“If you bring me cookies I’ll tell you my story”. Intervista a Calogero Castaldo

Tempo di lettura: 2 minuti

Quando ho conosciuto Calogero avevo sedici anni; io conducevo una vita da liceale ostinatamente  alternativa e lui conduceva un programma radiofonico su Radio Pozzallo Uno. Se mi concentro un attimo non faccio alcuna fatica a ricordare l’euforia con la quale per un bel periodo di tempo tornavo a casa da scuola correndo, gettavo per terra lo zaino e, senza neppure riprendere fiato, telefonavo in radio per intervenire con la piccola rubrica letteraria che il mio amico speaker mi aveva affidato, all’interno della quale mi cimentavo di volta in volta – certo più maldestramente di quanto oggi sia disposta a ricordare – nella recensione di un romanzo a mia scelta. Certo, poi finiva sempre che mi si sfotteva per qualcosa di più o meno effettivamente ilare, ma per fortuna già a quei tempi ero solita prendermi davvero poco sul serio e Calogero questo lo aveva capito. Una simile premessa perché risulti ancora più comprensibile il piacere che provo, più di dieci anni dopo, nell’intervistare il mio concittadino Calogero Castaldo in occasione della pubblicazione del suo primo romanzo, Kaùna e suo fratello, edito da Di Leandro Editore, acquistabile ed ordinabile dal 20 Ottobre scorso presso tutte le librerie d’Italia.
Kaùna e suo fratello. Senza fare spoiler, cosa che sarebbe controproducente per gli aspiranti lettori e anche per te a onor del vero, raccontaci chi sono, quando e come hai conosciuto la
loro storia.

“Il tutto è cominciato il 2 Settembre del 2011 con l’arrivo di un’imbarcazione di migranti presso il   porto di Pozzallo. Ho conosciuto Kaùna, una ragazza di quindici anni, mentre si aggirava nei
dintorni dell’ingresso del centro di prima accoglienza come se stesse cercando qualcosa; all’epoca scrivevo per la Gazzetta del Sud che mi chiedeva sempre il classico pezzo di ritorno sullo sbarco. Tra il mio inglese modesto e il suo decisamente più forbito Kaùna mi disse, come prima cosa, una  frase che non dimenticherò mai: – If you bring me cookies I’ll tell you my story -. Sicché andai subito a comprare una scatola di biscotti al primo supermercato e quando il giorno dopo la ragazza  mi spiegò che il fratellino di otto anni non mangiava nulla all’interno del centro e che aveva quindi divorato quei biscotti, ne comprai ancora. Alla panchina di fronte alla Virtus Ferries, nei quattro pomeriggi successivi, Kaùna mi raccontò la sua storia intrisa di cose che la maggior parte di noi può dire di aver letto o al massimo visto in televisione. Mi disse di come era partita insieme al fratellino dal centro Africa, scappando da un padre che oltre a picchiarli voleva venderli, di come era fuggita dalla comunità alla quale era stata in effetti venduta, all’interno della quale un’amica era stata uccisa brutalmente, di come era stata costretta a prostituirsi e di come un giorno uno zio era riuscito a metterle qualche soldino in tasca per consentirle di partire per un viaggio che noi, abituati a prendere la macchina anche per andare a comprare il pane a 200 metri, stenteremmo anche ad immaginare. Mi disse di come aveva affrontato il deserto, della crudeltà, degli stupri, della morte che aveva incontrato ad ogni angolo. Di come infine aveva attraversato il mediterraneo per arrivare a Pozzallo. Capirete che detto così è fin troppo sintetico e semplicistico. Nel libro leggerete la storia cruda, ma anche intrisa di vita, di una ragazza di soli quindici anni.”

Tuo figlio Leonardo, peraltro primissimo dedicatario del romanzo, è chiaramente l’amore della tua vita. Come ha reagito al fatto che il papà abbia pubblicato un libro? Pensi che, quando sarà pronto, leggerà anche lui la storia di Kaùna?
“Mio figlio ha dieci anni compiuti da poco. Ricordo di aver visto per l’ultima volta Kaùna il 6 Settembre e due giorni dopo, l’8 Settembre di quello stesso anno, è nato Leonardo. Capirai che
quella è stata una settimana densa di eventi. E’ stato contentissimo per il libro. Naturalmente non è una lettura adatta alla sua giovane età, ma quando acquisirà un po’ più di conoscenza del mondo sono sicuro che nel leggere questa storia proverà le stesse emozioni di chiunque si approcci con empatia ad una vicenda tanto forte.”

Quanto pensi che Pozzallo possa dirsi sensibile a una tematica difficile come quella dell’immigrazione? Credi che ci sia reale coscienza di quanto questa la coinvolga da vicino o temi che ci si sia abituati, che si sia inciampati in un’indifferenza senza soluzione d’uscita?

“Questa è una domanda parecchio difficile. Quando ho iniziato a fare il giornalista presso la Gazzetta del Sud mi sono imbattuto gioco forza in questo fenomeno, perché gli sbarchi a Pozzallo
erano già realtà, ma prima di quel momento, da pozzallese semplice, ciò che sapevo era che arrivava una barca con i migranti e poi più niente. Come giornalista invece entravo al porto e potevo
vedere con i miei occhi cosa significassero quegli sbarchi. Devo essere sincero, una tirata d’orecchi ai pozzallesi la farei. Io sostengo che ognuno è libero di vivere la propria vita come vuole, non sono certo qui a giudicare. Però non posso non pensare a quando nel 2011 o nel 2012, quando assistevamo a sbarchi con quaranta o cinquanta o più morti e i funerali si svolgevano di fronte alla
capitaneria o al cimitero, oltre noi giornalisti, il sindaco ed altri rappresentati delle istituzioni non c’era quasi nessuno. Non dico che dovevamo presenziare tutti e 19000 abitanti, ma se esiste
davvero un senso civico che professiamo andando in Chiesa o manifestando in svariati modi i nostri ideali o interessandoci della vita del vicino di casa andandogli a fare gli auguri quando si sposa la figlia, poi davanti a queste cose non possiamo rimanere indifferenti. Questa freddezza mi dispiace e la contesto. Siamo umani, ma a giorni alterni. E quando si è umani a giorni alterni secondo me nel nostro animo manca qualcosa.”

Passiamo a qualche curiosità personale dai toni decisamente più leggeri. Quanto tempo hai impiegato a scrivere Kaùna e suo fratello?

“Fra stesura del testo, rivisitazione e varie ed eventuali ci ho messo cinque mesi. Ho iniziato a Marzo e ho finito a Luglio, ho finito esattamente il 2 Luglio. E’ stata una cavalcata, a volte mi
svegliavo all’una di notte perché non prendevo sonno, riaccendevo il computer e scrivevo. Posso dire di averlo scritto tutto di notte.”

Durante la tua carriera da giornalista custodivi già in un cassetto il sogno di pubblicare un libro? Aspettavi solo la storia giusta?

“Assolutamente sì. E questa cosa la dico e non la voglio smentire, se non l’ho scritto prima è stato solo per pigrizia mia. Dopo aver scritto articoli per 14 anni tra 30 Giorni News e la Gazzetta del Sud
ho sviluppato un vero e proprio odio verso la scrittura. D’altra parte scrivere così è un esercizio incredibile. Non scorderò mai quando un collega mi telefonò per complimentarsi con me del fatto che riuscivo a raccontare sempre la stessa dinamica, quella dello sbarco, in tremila modi diversi. Ma quando nel 2016 ho lasciato la Gazzetta avevo difficoltà a scrivere anche la lista della spesa. L’anno scorso, dopo qualche anno di pausa, è tornato l’amore per la scrittura e infatti siamo qui.”
Chi è stato il primo a leggere il libro? E chi ti rissi?

“Sono state tre amiche, che non a caso cito nei ringraziamenti, Daniela Aurnia, Lucia Distefano e Maria Concetta Leocata. Tutte e tre sono rimaste subito affascinate, mi hanno detto che le case
editrici non potevano non pubblicarlo. Mi hanno fatto tanti complimenti ed io le ringrazio sinceramente per la gentilezza, l’incoraggiamento e le belle parole.”

Adesso che hai scardinato la cassettiera dei sogni di scrittura, hai già una seconda idea da tirarne fuori?

“In effetti ho quasi finito di scrivere la seconda storia che uscirà per l’autunno dell’anno prossimo, ma se vuoi la trama te la racconto a microfono spento. Mancheranno le ultime dieci cartelle.”

Ok. Anche se l’ho già acquistato e vi conservo fieramente all’interno la tua affettuosa dedica, adesso convincimi a leggere il libro. Però fingi di non sapere che sono una scema dalla lacrima
facile.

Kaùna e suo fratello è una storia vera ed io penso che ci sia parecchio del nostro vissuto: noi abitiamo la parte buona del mondo e quando sento frasi del tipo – prima gli italiani – manderei chi le pronuncia ad attraversare il deserto a piedi. In fuga non da benessere, non da un mondo dorato, ma in fuga da guerre, dalla fame, dalle sevizie, dalla povertà, da tante cose, come noi cento anni fa lo abbiamo fatto partendo per l’America con la valigia di cartone. A New York ci disprezzavano, salvo poi far noi New York, noi ingeneri, noi architetti: noi abbiamo esportato il nostro ingegno. Ed io allo stesso modo ho conosciuto al centro d’accoglienza anche ingegneri, architetti, dottori, persone laureate. Anche se sembrano storie che sembrano lontane dalla nostra ci insegnano che non è così. E che che non è il colore della pelle a fare la differenza, non è la diversità, perché il più delle volte proprio la diversità è ricchezza.”

Cinzia Agosta

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