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Poesia. Il poeta Raffaele Puccio legge Pisana

Nella trafitta delle antinomie”, Helicon Edizioni, 2020
Tempo di lettura: 2 minuti

Quando si è completata la scrittura di un’opera letteraria, quale che sia il contenuto, credo che un problema non indifferente sia quello di darle un titolo. Penso che anche Domenico Pisana, pur ampiamente navigato nel mare della scrittura, avendo nel suo bagaglio un ampio ventaglio di pubblicazioni, abbia avuto qualche perplessità nell’attribuire un titolo al suo ultimo parto poetico. Alla fine, però, è riuscito a trovarne uno che ben sintetizza, nella sua originalità, i contenuti e gli intenti della raccolta: Nella trafitta delle antinomie.
I termini sono stati scelti con cura.
Trafitta indica una ferita sanguinante, difficile da rimarginare, dovuta alla precarietà della condizione umana, ma acuita da una modernità che ha smarrito qualificanti punti di riferimento.
Antinomia, pur appartenendo a una terminologia prettamente filosofica, rende bene l’idea del travaglio in cui versa l’odierna realtà. Così anche le parole, altissimo dono della comunicazione interpersonale e respiro vitale dell’istinto umanissimo e potente di socializzazione, sono diventate fonte ed elemento di dissidio. Spesso diventano schermo per velare e nascondere verità e pensieri che hanno paura di manifestarsi, trattenuti dentro per non correre il rischio di essere fraintesi o traditi.
Da qui, dallo scandaglio intenso e spesso impietoso della realtà che ci circonda e da cui è arduo fuggire, prende le mosse la denuncia appassionata di Pisana.
Le antinomie, purtroppo, sono inevitabili in quanto la realtà obbedisce alle leggi del divenire che non conosce soste. I processi evolutivi, però, oggi sono degenerati al limite dello sconquasso di una serena ed equilibrata convivenza civile e della sopravvivenza degli ecosistemi da cui tutti dipendiamo. La realtà antropologica è diventata molto problematica, per non dire drammatica, a causa di insanabili contrasti all’interno dei singoli individui e delle famiglie, che si avvertono alienati, e all’interno del tessuto sociale e politico, dilaniato da lotte continue e intransigenti, da diseguaglianze intollerabili.
Non solo i sistemi filosofici si confrontano con le antinomie, ma la realtà tutta è avvolta nella dualità: essere, non essere; stasi, dinamicità; luci, ombre; vita, morte.
Quale il compito e il ruolo della cultura e in particolare della poesia?
Pisana dà una risposta che non si può non condividere: la denuncia.
La sua è poesia civile, di forte impegno sociale e politico nel senso più alto del termine, quello della consapevolezza di una appartenenza a una comunità che si nutre, si sostanzia, si espande e si manifesta nella sua pienezza attraverso l’impegno solidale di tutti e di ciascuno.
E quali i mezzi espressivi? Il suo è un lessico colto, austero, dirompente, che non indugia in artificiosità e affettazioni. Scrittura impegnata, poco indulgente a virtuosismi e manierismi, impegnativa anche per lettori scaltriti.
Le liriche sono divise in strofe modernamente funzionali alla pregnanza contenutistica espressa con un glossario d’impatto, ricco di immagini lapidarie tratte dalla quotidianità che si nutre degli inconfondibili scenari dei nostri paesaggi marini e campestri.
La sua non è una voce che grida nel deserto (forse è anche questo: la poesia, in qualche modo, lo è sempre stata), ma la frastagliata e tormentata convivenza di questo martoriato presente è viva e pressante. La denuncia non è monotematica, ma spazia negli ambiti di tutti gli aspetti umani: personali, civili, sociali, politici. Al suo sguardo attento non sfuggono anche le debolezze che riguardano l’ambito religioso ed ecclesiastico.
Le parole di Pisana si vestono di sprezzante ironia e si tingono di malinconia per le sorti non solo nostre, ma per l’umanità intera, incerta e smarrita, senza àncore di certezze nella bolgia della dissipazione, nella ricerca di edonismi e di effimere conquiste affidate al potere del denaro.
Le parole spesso traboccano di tristezza per le precarie sorti individuali e collettive: “Come sento straziante questo tempo” (Passaggio in Italia); “Porto nel cuore l’urlo della croce” (Fili spinati); “Già si sbriciolano / simboli antichi lungo il fiume della finzione” (Passaggio in Europa).
Esse, però, sono aperte comunque alla speranza, speranza che trova sostegno e alimento nella fede, fede nell’uomo e soprattutto in Dio misericordioso e provvidente.
Suggestiva, ad esempio, l’immagine della barca, simbolo della precaria condizione umana nella lirica “Barche alla deriva”: La barca è di tutti e di nessuno… Io cerco un salvagente / perché la mia barca non sia di carta / e non vada alla deriva.
Nella lirica “Le ferite dell’umano” l’invocazione si fa pressante: Le ferite dell’umano sono al vertice, / cerco l’arcipelago della speranza / ove trovare la cura.
L’invito è categorico: uscire dalle tenebre dell’ignoranza, dell’invidia, della saccenteria, in modo che tutti possiamo conquistare la luce come avvenne a Lazzaro: Siamo tutti Lazzaro nell’oscurità della tomba / in attesa che Qualcuno venga, e ci dica: vieni fuori!
Voce poetica alta e pregnante questa di Pisana, sostenuta da un bagaglio culturale solido e vasto, che trova espressione compiuta in un umanesimo fondato sulla fiducia nell’uomo che, superate le inevitabili debolezze insite nella condizione umana, può trovare la forza della solidarietà nel confronto dialettico con i propri simili e sollievo e speranza nella fede senza riserva in un Dio padre e misericordioso.

Raffaele Puccio

Raffaele Puccio, nato a Giarratana (RG), è un poeta degli iblei. Ha pubblicato le raccolte Arcobaleni,(2013), Rose d’amore (2014), Cerchi dell’acqua(2015), nonché un interessante volume tra memoria e tradizione, Colapesce, in collaborazione con Federico Guastella.

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