia che smarrisce il confine tra protesta e violenza…di Giannino Ruzza

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Nella notte torinese l’aria sa di fumo, di rabbia e di metallo, una rabbia che non nasce spontanea ma che sembra organizzata, preparata, incanalata contro un bersaglio preciso: lo Stato rappresentato da uomini in divisa. Il corteo partito per difendere l’area occupata dal Centro sociale Askatasuna si trasforma rapidamente in un fronte di guerra urbano, dove una parte dei manifestanti abbandona qualsiasi pretesa di protesta politica per abbracciare la violenza pura, fatta di lanci, assalti e imboscate. In mezzo a questo caos, un poliziotto resta isolato, circondato da un gruppo che non urla slogan ma colpisce, prima con calci e pugni, poi con un martello, come se l’obiettivo non fosse contestare ma annientare, mentre i colleghi cercano disperatamente di aprirsi un varco per salvarlo. È un’immagine che resta impressa: un uomo a terra, in uniforme, sotto una pioggia di colpi, simbolo di una linea che viene superata, quella tra scontro e aggressione deliberata. Le istituzioni parlano di attacco criminale, di violenza organizzata, di una sfida aperta allo Stato, e le indagini cercano di dare un volto a chi ha trasformato una manifestazione in una spedizione punitiva. Ma mentre la città conta i feriti e misura i danni, la frattura più profonda si consuma nel racconto pubblico. In televisione, a Quarta Repubblica condotta da Nicola Porro, l’intervento di Giorgio Cremaschi accende ulteriormente il fuoco: parole che non arrivano a una condanna netta dell’aggressione, che spostano il baricentro sulle cause sociali, sulle ingiustizie sistemiche, come se la spiegazione potesse diventare attenuante morale. È qui che la vicenda di Torino smette di essere solo cronaca e diventa cartina di tornasole di un Paese diviso, dove per alcuni chi colpisce un agente è un criminale senza se e senza ma, per altri il prodotto estremo di un conflitto più grande. Ma il punto fermo resta uno solo: un uomo in divisa è stato massacrato mentre svolgeva il proprio servizio, e nessuna analisi sociologica, nessun ragionamento politico, nessuna retorica può cancellare il fatto che colpire con un martello un essere umano inerme non è protesta, non è dissenso, non è ribellione, è violenza brutale, e chiamarla con un altro nome significa soltanto allontanarsi dalla verità.

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2 commenti su “Torino, la notte dell’odio: il poliziotto massacrato e l’Italia che smarrisce il confine tra protesta e violenza…di Giannino Ruzza”

  1. Torino non si smentisce, la sinistra neanche. L’episodio esecrabile di sabato ricorda gli anni Settanta, le Brigate rosse, Prima Linea e la difficoltà a chiamare le cose con il loro nome. C’è sempre quel “sì , ma..” di fondo che rende la sinistra inaffidabile, schiava dell’ideologia, pronta, sempre, a cercare giustificazioni per salvare se stessa e la propria pretesa superiorità morale, scivolando, inevitabilmente, nella difesa dei cosiddetti “manifestanti”, difesa funzionale alla conservazione del consenso in certe aree che però ha il sapore amaro della collusione ed è rivelatrice di quello che è innegabile: se non prendi le distanze da azioni terroristiche – l’attacco brutale al poliziotto con calci pugni e martellate – non basta la condanna verbale a posteriori, è inutile e ipocrita. Serve riscrivere le regole che presiedono la gestione e la partecipazione alle manifestazioni, stabilire che le Forze dell’ordine hanno il diritto/dovere di reagire agli assalti nei modi che ritengono adeguati, usando anche le armi di ordinanza. La legittima difesa deve essere valida sempre, i nostri poliziotti rischiano la vita ogni volta che affrontano bande di criminali, questa è la definizione corretta di individui che vanno in piazza incappucciati, lanciano molotov e si scagliano contro i difensori dello Stato per fare male, ingaggiano una vera guerriglia, confidando nell’impunità. Che è loro garantita, è incontrovertibile, da elementi della sinistra, altrimenti temerebbero le conseguenze.

  2. Totalmente d’accordo con tutto ciò che ha scritto la Faletti.
    Vorrei aggiungere, ma se era tutto organizzato come afferma il Ministro Piantedosi , come mai non hanno provveduto prima?! Cossiga diceva: se vuoi screditare una manifestazione, basta mettere facinorosi che distruggono ed il gioco è fatto. Forse è successo questo?
    Per il resto condivido tutto quanto scritto dalla Faletti.

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