
La violenza continua a scandire la quotidianità ad Haiti, dove l’ennesimo massacro ha travolto la comunità di Pont-Sondé, nel dipartimento di Artibonite, senza che lo Stato sia riuscito a impedirlo. Nelle scorse ore la gang Gran Grif, una delle bande armate che da anni impongono il loro dominio sul territorio, ha assediato la cittadina per diverse ore, uccidendo settanta civili, tra cui donne e bambini, molti dei quali giustiziati in strada. Durante l’attacco sono state incendiate almeno quarantacinque abitazioni e una trentina di veicoli, provocando la fuga di migliaia di residenti che hanno cercato riparo a Saint-Marc, dove la piazza pubblica si è trasformata in un rifugio di fortuna. Come già accaduto in precedenti episodi, la polizia haitiana è arrivata quando la strage era ormai consumata, limitandosi a raccogliere testimonianze e documentare quanto restava della furia armata. Il primo ministro Gary Conille ha fatto visita ai feriti nell’ospedale Saint Nicholas e ha condannato l’attacco definendolo inaccettabile, assicurando che il governo lavorerà senza sosta per ripristinare la sicurezza e proteggere la popolazione, dichiarazioni che suonano già note in un Paese dove le parole sembrano stiparsi senza lasciare spazio ai fatti. Anche il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha espresso indignazione, chiedendo maggiore impegno internazionale nell’ambito della missione di sicurezza guidata dal Kenya, mentre sul terreno la situazione rimane immutata. Intanto la Polizia Nazionale Haitiana ha rimosso dall’incarico il commissario di Artibonite, Paul Ménard, sostituendolo con Caleb Exantus nella speranza, difficilmente fondata, che un cambio ai vertici possa arginare la presenza delle bande che operano indisturbate nella regione. La strage era stata in qualche modo annunciata: da giorni sui social circolava un messaggio del leader di Gran Grif, Luckson Elan, che minacciava rappresaglie contro la popolazione di Pont-Sondé, colpevole di essersi opposta a un pedaggio imposto illegalmente sulla grande arteria nazionale e di essersi unita a un gruppo di autodifesa locale, La Coalición. Quelle minacce sono diventate realtà nel silenzio delle istituzioni, lasciando ancora una volta un Paese stremato a interrogarsi sulle troppe zone d’ombra e sulle responsabilità di chi avrebbe il dovere – e non solo l’intenzione dichiarata – di difendere i propri cittadini.













