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Il peso dell’autorevolezza …l’opinione di Rita Faletti

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L’Italia non è un grande Paese. Non so se e fino a che punto chi asserisce orgogliosamente il contrario ne sia convinto o lo faccia semplicemente per l’abitudine diffusa a dirlo. Un grande Paese, posto che i suoi cittadini siano consapevoli della realtà e capaci di valutare criticamente l’operato dei politici che si sono eletti a rappresentarli per fare gli interessi del Paese stesso , non i propri, dopo lo sfascio gialloverde e le sue conseguenze, si sarebbe tenuto ben stretto Mario Draghi, non perché sia l’uomo dei miracoli, ma per la chiarezza di idee, la determinazione, la visione e soprattutto l’autorevolezza a livello internazionale. Un requisito fondamentale in grado di produrre miracoli, aprendo, quando serve, porte che rimangono ostinatamente chiuse a chi ne sia sfornito. Che piaccia o meno, il mondo è delle élite, chiamatele come vi pare, ma fatevene una ragione. E’ così da che mondo è mondo, lo è persino e di più nei Paesi ex comunisti, dove il potere è nelle mani di uno solo e, in seconda battuta, di coloro che riveriscono il capo e lo assecondano al solo fine di mantenere lo status che il servilismo assicura loro. Nei paesi illiberali o autarchici che dir si voglia, del popolo non frega niente a nessuno. A Putin la vita e il benessere dei suoi soldati mandati al massacro senza spiegazioni interessa tanto quanto la vita di un insetto. Quindi, un grande Paese non avrebbe fatto a meno di Draghi. Purtroppo una carovana di sconfitti vanagloriosi ha deciso di fare un torto al Paese pensando di fare un favore a se stessa. Salvini ha fatto harakiri facendosi detestare laddove aveva il consenso più alto grazie ai leghisti di vaglia che avevano costruito il partito e amministrato con efficienza, al Sud, dove la compagine divanista è più numerosa, ha vinto chi si spaccia per avvocato difensore del popolo. Lasciamo stare Berlusconi per rispetto dell’età. Orbene, non avere più Draghi si sta rivelando un guaio per tutti, in particolare per un Paese che i partner europei  hanno ripreso a snobbare. Alcuni giorni fa, si è ripristinato l’asse Berlino-Parigi sulla questione del gas. Scholz e Macron si sono incontrati per una cena a due, il triste segno che il viaggio iconico sul treno per Kyiv con Draghi, Macron e Scholz è ormai un lontano ricordo. La partecipazione dell’Italia non è stata ritenuta importante. Oggi, in Italia, il premier in pectore è una donna, il che non guasta, indubbiamente una donna dalla robusta intelligenza politica e consapevole degli ostacoli da superare: con gli alleati, l’opposizione, i capi di stato europei, innanzi tutto, e con l’alleato americano che non ha manifestato alcuna preclusione nei confronti del nuovo governo, non si sa se per meri motivi di protocollo o per convinzione. Meloni  sa di essere sotto i riflettori e ce la sta mettendo tutta per offrire di sé un’immagine rassicurante,  ma, al contempo, sta scoprendo che è assai complicato proprio ciò che sembrava facilmente raggiungibile. Dopo aver ribadito che né europeismo né atlantismo sono in discussione, che non ci sarà alcuno scostamento di bilancio, che la linea Draghi sul Pnrr sarà la sua linea, ieri ha detto il contrario: serve discontinuità. Se può bastare un’inflessione sbagliata della voce a creare allarme, immaginiamo le reazioni degli investitori  internazionali, del mondo della finanza e delle agenzie di rating a una tale affermazione. E’ significativo infatti che il rendimento sui titoli di stato a 10 anni sia vicino al 5 per cento. Chi scommetterà sull’Italia? Visto da fuori, il nostro Paese mantiene il marchio di scarsa affidabilità, che preoccupa i tecnici di alto profilo cui Meloni intendeva affidare i ministeri chiave. Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica, molto conteso all’estero, sembra abbia deciso di trasferirsi in Giappone per un incarico nel settore privato, Fabio Panetta, membro della Bce, non ha accettato il ministero all’Economia, l’attuale numero uno del Mef, Daniele Franco, potrebbe non essere interessato a continuare e anche Andrea Bonini, stimato giornalista di Sky, ha rifiutato la nomina di portavoce. E’ vero che non tutti ambiscono a cariche governative di spicco, è altrettanto vero che la qualità dei politici che abbiamo non invoglia chi sia davvero capace e preparato a farne parte soprattutto dopo la cacciata di Draghi, è indiscutibile che le ambizioni possano essere diverse. Guardando all’Italia di Draghi, chi aveva creduto nel miracolo ha dovuto ricredersi, confermando il giudizio poco incoraggiante che si ha di noi nei luoghi che contano, nei quali sindacalismo, populismo, ambientalismo da giardinetti e tribù dei No sono visti come  pericoli da evitare come la peste.

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