Salvini vs Meloni…l’opinione di Rita Faletti

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Del Pd poco c’è da dire se non che inizierà una lunga fase di riflessione sul “chi siamo”, “dove andiamo”, che rimarrà senza risposta e si concluderà con il congresso, vecchia soluzione dopo ogni sconfitta elettorale. Enrico Letta non si ricandiderà alla guida del partito, riconoscendo la responsabilità di una campagna tutta incentrata sull’antifascismo a 77 anni dalla caduta del Regime. Un tema inossidabile per riempire il vuoto di idee. Affranti per la vittoria di Giorgia, le Ferragni, le Ferillo i Maneskin, preoccupatissimi i conduttori e le conduttrici dei talk show de sinistra, i direttori dei giornali blasonati, i democratici per definizione che ogni giorno chiedevano alla Meloni di fornire una prova evidente di antifascismo, di rinnegare la fiamma, di giurare che la 194 non sarà toccata. Come se alla maggior parte del Paese interessasse la quota di fascismo che alberga nel cuore della Giorgia, cristiana, madre e patriota. Nel Partito democratico le divisioni interne si acuiscono e già si intravedono migrazioni e alleanze future. Il M5s di Conte è l’approdo auspicato dai più sofisticati intellò che seguono il Bettini pensiero e la sua nuova cosa rossa, dai passatisti alla Bersani, dagli opportunisti alla Emiliano. “I veri progressisti siamo noi” ha detto Conte, appropriandosi del progressismo come il cuculo del nido altrui, forte del successo nelle regioni del sud grazie al reddito di cittadinanza. Tira aria di riavvicinamento come si capisce dalle mezze frasi di sindaci piddini e dalle affermazioni di meno evoluti elettori dei Cinque stelle per i quali sarebbe sufficiente un cambio alla segreteria del Pd per ripristinare l’alleanza Pd-M5s. Commenti e valutazioni da parte degli sconfitti sono tristemente scontati: l’opposizione al nuovo governo sarà dura e costruttiva, gli italiani non hanno votato come avrebbero dovuto, gli italiani sono intelligenti se votano per la sinistra, agli altri è già tanto se si concede il diritto di voto. Noi siamo i buoni, gli altri i cattivi. Moralismo e paternalismo si mescolano nel post voto della chiacchiera senza sostanza. Giorgia Meloni ha vinto.  Le perplessità che certe sue dichiarazioni suscitano troveranno conferma o saranno smentite dai fatti. Se avesse vinto il Pd nessuno si darebbe domandato il perché e non credo di sbagliare se ritengo che più che la novità, sia stato il comportamento della leader di FdI a piacere. La coerenza, la preparazione, lo studio e l’esperienza di anni di politica, il carattere tenace e sanguigno, che fa scomparire lo stile esangue di un Cuperlo. Sarà in grado di governare in un momento così difficile? Seguirà la traccia lasciata in eredità da Draghi con il quale si dice abbia un filo diretto? Riuscirà a tenere Salvini lontano dai ministeri più importanti, assegnandogli l’Agricoltura? All’uomo del trattore e della ruspa andrebbe perfetto. O preferirà invece tenerselo vicino per controllarlo meglio dandogli la vice presidenza?  Il grande sconfitto che pretende il Viminale, “Non lo voglio, è filorusso”, ha detto Meloni, è ambiguo e cerca la vendetta. “A Giorgia gliela farò vedere io”.  Confermato segretario del partito al Congresso federale, Salvini sa che i governatori del nord gli darebbero volentieri il benservito, Maroni ha chiesto un cambio, la Lega non è andata mai così male. Nel centro destra, che è maggioranza assoluta nel Paese, Salvini è l’unico responsabile del  9  per cento del partito più vecchio e più radicato al nord, dove governa da 35 anni. Nel 1987 nasceva a Magenta il movimento autonomista Lega Lombarda, il 25 settembre 2022 è morto nelle urne l’entusiasmo per Salvini. I commenti di tanti delusi in occasione del tradizionale raduno di Pontida non hanno smentito le fosche previsioni. Ma di parlare di responsabilità il leghista neanche si sogna, della propria inabilità neanche. Da tutto il Salvini trapela il Salvini rozzo, estremista e inaffidabile. L’unica forma di fedeltà di cui Salvini si è dimostrato capace è al Salvini di governo e di opposizione, al Salvini sovversivo e populista, che se ne infischia di confrontarsi con la realtà, difficile da accettare per chi opta per la narrazione a proprio vantaggio e non arretra di fronte al rischio che le promesse in cambio di voti affosserebbero il Paese. Arraffatore che ha scambiato Bruxelles per un bancomat, pronto allo scostamento di bilancio, pronto a riallacciare i rapporti mai interrotti con Putin, in lui è l’ “anti” a prevalere. L’abbraccio con il popolo è più importante del possibile, il primitivismo si concilia con il popolo chiassoso e querulo dei diritti senza i doveri, con l’irrazionalità dell’istinto, la negligenza nel metodo contro la disciplina del merito. Dentro il governo Draghi ma con insofferenza, Salvini è stato fin dall’inizio il sabotatore potenziale nonostante l’invito alla cautela di Giorgetti da cui lo separa una distanza siderale, o di uno Zaia o di un Fedriga, i governatori fatti di tutt’altra pasta e dotati di ben altra intelligenza. Salvini, il venditore dell’usato insicuro, è stato bocciato dal suo popolo. “Sono andato a letto incazzato, ma mi sono svegliato più combattivo di prima”, ha detto. Incazzato con chi? Con il governo che non era “il suo”. Ma gli errori sono tutti suoi, l’esperienza non gli ha insegnato nulla, non ha capito che un partito non è una proprietà personale, che l’irresponsabilità prima o poi la paghi. La vittoria è andata a chi ha fatto cadere il governo, ha detto, al suo ex alleato, al M5s di Conte, con cui era in sintonia. Da Salvini Meloni dovrà guardarsi.

 

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