Estorsione a imprenditore a Ispica. Condannati due netini

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Sei anni e otto mesi di reclusione ciascuno sono stati comminati dal Tribunale di Catania ad Angelo Monaco e Paolo Mirmina Spatalucente, indicati dalla Dda di Catania come esponenti del clan Trigila di Noto. Erano accusati di estorsione ai danni di un imprenditore ispicese, con l’aggravante mafiosa. Il pm aveva chiesto la condanna per entrambi a 12 anni di reclusione. Secondo la ricostruzione della Procura la vittima, nel 2008, si era aggiudicato un appalto ad Ispica. Per i lavori si sarebbe rivolto ad un’azienda specializzata nel movimento terra, ma erano sorte delle controversie per il pagamento. Monaco, accusato di essere il reggente del clan Trigila di Noto, «avrebbe fatto valere la sua affiliazione alla cosca per costringere l’imprenditore a consegnare 50mila euro». I due vennero arrestati ma rimessi in libertà dopo un ricorso della difesa.

Passa poco tempo e dall’imprenditore edile di Belpasso si presenta Angelo Monaco: arriva per conto della Olimpo costruzioni srl, dice Monaco a Cavallaro e vuole essere pagato 80mila euro per effettuare lo sbancamento al posto della società di Cavallaro. Lì si nasconde la richiesta di pizzo. Tanto più che la Olimpo costruzioni era stata sequestrata a febbraio 2008.

Il sequestro, però, non impedì alla Olimpo Costruzioni di cominciare i lavori, che furono interrotti bruscamente dopo pochi mesi: nel luglio 2008, mezza Sicilia orientale viene scossa dall’operazione Nemesi della procura della Repubblica di Siracusa. Il dispiegamento di forze è imponente per arrestare i presunti esponenti del clan mafioso Aparo-Trigila. Tra i reggenti c’è Angelo Monaco, che finisce dietro le sbarre. Il cantiere si ferma per un po’, ma poi la ditta viene sostituita per permettere alla società di Cavallaro di andare avanti con l’appalto per il Comune ispicese.

A questo punto, però, per l’imprenditore di Belpasso cominciano le visite sgradite. Con Monaco in galera, a chiedere il corrispettivo arriva il genero Paolo Mirmina Spatalucente: non bastavano i soldi dati per i lavori eseguiti, sostiene Mirmina Spatalucente parlando con la vittima, bisognava che la loro ditta venisse pagata per intero. Altrimenti? “A tia ti iettu intra ‘u fossu“, avrebbe risposto, come si legge nel decreto che dispone il giudizio, a luglio 2016. La traduzione dal dialetto è semplice: “Ti butto in un fosso”.

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